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INNAMORATO DI NOWITZKI

Sono un profano del basket. Scarso nel capirlo e ancora più scarso nel giocarlo. Però “Magic D” è un uomo, prima ancora che un cestista, che mi ha sempre conquistato. Questo articolo è un mio omaggio a lui.

Vagando per Dallas potreste imbattervi in un cartello che recita “Nowitzki Way”. E’ una strada dedicata ad uno dei migliori giocatori di sempre dell’NBA nonchè giocatore simbolo dei Mavs di Dallas. La cosa che può stupire è che il giocatore in questione di americano non ha assolutamente nulla. O meglio, dal punto di vista anagrafico non ha nulla, visto che nasce in Germania, a Wurzburg. Come ha fatto quindi ad imporsi in un campionato noto per essere costellato di campioni statunitensi?

Dirk Nowitzki nasce in una famiglia dove lo sport è il collante: madre cestista con alcune presenze in nazionale, padre affermato giocatore di pallamano a livello internazionale. Insomma, Dirk lo sport lo ha nel sangue. Prima di arrivare al basket però ne cambia di sport, anche con discreti risultati. A 13 anni prova col basket ed è subito amore, anche perchè a 17 anni il ragazzo è già alto 2 metri. Dopo essersi affermato a livello giovanile viene chiamato nella prima squadra del Wurzburg (militante nella serie b tedesca) a soli 17 anni.

In quegli anni lo scouting dell’NBA si dedica quasi esclusivamente ai talenti locali. Tutti i club tranne uno. I Dallas Mavericks sono infatti convinti che il prossimo Michael Jordan nascerà fuori dagli States. Osservano quindi con grande interesse questo giovane giocatore tedesco che a soli 19 anni trascina i suoi compagni alla promozione dalla serie b alla serie a vincendo il titolo come MVP del torneo. L’arrivo negli States per il gigante tedesco avviene nel 1998.

Per il 20enne tedesco l’impatto, come si poteva immaginare, è traumatico. Al termine della prima stagione Dirk viene considerato un flop a tutti gli effetti da parte della stampa a stelle e strisce. Questo anche a causa delle parole del coach Don Nelson che al suo arrivo lo incensa subito come “il miglior giocatore disponibile al Draft” gettandogli addosso quindi una pressione che Nowitzki non riesce a sopportare.

Fra la sua prima e la seconda stagione però avviene la svolta. La svolta ha un nome ed un cognome: Holger Geschwindner. In realtà la figura di Holger entra nella vita del “Wunder Kind” già qualche anno prima, quando adocchia il suo talento e si offre come mental coach per il ragazzo, oltre che aiutarlo a migliorare la tecnica di base. Una volta approdato negli States diventa fondamentale per aiutare il ragazzo nello sviluppo della sua personalità e crescita professionale.

Holger aiuta il ragazzo nel corretto approccio al mondo dello sport: prima dell’Atleta viene l’Uomo. Dirk è ancora un pesce fuor d’acqua in una città così grande e ciò influisce sul suo rendimento in campo: Geschwindner lo sa e spinge il ragazzo ad affrontare le sue paure in modo da rafforzarsi come persona prima ancora che come cestista. Dirk inizia perciò un corso di meditazione ed un percorso da uno psicologo per aiutarlo ad affrontare meglio la tensione a cui il mondo del basket negli USA lo sottopone. I risultati si vedono fin da subito.

Inizia la seconda stagione ed il ragazzo sembra fin dall’inizio più sicuro di sè, a suo agio. Anche perchè all’interno della squadra ha stretto amicizia con un altro giocatore proveniente dall’estero: Steve Nash. I due giovani si cercano, si trovano ed insieme fanno delle stagioni di alto livello. Nowitzki si può dire ormai maturato. 

“All’inizio lo prendevamo in giro chiamandolo Irk, perchè della D (difesa) non aveva assolutamente nulla. Poco a poco abbiamo dovuto cambiare il soprannome in Dirk the Work. Aveva preso il ritmo ed una volta preso il ritmo non c’era verso di fermarlo.” Dirà di lui il compagno di squadra Gary Trent.

 I numeri dell’ala grande tedesca sono effettivamente impressionanti tanto da portarlo nel 2007 a vincere il titolo personale di MVP della regular season: è la prima volta che viene vinto un titolo di MVP da un non-statunitense.  Basterebbe questo a rendere la grandezza di Nowitzki. Eppure il meglio deve ancora venire. Perchè Dirk sa che il successo va e viene e l’unico modo per cercare di tenerlo il più possibile con sè è il lavoro e il sacrificio.

La città di Dallas, poi, si rivela come una seconda famiglia. Nowitzki afferma più volte di non aver mai pensato di andarsene, è troppo affezionato alla comunità, alla città e alla squadra. Si sente accolto e questo per lui basta per sentirsi a casa, d’altronde non dimentichiamo che viene da una piccola città tedesca di 100 000 abitanti: trovarsi in un contesto famigliare è fondamentale per la sua crescita.

E allora il buon Dirk decide nella stagione 2010/2011 che è il momento di ridare a Dallas qualcosa in cambio. Innanzitutto, il 28 gennaio 2010 diventa il giocatore con più presenze nella storia dei Mavs. Ma lui vuole qualcosa di più.

I Dallas arrivano ai playoff. Da lì sono protagonisti di una cavalcata incredibile eliminando in successione Portland, Lakers e Oklahoma e laureandosi quindi campioni della propria conference. Ora però serve il titolo contro la vincitrice dell’altra conference, i Miami Heat. I Miami Heat che sembrano essere nettamente più forti, guidati da due giocatori come Lebron James e Dwyane Wade. Ma Dirk ha fatto troppa fatica per fermarsi proprio ora e nella serie di finali gioca nonostante un infortunio al tendine della mano. In gara 4 scende in campo addirittura ammalato, con 38.4. Non può pensare di lasciare i suoi compagni da soli senza di lui, senza la loro guida.

Alla fine è un successo. I Dallas festeggiano la vittoria del Campionato NBA al termine di una serie finita 4-2. Inoltre il Wunder Kind vince il premio come MVP delle finali. Anche qui è il primo non-statunitense a vincerlo.

Molti si fermerebbero qua. Invece Nowitzki ha ancora stimoli per andare avanti, per migliorarsi nonostante i 32 anni inizino a farsi sentire.

Grazie alla sua irreprensibile vita extra-professionale e ad un codice etico e del lavoro encomiabili l’aiuto di Magic D risulta fondamentale per Dallas negli anni successivi anche se non solleverà altri titoli. In compenso continuano a fioccare i record personali: nel 2017 diventa il sesto marcatore di sempre dell’NBA (manco a dirlo, il primo proveniente dall’estero). Inoltre a simboleggiare la sua estrema fedeltà detiene il record di giocatore che ha partecipato a più campionati sempre con la stessa squadra ( 21 stagioni, dal 1998 al 2019).

Si ritirerà poi a 41 anni l’11 aprile 2019 con un evento in cui Magic Dirk non riuscirà a trattenere le lacrime.

Una strada non pare quindi un riconoscimento così esagerato.

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