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LA TERRA DI NESSUNO

Si dice “terra di nessuno” una zona rivendicata da più soggetti ma non occupata a causa di conflitti o contrasti. Nel sistema italiano questa disputa nasce tra governo centrale e regioni che si contendono le competenze sulle materie dello stato; un conflitto che fa male al paese e che rappresenta un ostacolo in più per l’Italia nella lotta alla pandemia.

“La Repubblica è una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento possibile”. Questo è ciò che la nostra Carta Costituzionale all’articolo 5 dice a proposito dell’assetto politico amministrativo italiano. Emerge, come su molti altri temi fondamentali, il tratto compromissorio caratteristico dei costituenti che, con un abile gioco di parole, accontentarono federalisti e centralisti.

Sappiamo come le regioni istituite nel 1948 divennero funzionanti soltanto nel 1970 e di come, dopo varie riforme del Titolo V, si sia cercato progressivamente di dare più autonomia agli enti territoriali senza però mai arrivare ad un vero e proprio sistema federalista. Questo maggior potere nelle mani delle regioni ha portato nel tempo sempre più scontri con lo stato centrale su chi sia competente nelle varie materie; queste dispute tra istituzioni hanno toccato l’apice nel momento più duro della nostra storia recente: la crisi pandemica attualmente in corso. Sono stati molti i governatori (sia di destra che di sinistra) che hanno soffiato sul fuoco dello scontro istituzionale per reclamare più poteri e più autonomia, alcuni di questi forti del consenso popolare da poco riconfermato.

Esaminiamo da vicino le caratteristiche di questi due sistemi, federalismo e centralismo, tra loro contrapposti ma fra i quali esistono numerose sfumature che mirano a beneficiare dei lati positivi di entrambi e ad arginare i loro aspetti negativi.

Federalismo

Il Federalismo è un sistema volto a garantire più ampi livelli di autonomia territoriale mantenendo tradizioni e scopi comuni; l’esempio classico è quello degli Stati Uniti d’America ma anche Brasile e Germania lo adottano. In questi paesi molti poteri sono esclusivi dei governatori di regione/stato mentre altri sono bilanciati fra stato centrale e enti locali, questa ripartizione lascia intuire come i governatori delle regioni abbiano un peso non indifferente nelle decisioni fondamentali per la collettività e come, a volte, siano addirittura più importanti del capo di governo.

L’autonomia territoriale aiuta i cittadini a sentirsi più considerati dai propri rappresentanti e, viceversa, i funzionari che prendono le decisioni a livello locale conoscono più da vicino le esigenze del territorio. Il pericolo è che questa autonomia si possa trasformare in un isolazionismo interno allo stato da parte delle regioni più ricche e produttive a discapito di quelle più in difficoltà, con il rischio di portare i cittadini a non riconoscersi più in uno stato unico.

Centralismo

Il Centralismo è il sistema nel quale il potere è controllato dal governo centrale che si riserva di prendere le decisioni più importanti e che delega agli enti territoriali soltanto l’applicazione delle politiche che vengono dettate. È un assetto a cui abbiamo già assistito storicamente nel periodo fascista e che oggi viene applicato, ad esempio, in Francia dove le province hanno poca autonomia e il potere è amministrato del governo centrale.

Se questo accentramento dei poteri per certi versi può essere positivo, eliminando contese e dispute con altri soggetti incaricati di dettare legge, anche in questo caso vi sono dei lati negativi. C’è il rischio che politiche adottate a livello nazionale possano tralasciare esigenze specifiche di alcune aree del paese con il rischio che esse si sentano poco coinvolte. Esiste inoltre il pericolo che le amministrazioni locali, sulle quali non ricade la responsabilità di prendere decisioni ma soltanto di applicare la legge, alimentino gli sprechi a discapito delle tasche dei contribuenti.

Come trovare l’assetto migliore

Le conseguenze di avere un sistema inadeguato sono state evidenti ancor di più nel corso dell’emergenza in cui, vista la straordinarietà degli eventi, sarebbe stato doveroso agire con tempestività e, troppo spesso, questo non è stato fatto. Tutti ci ricordiamo delle polemiche su chi avrebbe dovuto decidere sulla chiusura della Val Seriana alla fine di febbraio per evitare un focolaio che stava per esplodere e, ancora, i battibecchi tra il governo e la regione Calabria che a maggio riaprì i bar contrariamente a quanto stabilito dal premier Conte.

Come trovare dunque una nuova organizzazione per riparare in futuro a problemi del genere? Se da un lato è impossibile individuare un sistema perfetto, è però possibile analizzare alcuni fattori per individuare verso quale dei due assetti il nostro paese dovrebbe tendere.

Nella maggior parte dei casi i paesi che adottano un sistema federalistico sono caratterizzati da territori molto estesi (USA, Canada, Brasile e Messico) o da conformazioni territoriali impervie (le zone montuose tipiche svizzere) e che quindi implichino la necessità di assegnare maggiore autonomia al territorio.

Viceversa un sistema centralista è utile in alcuni paesi per tenere aggregati popoli con tradizioni in parte differenti: è quello che accade in Spagna, paese che tende al centralismo con una monarchia parlamentare che tiene uniti Baschi, Catalani, Galiziani e altri gruppi etnici.

Per quanto riguarda il nostro paese in cui, salvo regioni di confine, la popolazione condivide gran parte della tradizione esistono comunque zone con conformità geografiche particolari che necessitano di trattamenti differenziati dal resto della nazione.

Per questo sarebbe opportuno frenare la tendenza federalista emersa negli ultimi decenni: finirebbe per penalizzare le regioni del centro e del sud (troppo fragili per essere lasciate sole) mentre arricchirebbe le più virtuose regioni del nord alimentando ancora di più le divisioni fra nord e sud. È altresì vero che una guida centrale univoca sfavorirebbe alcune regioni, come quelle attualmente a statuto speciale, e altre, che soffrono per fenomeni criminali o legati alla disoccupazione eccessiva. Potrebbe essere una soluzione quella di concedere più autonomia, e di conseguenza più responsabilità, alle regioni con più difficoltà e che per troppi anni si sono viste messe in secondo piano.

Un modello dunque ibrido tra federalismo e centralismo che, invece di stabilirsi fra questi due, li inglobi entrambi e li applichi opportunamente per sfruttarne al massimo il potenziale.

A prescindere dai modelli suggeriti, la priorità per il Paese dovrebbe essere aprire una discussione seria per trovare un nuovo assetto per l’Italia di modo da sostituirne uno ormai superato con uno che permetta di governare al meglio.

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