Il vertice di centrodestra del 14 Gennaio ha fatto emergere una candidatura comune del centrodestra per il Quirinale: Silvio Berlusconi. Alla riunione di Villa Grande erano presenti, oltre al Cav., Giorgia Meloni per FDI, Matteo Salvini per la Lega, Maurizio Lupi per Noi con L’Italia, Luigi Brugnaro per Coraggio Italia, Vittorio Sgarbi per Rinascimento e Gianni Letta. Dopo molto tempo, lo zio dell’attuale segretario del PD è tornato a svolgere un ruolo di primo piano: significa che la partita è seria.
Primo elemento: il contesto di governo
Un anno fa, il governo Conte II stava cadendo per mano di Renzi. Nel giro di poco si approdò al governo di larghe intese guidato da Mario Draghi. Dopo i pessimi primi passi dei giallorossi su PNRR e campagna vaccinale, serviva un governo con il maggior consenso parlamentare possibile, che permettesse al Paese di transitare fuori dalla pandemia. L’ex presidente della BCE si è trovato quindi alla prese con una sfida quasi impossibile: governare bene tenendo insieme sensibilità molto distanti.
Al di là delle valutazioni di merito sull’operato dell’esecutivo, l’avvicinarsi dell’elezione del Presidente della Repubblica ha esacerbato la guerra sotterranea tra i partiti. La situazione è diventata insostenibile al punto che, nelle prime settimane di gennaio, ogni decisione è stata una rincorsa al compromesso più al ribasso. Lo stesso Draghi ha aspettato cinque giorni prima di fare una conferenza stampa sulle nuove misure anti-Covid e, in quella sede, ha discutibilmente rifiutato di rispondere alle domande sul futuro inquilino del Quirinale.
D’altronde, nella conferenza stampa di fine anno, era stato chiaro: il suo governo non avrebbe potuto proseguire indenne fino a fine legislatura nel caso in cui non si fosse verificata un’identità tra la maggioranza che lo sostiene e quella che voterà il nuovo Presidente della Repubblica. È evidente, quindi, che siano ben pochi i profili adeguati a soddisfare questi requisiti e che Berlusconi non ci vada minimamente vicino.
Secondo elemento: la candidatura è più che legittima
La Seconda Repubblica è stata caratterizzata dalla netta contrapposizione tra berlusconiani e antiberlusconiani, ancor prima che tra centrodestra e centrosinistra. Le conseguenze economiche e sociali sono sotto gli occhi di tutti, commentarle sarebbe superfluo. L’eredità politica di quei vent’anni abbondanti, la cui responsabilità è equamente divisa tra gli schieramenti, è stata una polarizzazione basata quasi unicamente sulle persone.
I partiti hanno chiesto sempre il voto degli italiani in quanto diversi dal cattivo di turno, poco importa se fosse Berlusconi, Prodi, Renzi, Monti, Grillo o Salvini. Si è perso così lo spirito della politica come momento costruttivo per realizzare qualcosa e si è imperniata la gestione del res publica sull’odio verso il nemico, non più mero avversario.
Nel 2018 il centrodestra, pur non avendo conquistato il numero di seggi sufficiente per reggere una maggioranza di governo, ha ottenuto la maggioranza relativa. Come accadde al PD nel 2013, pertanto, spetta loro la prima mossa sullo scacchiere. Nessuno nel 2013 mise in dubbio la legittimità delle proposte del Partito Democratico, eppure oggi il segretario del PD stesso, Enrico Letta, ha avanzato pretese quantomeno discutibili.
A suo avviso “il centrodestra non ha alcun diritto di precedenza da vantare per l’indicazione del nuovo capo dello Stato”. Inoltre è necessario che il prossimo Presidente “possa dare l’incarico a qualunque partito abbia vinto le elezioni politiche”. Tradotto: se non sei di centrosinistra, non puoi essere super partes. Per Francesco Boccia, intervistato da La Stampa, nessuna personalità di centrodestra, o indicata da esso, può essere garante dell’unità nazionale. Orfini ha definito la candidatura di Berlusconi una “proposta irricevibile, irresponsabile, provocatoria”. Ai democratici la democrazia non piace.
Terzo elemento: a Berlusconi il centrodestra non basta
Se non ci fossero franchi tiratori, eventualità improbabile, la coalizione di centrodestra totalizzerebbe 463 grandi elettori, 42 in meno della soglia necessaria per l’elezione al quarto scrutinio. Questo significa che sarà necessario raggranellare almeno 70 voti per essere ragionevolmente certi del successo. A questo scopo, Berlusconi ha incaricato Vittorio Sgarbi di organizzare l’ormai celebre Operazione Scoiattolo: il critico d’arte ha messo i panni del centralinista e sta contattando in prima persona tutti i parlamentari che potrebbero essere convinti a sostenere una sua candidatura. In seconda battuta è proprio il leader di Forza Italia a parlare con i grandi elettori più traballanti. L’obiettivo è creare un “partito del Presidente” trasversale agli schieramenti, simile a quello che voleva costruire Andreotti nel 1992, salvo poi rinunciare in seguito alla strage di Capaci.
Dall’intervista che Sgarbi ha rilasciato a Zapping, il programma radiofonico di Giancarlo Loquenzi, tuttavia, è emerso (indirettamente, sia chiaro) che l’Operazione Scoiattolo è analoga alla caccia ai responsabili per il mai sorto Conte ter. La manovra è essenzialmente mediatica, sotto questo punto di vista il risultato è già stato brillantemente raggiunto. Tuttavia, le probabilità di effettiva riuscita sono pressoché nulle. Come sempre in questi casi, a salire agli onori della cronaca sono infatti i tentativi andati a vuoto: è il caso di Nunzio Angiola, ex pentastellato ora deputato di Azione, e di Michele Sodano e Rosa Abate, parlamentari indipendenti fuoriusciti dal M5S.
L’opera di convincimento in queste ore ha trovato un altro ostacolo: la candidatura di Paolo Maddalena. L’ex giudice costituzionale, con un profilo spiccatamente sovranista e no-euro, ha raccolto il sostegno della quasi totalità dei parlamentari ex grillini. Il variegato fronte è costituito da indipendenti, FacciamoEco, Italexit, Alternativa, Partito Comunista, Potere al Popolo e Generazioni Future.
E se fosse giunto il momento del parricidio?
Nel 1994 inaugurò per la prima volta l’alleanza con leghisti e post-missini di Alleanza nazionale. Ventisette anni dopo, il centrodestra, di cui è padre ed di cui è stato a lungo padrone, lo candida al Colle più alto di Roma. In molti hanno malignato dicendo che le aspirazioni di Berlusconi non sono altro che un caso di egolatria. L’ultimo desiderio impossibile di un uomo che ha (quasi) sempre ottenuto tutto ciò che voleva. Circondato da yes man, si sarebbe convinto di poter essere il bisnonno degli italiani.
Negli scorsi mesi c’erano diverse voci, stranamente sparite quando l’elezione è diventata imminente, secondo le quali Salvini e Meloni avrebbero portato avanti il nome di Berlusconi solo per procurargli una sonora sconfitta. In tal caso, improbabile a mio avviso, andrebbe in porto il parricidio dopo gli innumerevoli tentativi di ex alleati ed ex delfini. Come per Prodi nel 2013, la coltellata finale arriverebbe proprio dai suoi storici compagni (speriamo non si offenda, n.d.r.) di viaggio. Sarebbe una chiusura del cerchio non da poco.
E se Berlusconi fosse solo il centravanti di sfondamento?
Il fronte dei favorevoli all’elezione di Sua Emittenza, nomignolo risalente agli albori della carriera politica, è tutt’altro che compatto. Gaetano Quagliariello, senatore e vicepresidente di Coraggio Italia, ha già esposto il proprio scetticismo, tanto di merito quanto di metodo, riguardo alla candidatura di Berlusconi. Senza i voti del partito di Toti e Brugnaro, potrebbe pensare qualcuno, non avrebbe nemmeno senso provare a giocare la partita. E invece sarebbe un errore dare una lettura superficiale a tutte le schermaglie riportate fin qui.
Berlusconi può non piacere, ma non è stupido né sprovveduto e sa benissimo che il suo approdo al Colle è un desiderata tanto dolce quanto inarrivabile. Nel ventennio in cui ha dominato la politica italiana è stato sfortunato, perché l’intreccio delle elezioni politiche e del Presidente della Repubblica gli è sempre stato sfavorevole. È vero che ha contribuito all’elezione di Ciampi sin dal primo scrutinio, ma non ha mai avuto l’opportunità di trattare da una posizione di forza come ora.
Renzi, il cui intuito politico è oggi impareggiabile, ha già fiutato la strategia del centrodestra. Si è detto disponibile a partecipare al tavolo di confronto chiesto da Salvini e anche a trattare un nome di centrodestra, seppur diverso da Berlusconi. Anche per questo, probabilmente, la reazione del PD di Letta è stata tanto scomposta: sanno che, per la prima volta, al Colle può salire qualcuno con una sensibilità politica diversa dalla loro.
Una modesta previsione
Carlo Calenda, leader di Azione, a inizio gennaio ha chiesto un chiarimento tutt’altro che peregrino a Draghi e alle altre forze di maggioranza. Dalle colonne di Huffington Post, ha infatti proposto di porre fine alle ambiguità sul futuro del governo, vero snodo di questa elezione. Avvicinandosi all’elezione del Capo dello Stato l’esecutivo ha iniziato a incespicare e inanellare errori e scelte discutibili. Se il percorso fino al 2023 dovesse continuare ad essere di questo genere, fatto probabile vista la campagna elettorale che animerà quest’anno, dai referendum alle elezioni politiche, tanto varrebbe interrompere questa esperienza ed avere Draghi al Colle. Altrimenti, servirebbe un patto tra i leader per avere Presidente che sia garante del governo com’è stato Mattarella, la cui rielezione è da escludere.

Le ambizioni del centrodestra, specificamente quelle da king maker di Berlusconi, difficilmente possono trovare sfogo in entrambi i casi. C’è una strada, tuttavia, che potrebbe soddisfare sia la richiesta di Draghi sia il diritto di precedenza del centrodestra: Marta Cartabia. L’attuale ministra della giustizia, la cui candidatura è apertamente sostenuta da Azione, spicca per competenza, ha un orientamento conservatore ed è molto vicina a Comunione e Liberazione, appartiene al governo. Inoltre, sarebbe difficile per un partito che ne è membro non sostenerla senza aprire una crisi di governo. L’esperienza politica dell’ex Presidente della Corte Costituzionale tuttavia è molto limitata e questo aspetto non gioca certamente a suo favore.
Esiste una terza strada ben più accidentata in cui due nomi svettano: Marcello Pera, ex presidente del Senato dal 2001 al 2006, e Maria Elisabetta Alberti Casellati, attuale presidente del Senato. La possibilità che tali personalità ottengano i voti necessari comportano però l’eventualità che il governo subisca un rimpasto oppure che ne nasca uno con presupposti differenti dagli attuali. Nessuno dei due scenari sembra di facile gestione, nonostante Salvini li abbia appena sdoganati.



