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TAXI B, LA FINE DELLA MUSICA ITALIANA?

La prima volta in cui ho sentito una canzone di Taxi B, ho pensato seriamente di smettere di ascoltare rap italiano per almeno i successivi dieci anni. Non riuscivo assolutamente a trovare nulla che giustificasse nella mia testa un futuro nel quale avrei potuto ritrovarmi con le canzoni degli FSK Satellite (gruppo del quale l’artista fa parte) in una qualunque playlist del mio account Spotify. Le loro melodie erano totalmente confusionarie, i beat cupi e martellanti ai limiti dell’ossessivo, i testi permeati di un vuotismo che raramente avevo riscontrato in altri prodotti dello stesso genere -e il sottoscritto è un fan della prima ora della Dark Polo Gang, quindi l’assenza di contenuti non è mai stato un problema nella fruizione di un’opera-. Risultato: un anno dopo, aspetto come un bambino a Natale ogni lancio di un singolo, di un album, di una collaborazione degli FSK ed in particolare del loro membro più rappresentativo, Taxi B.

Ma a cosa è dovuta questa evoluzione della mia considerazione nei loro confronti? Il tutto è iniziato con la deluxe edition del loro primo progetto, ”FSK TRAPSHIT”. La tracklist non presenta featuring se non uno, il quale però è estremamente pesante e significativo: Guè Pequeno. Da appassionato come sono della musica di uno degli artisti più influenti della storia della musica rap italiana, ho ascoltato il brano e, pur non rimanendone particolarmente colpito, ho cercato di capire il perché della volontà di un peso massimo di collaborare con un gruppo nel quale non vedevo alcuna potenzialità. Ho studiato, messo da parte i pregiudizi, entrato nel mood della loro modalità comunicativa, ho smesso di sentire ed ho iniziato ad ascoltare.

Dopo numerosi ascolti, sono rimasto impressionato dalla capacità di Taxi B di trascinarmi in un contesto totalmente alieno, onirico e costruito da immagini alla Trainspotting, dove le parole perdono un qualunque significato proprio per assumere la funzione di completamento delle strumentali magistrali di Greg Willen. Le tematiche di ogni brano sono le stesse di centinaia di altre canzoni trap, ma la peculiarità dell’artista classe ’98 sta nell’ approccio al microfono, con uno scream che comunica una rabbia ed una cattiveria che non traspaiono da una semplice lettura dei testi, avvicinando tremendamente la sua produzione al punk, seppur scevro (almeno apparentemente) dalle tematiche strettamente legate al sociale insite nel genere.

L’ascesa di Taxi B nella scena rap italiana è stata tanto rapida quanto costellata di collaborazioni impressionanti: a partire da Ghali, passando per Marracash e Sfera Ebbasta, arrivando persino a Salmo, che in passato criticò FSK per l’immaginario da loro proposto sui social, fatto di droghe pesanti e situazioni di degrado. La critica mossa maggiormente alla loro musica è, oltre appunto alle tematiche trattate, il fatto di essere un fenomeno momentaneo, frutto di un calo ulteriore del livello dell’ascoltatore medio del genere e principalmente dedito al lato commerciale della musica, senza alcuna finalità artistica particolare e assolutamente scevra da qualunque volontà di trasmettere. Il problema di tali argomentazioni, a mio parere, non tiene però conto di un fattore piuttosto significativo: non c’è alcun brano in cui la commercialità possa realmente trasparire.

Fatta eccezione per alcuni episodi sporadici, quali la hit ”Ansia No”, canzone iconica del gruppo del quale Taxi B è l’anima (la quale, comunque, presenta numerose peculiarità), ascoltando entrambi i dischi ufficiali non si percepisce una standardizzazione del suono, una ricerca del gusto altrui, ma anzi un calderone di generi, di sonorità, di linee melodiche che lasciano interdetti al primo ascolto (e pure al secondo, onestamente), trasportando l’ascoltatore in un viaggio che porta a saltare da un genere all’altro, fra influenze punk, drill, trap ed hardcore, il tutte mescolate perfettamente da Greg Willen, produttore di assoluto talento, e sempre impreziosite dalle strofe di un Taxi B totalmente a suo agio in quasi ogni passaggio dei progetti. E’ complesso ascoltare un loro intero album filatamente senza trovarsi spaesati, riducendosi così spesso ad essere costretti ad ascoltare saltuariamente i brani singolarmente.

Come è possibile dunque che, malgrado questa difficoltà di approccio all’ascolto gli FSK e Taxi B siano così ascoltati dal pubblico italiano? A mio parere, l’operazione messa in atto è tanto naturale quanto interessante: la divisione totale fra artista e personaggio. Se è vero che le tematiche trattate sono in perfetta simbiosi con l’immaginario evocato, i prodotti sono assolutamente frutto della ricerca musicale e della sperimentazione, e chiunque ascolti con orecchio non sporcato dai (talvolta comprensibili) pregiudizi, non può non riconoscere la qualità dei due progetti pubblicati e delle numerose collaborazioni, specialmente se parliamo appunto di Taxi B, vero collante carismatico del gruppo. La parte che sostiene questo coraggio musicale e che porta scalpore, consentendo di essere sempre sulla bocca di tutti, è l’immaginario social e la cura del personaggio: tatuaggi in faccia, stories assolutamente sopra le righe, abuso palese e dichiarato di sostenze stupefacenti, vera e propria creazione di memes diventati virali, armi, donne bellissime, lusso ostentato. Tutti elementi che colpiscono, apparentemente uguali a migliaia di altri artisti ed importati dallo scenario gangster americano, ma portati ad un livello di morbosità e glorificazione nettamente superiore alla media.

Ma questo non è assolutamente mal, anzi. Gli artisti non devono necessariamente educare, gli artisti devono assolutamente creare. E dividere il personaggio dalla musica dovrebbe essere elemento assolutamente fondante dell’analisi di qualsiasi prodotto artistico. Il pregiudizio rischia di portare ad ignorare fenomeni potenzialmente molto importanti nello sviluppo futuro di un media, impedendosi di sviluppare un’idea realmente propria e facendosi influenzare dall’immagine pregressa di qualcosa etichettato come ”scadente” più per sentito dire che per altro. Lasciare la componente di hype e di vendibilità di un artista al personaggio, producendo però prodotti musicalmente stimolanti, vari e di livello nettamente superiore alla media è un qualcosa di assolutamente legittimo e non criticabile, anzi. E Taxi B in particolare ne è la prova tangibile, nella speranza che sempre più artisti riescano a far nascere della musica di qualità da personaggi apparentemente vanesi e senza spessore.

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