Negli ultimi anni, la politica europea ha mostrato un inquietante deriva bellicista, con un’escalation di dichiarazioni e azioni che sembrano avvicinare il continente a un confronto diretto con la Russia. Quella che un tempo era un’Unione nata per garantire pace e stabilità appare oggi sempre più schierata su posizioni aggressive, con una retorica che, anziché puntare al dialogo e alla diplomazia, spinge verso una militarizzazione senza precedenti.
Dalla Diplomazia alla Guerra
Se fino a qualche anno fa l’Europa si proponeva come mediatrice nei conflitti internazionali, oggi sembra aver abbandonato questa postura per adottare una strategia apertamente ostile. L’invio di armi all’Ucraina, l’addestramento di soldati, il rafforzamento delle basi NATO nei Paesi dell’Est e il sostegno incondizionato a ogni iniziativa volta a indebolire Mosca sono tutti segnali di una politica che alimenta il conflitto invece di cercare soluzioni di pace con un partner che fine a pochi anni era considerato indispensabile soprattutto per la Germania, nazione egemone dell’Europa dei 27.
Le recenti dichiarazioni della presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, hanno ulteriormente rafforzato questa impressione. Von der Leyen ha affermato che “l’era della pace in Europa è finita” e che l’Unione deve prepararsi ad affrontare nuove sfide geopolitiche. Ha poi dichiarato che “entro il 2030 l’Europa deve essersi riarmata”, sottolineando l’urgenza di potenziare le capacità militari e di fornire all’Ucraina garanzie di sicurezza solide.
Da queste parole nasce l’annuncio dato in questi giorni del ReArm Europe Plan tramite il quale la Commissione Europea mira ad un piano di investimenti di ben 800 mln tra fondi comuni e finanziamenti dei singoli stati membri con l’obiettivo di un aumento consistente degli investimenti e degli armamenti in materia di difesa.
Non si tratta di un passo in avanti verso l’esercito comune tanto sbandierato, ma un piano di riarmo a debito e in parte sussidiato, dei singoli stati. Una mini-nato che non avrebbe alcun valore aggiunto a quella esistente, ma sempre più abbandonata dall’egemonia americana impegnato nella propria lotta aperto contro l’avversario cinese e che anzi punta a tirare dalla sua parte la Russia di Putin.
Le Conseguenze di un Conflitto Aperto
A questo si aggiunge la posizione di Kaja Kallas, Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, che ha espresso scetticismo riguardo ai negoziati tra Mosca e Washington per una tregua in Ucraina. Kallas ha avvertito che “non ci si può fidare della Russia” e ha esortato l’Europa e gli Stati Uniti a mantenere un fronte unito, rilanciando l’idea di destinare fino a 40 miliardi di euro in aiuti militari all’Ucraina (diventati solo 5 viste le tante defezioni di molti paesi membri)
Le leadership europee (tranne rari casi) sembrano nascondere o non voler vedere come un’escalation militare con la Russia sarebbe catastrofica e soprattutto perdente.
Le sanzioni imposte alla nazione russa non hanno fiaccato la sua forza economica e militare, anzi ha favorito la riconversione della stessa che ha puntato su keynesismo di guerra sfruttando anche l’appoggio della Cina.
Ad oggi l’Europa spende per la difesa il 58% più dei russi, come sottolineato anche da una fonte non legata al Cremlino Carlo Cottarelli.
Non si vede quindi all’orizzonte né la necessità di un aumento delle spese militari quindi né una minaccia concreta da parte della Russia, che sta combattendo una guerra di confine con il vicino Ucraino solo per estendere il proprio predominio sulle regioni russofone.
Il lancio del piano ReArm a livello europeo sembra invece il grimaldello usato dalla Germania, per procedere alla riconversione “militare” del proprio apparato produttivo basato sull’automotive (ormai in crisi e schiacciato dalla concorrenza cinese) dopo aver messo da parte il fallimentare Green Deal.
Non è un caso che il neo cancelliere Merz abbia forzato i tempi per far approvare al “vecchio” parlamento un piano di investimenti per ben 500 mld a deficit per la difesa (più della metà di quanto previsto dal piano europeo) superando il famoso “freno al debito” che dal 2009 obbliga la Germania a mantenere il pareggio di bilancio.
La Germania, che grazie alla sua politica frugale e mercantilista imposta a tutta l’Europa, ha spazio fiscale per “permettersi” un investimento di questa portata. Cosa meno scontata per gli altri paesi dell’Unione già afflitti da un debito pubblico alto e da margini di manovra ridicoli, a meno di misure lacrime e sangue.
Ancora una volta, l’Europa a trazione tedesco baltica pone l’accento sulla pressione militare e sull’aggressività verbale anziché sulla ricerca di un compromesso diplomatico e pacifico.
Il Ruolo della NATO e la Perdita di Sovranità Europea
Non si può ignorare il ruolo della NATO in questa dinamica. L’alleanza militare a guida statunitense ha di fatto imposto, nel corso degli scorsi anni, una linea dura, a cui i governi europei si sono allineati senza discussione, ma che adesso vive l’allontanarsi degli Stati Uniti come “poliziotto globale” sempre più concentrato a risolvere velocemente le questioni rimaste aperte e a focalizzarsi sul proprio orticello.
Questo ha portato e porterà a un aumento esponenziale delle spese militari come dichiarato dal Segretario Nato Mark Rutte.
Ma a chi giova tutto questo? Sicuramente non ai cittadini europei, che vedono dirottare risorse pubbliche in armamenti invece che in istruzione, sanità o sviluppo economico. Ne è dimostrazione l’ultimo sondaggio di Eurobarometro, dove al primo posto tra le preoccupazioni dei cittadini europei (e soprattutto italiani) troviamo, appunto, il recupero del potere di acquisto dilaniato da anni di inflazione e il sostegno all’economia e alla creazione di posti di lavoro.
E le prime dimostrazioni di quanto questo massiccio investimento in difesa possa causare un ulteriore salasso per le tasche dei cittadini, ulteriori tagli allo stato sociale sono già ben tangibili in un paese non UE, ma che fa parte della cosiddetta “Coalizione dei volenterosi”: il Regno Unito.
Il premier laburista (si fa per dire), in prima linea con Emmanuel Macron in questa battaglia contro i mulini a vento russi, ha annunciato forti tagli al sistema di sussidi pubblici e al sistema di welfare britannico. Si parla di circa 250mila persone che potranno aggiungersi al numero già elevato di persone in povertà relativa.
Tagli utili ad aumentare la spesa militare dal 2,2% al 2,5% del PIL. In sintesi: meno sussidi più fucili e droni.
Un’Europa di Pace o di Guerra?
La vera domanda è: che Europa vogliamo? Un’Europa che ripudia la guerra, come sancito nei suoi principi fondanti, o un’Europa che si trasforma in un blocco guerrafondaio pronto a sacrificare il proprio futuro per giochi geopolitici decisi altrove?
Le parole di von der Leyen e Kallas non lasciano spazio a dubbi: l’Unione Europea sta scegliendo la via della guerra, trascinando con sé i cittadini che non hanno mai votato per una simile escalation.
Il rischio di un coinvolgimento diretto nel conflitto con la Russia è sempre più concreto. È ora che la società civile europea si faccia sentire, chiedendo ai propri governi di tornare alla diplomazia e alla ricerca della pace, prima che sia troppo tardi.



