Il 22 e 23 marzo si terrà il referendum confermativo sulla giustizia. Pur non condividendo la linea del Governo, condivido la riforma in quanto può restituire autorevolezza, efficacia e una reale indipendenza alla nostra magistratura.
Il primo punto riguarda una vera e propria separazione netta delle carriere tra inquirente e giudicante. In una democrazia europea è assurdo che questa operazione non sia stata fatta quarant’anni fa. Si tratta di una separazione necessaria se vogliamo una figura fondamentale come quella del giudice giudicante totalmente imparziale.
Il secondo punto è la creazione di un’Alta Corte disciplinare che finalmente potrà giudicare i magistrati che sbagliano. In questo Paese è difficile che rispondano delle loro azioni: spesso non solo non vengono toccati, ma fanno tranquillamente carriera.
Il terzo punto è il sorteggio, che ridurrebbe l’influenza delle correnti politiche nella magistratura. Questo punto è condiviso addirittura da molti PM.
Rimango letteralmente sconvolto da quei compagni che stanno facendo campagna per il NO, animati non dal contenuto della riforma ma da motivazioni totalmente ideologiche, dimenticando che questa riforma nasce a sinistra: con il socialista Vassalli, con il comunista Pisapia e, se vogliamo andare ancora più indietro, anche Giacomo Matteotti era favorevole.
Parlare di pericolo per la democrazia è una mossa stupida, perché sappiamo tutti che le carriere unite sono un’eredità del fascismo e che oggi, oltre a noi, gli unici Stati che le mantengono sono Paesi autoritari e illiberali.
E noi di certo non siamo paragonabili a loro.
Quando si sostiene che la Costituzione sia in pericolo, si afferma il falso. L’articolo 104 viene modificato creando due CSM (uno per i giudicanti e uno per i PM), entrambi indipendenti, mentre l’articolo 107 — che garantisce l’indipendenza del potere giudiziario — non viene minimamente toccato. Inoltre esiste l’articolo 138, che consente le modifiche costituzionali: parlare di riforme istituzionali non è una bestemmia.
Il SÌ alla riforma è un atto di civiltà che può rendere la giustizia migliore e valorizzare l’articolo 111 della Costituzione, che definisce in modo chiaro i ruoli delle parti. Non è la soluzione a tutti i problemi del sistema giudiziario, ma può avviare un processo di cambiamento in una casta corporativa che, finalmente, potrebbe recuperare la dignità che i valori della nostra Repubblica sanciscono.

