La materia previdenziale è da sempre argomento complicato e divisivo per il dibattito pubblico. Sulle pensioni, sui criteri di accesso, sul calcolo dell’assegno e, infine, sulla platea di beneficiari da 50 anni e oltre si assiste ad un triste spettacolo politico che prescinde dalla mera questione di contabilità nazionale e tradisce gli interessi dei giovani a vantaggio di quelli dei privilegiati.
La questione dell’equilibrio intergenerazionale è stata affrontata una prima volta nel lontano 1992, in piena crisi finanziaria, con il governo Amato. Prima di allora i meccanismi di calcolo dell’assegno pensionistico erano particolarmente premianti per i pensionandi a dispetto della capacità del sistema pubblico di mantenere un equilibrio contabile. Quell’aggiustamento, che prevedeva l’estensione del periodo retributivo utile al calcolo dell’assegno ai vent’anni precedenti l’età di pensionamento, si rivelò ben presto insufficiente. Nel 1995 il governo Dini, con la partecipazione attiva e ingombrante dei sindacati, attuò la prima grande riforma inserendo nel sistema il metodo contributivo.
La legge 335/95 aveva due grandi difetti. Il primo era semantico: col tempo si è visto che parlare di sistema contributivo ha ingenerato la confusione secondo la quale i contributi versati dal lavoratore sono nella sua piena disponibilità; non è così, come spiegherò in seguito. Il secondo era l’estrema gradualità con cui si passava dal retributivo al contributivo. Gradualità, 18 anni per la completa attuazione, che non consentiva la messa in sicurezza dei conti INPS nel lungo periodo.
Grosso modo negli stessi anni veniva approvato il Dlgs 124/93 che disciplinava le forme pensionistiche complementari, in particolar modo le vecchie casse private di previdenza, introducendo e disciplinando incentivi fiscali e meccanismo di funzionamento.
Il prezzo di una riforma fatta a metà è quello di dover procedere con aggiustamenti successivi e reiterati. Dopo la Legge Dini infatti sono intervenuti aggiustamenti sui coefficienti di rendimento e sui tassi di sostituzione da parte dei governi Prodi e Berlusconi. Quest’ultimo, con al ministero del lavoro e della previdenza sociale Roberto Maroni, intervenne ancora una volta sui Fondi pensione con il Dlgs 252/2005.
Pay as you go vs. capitalizzazione
Una precisazione necessaria è quella di definire quali sono le differenze fra un sistema a ripartizione (pay as you go) ed uno a capitalizzazione. Nel sistema a ripartizione, che è quello adottato per tutte le pensioni pubbliche e per le casse a contribuzione obbligatoria, la somma dei contributi versati dai lavoratori attivi alimenta il pagamento delle pensioni in essere. Detto in altri termini c’è un trasferimento di risorse dai contribuenti ai pensionati. Nel sistema a capitalizzazione, adottato dalle forme di previdenza individuali, i contributi del lavoratore vengono accantonati in una posizione contabile e investiti dal gestore in modo non dissimile da quanto avviene in un fondo di investimento.
Il trattamento pensionistico sarà dato da quanto versato, maggiorato del rendimento annuo composto, moltiplicato per un coefficiente di trasformazione dipendente dall’aspettativa media di vita al momento della maturazione del diritto all’assegno. Nel caso del sistema a ripartizione previsto dalle pensioni pubbliche il rendimento sarà pari al tasso di indicizzazione del TFR; nel caso del sistema a capitalizzazione dipenderà dalle scelte di investimento del gestore.
I Fondi pensione
Alla pensione pubblica con contributi obbligatori, il lavoratore può aggiungere altre forme di previdenza. A 16 anni dal Decreto Maroni il numero di lavoratori che hanno aderito a forme di previdenza complementare è pari circa 8,5 milioni, il 33% del totale dei lavoratori attivi (dati Covip 2020); di questi l’80% sono lavoratori dipendenti. In sostanza solo un terzo della popolazione attiva ha scelto di integrare la prestazione pensionistica e la quasi totalità è rappresentata da lavoratori dipendenti.
La ripartizione dei degli iscritti per forma di previdenza complementare vede al primo posto nelle preferenze i Piani Individuali di Previdenza, seguiti dai fondi negoziali e di categoria.

In ordine ai rendimenti delle varie forme di previdenza va detto che essi dipendono non soltanto dalle condizioni di mercato e dalla capacità del gestore di individuare il miglior bilanciamento di portafoglio, ma anche dai costi fissi. Ogni forma di previdenza infatti, esattamente come per altri strumenti di risparmio gestito, prevede l’applicazione di caricamenti su quanto versato e di costi su quanto gestito.
Nel decennio 2010-2020 i rendimenti medi sono stati il 3,6% per i fondi negoziali, il 3,7% per i fondi aperti, il 2,4% per le gestioni separate; nel corrispondente periodo il tasso di rivalutazione del TFR è stato dell’1,8%.
Tutti i dati sono consultabili sul sito dell’autorità di vigilanza per i fondi pensione.
Cosa dovrebbe fare un giovane
Il sistema pensionistico pubblico italiano è gravato da due fattori che ne minano la sostenibilità. Il primo è la spesa per pensioni in percentuale del PIL.
L’Italia è di gran lunga il Paese europeo con la spesa pensionistica più elevata, circa 4 punti percentuali in più della media UE. Tagliare le pensioni in essere non è possibile a meno di non usare la leva fiscale con contributi di solidarietà a carico dei trattamenti più generosi. Anche in quel caso, auspicabile sotto il profilo di finanza pubblica, le resistenze da parte della classe politica sarebbero fortissime come abbiamo purtroppo già visto in questi anni nel caso della riforma Fornero. Altrettanto si può dire dell’allungamento dell’età lavorativa, possibile ma tenacemente osteggiato da politica e sindacati.
Il secondo fattore di crisi è la dinamica demografica. Un Paese che non cresce come popolazione è un Paese destinato a penalizzare chi per la pensione deve aspettare 20 o 30 anni. È il grande limite del sistema a ripartizione. L’Italia ha il tasso di crescita demografica peggiore d’Europa (-3,2%) e il tasso di natalità più basso (7 nati per 1000 abitanti). Si calcola che nel 2050 la popolazione residente sarà di circa 55 milioni a fronte degli attuali 60, con una percentuale di ultrasessantacinquenni del 34%.
Dunque è opportuno che i giovani si preoccupino della loro pensione iniziando ad accumulare risorse per il loro futuro. Naturalmente ci sono degli ostacoli oggettivi da rimuovere a cui la politica sembra ancora una volta non guardare: ingresso ritardato nel mondo del lavoro, cuneo fiscale ed elevato carico contributivo, precarietà, livelli di retribuzione mediamente bassi, costo della vita.
Le attese per un trattamento pensionistico dignitoso sono poco tranquillizzanti.



