La FED ha annunciato che da novembre avvierà il “tapering”, una particolare manovra di politica monetaria che consiste nella graduale riduzione degli acquisti delle banche centrali. La decisione era attesa dai mercati, visto il rimbalzo dell’inflazione registratosi negli ultimi mesi negli USA. Ma i tassi di interesse per ora non si toccano. Sulla stessa lunghezza d’onda la BCE.
Cresce l’inflazione
Le banche centrali possono intervenire per favorire la crescita dell’occupazione e la stabilità dei prezzi attraverso strumenti convenzionali (tassi di interesse ufficiali, operazioni di mercato aperto, riserve di liquidità imposte alle banche) e non convenzionali (quantitative easing, acquisti mensili di attività finanziarie sul mercato secondario).
A seguito dello scoppio della pandemia, le principali banche centrali del globo hanno inondato di liquidità il sistema finanziario al fine di sostenere l’accesso al credito da parte di famiglie e imprese nonché di alleggerire il costo del debito sostenuto dagli Stati.
Per far ciò le banche centrali hanno avviato programmi di acquisto di massicce quantità di titoli di Stato, dando luogo a misure espansive di politica monetaria anticicliche, ovvero costruite in modo tale da contrastare gli effetti negativi della recessione sull’occupazione e sul Pil.
Tuttavia, con l’aumento dell’inflazione registratosi negli ultimi mesi sono cresciute le attese per una inversione di marcia della politica monetaria. Nel momento in cui l’economia si surriscalda (tra rimbalzo della crescita economica, aumento dei costi delle materie prime, aumento dei prezzi e delle richieste salariali), le banche centrali sono chiamate a raffreddare il sistema, aumentando i tassi di interesse o riducendo il volume dei programmi di acquisto.
Nel caso americano, le proiezioni della FED registrano un’inflazione al 2,2% nel 2022 e nel 2023, con una disoccupazione al 3,8% nel 2022 e al 3,5% nel 2023. Mentre si stima una crescita del Pil del +3,8% nel 2022 e del +2,5% nel 2023. Nel primo semestre di quest’anno, invece, il Pil è cresciuto a un ritmo annuale del 6,5%.
Che cosa è il “tapering”
Una banca centrale ha diverse opzioni per gestire una exit strategy da operazioni di quantitative easing. Due di queste sono il “tapering” e il “tightening”. La prima è quella che la FED ha annunciato di voler adottare. Non si tratta di una misura restrittiva, bensì di un rallentamento dell’intensità del programma acquisti.
Il presidente Jerome Powell ha annunciato che gli acquisti di titoli di Stato USA saranno ridotti di 15 miliardi di dollari al mese, con chiusura del programma prevista entro la metà del 2022. Fino al mese di ottobre, la FED ha acquistato titoli di Stato e MBS (titoli legati ai mutui) rispettivamente per 80 e 40 miliardi al mese. Da novembre gli acquisti passeranno rispettivamente a 70 e 35 miliardi. I tassi di interesse, invece, non sono stati ritoccati verso l’alto.
“La riduzione degli acquisti non implica alcun segnale sul fronte dei tassi” ha ribadito il numero uno della banca centrale americana. Il motivo della prudenza della FED risiede in due considerazioni chiave. La prima è che l’aumento dell’inflazione continua ad essere valutato come fenomeno transitorio e fisiologico. La seconda è che un aumento dei tassi anticipato potrebbe garantire un’inflazione più bassa ma con il rischio di ostacolare la crescita del Pil, soprattutto se non solida e strutturale.
Ma se l’inflazione dovesse rivelarsi non transitoria, allora sul tavolo della cabina di comando della FED comparirebbe l’opzione “tightening”, ovvero l’adozione di una vera e propria politica monetaria restrittiva, con conseguente aumento dei tassi di interesse.
Anche la BCE per ora non tocca i tassi
Anche la presidente della BCE Christine Lagarde ha dichiarato che i tassi di interesse non verranno aumentati per tutto il 2022 e per ora non sono previste riduzioni dei volumi del PEPP, il programma di acquisti avviato nel marzo 2020 per contrastare gli effetti negativi della pandemia sul meccanismo di trasmissione della politica monetaria e sull’economia reale.
La chiusura del programma è prevista a marzo 2022, ma la Lagarde promette flessibilità negli acquisti dei titoli, anche in vista della nuova strategia di politica monetaria che prevede il perseguimento di un target inflazionistico meno stringente rispetto al passato. A ottobre l’inflazione nell’Eurozona si è attestata al 4,1% su base annua, mentre il Pil ha registrato un +2,2%
La normalizzazione della politica monetaria
Sia per la FED che per la BCE la sfida è individuare il momento ottimale per lasciar camminare sulle proprie gambe l’economia. Per l’Eurotower la partita potrebbe rivelarsi ancor più insidiosa.
Nell’ultimo decennio l’Eurozona non ha registrato una crescita economica soddisfacente, anche a causa di regole fiscali che hanno ostacolato gli investimenti pubblici (vedi Fiscal Compact) e della conseguente eccessiva responsabilizzazione della politica monetaria, meno efficace di quanto avrebbe potuto in assenza di una adeguata politica fiscale comunitaria.
Il Next Generation EU può rappresentare la definitiva svolta per consentire una inevitabile normalizzazione della politica monetaria. Se gli acquisti di titoli di Stato da parte della BCE si riducessero, i singoli Stati sarebbero chiamati a garantire in autonomia la sostenibilità dei propri debiti pubblici e l’appetibilità dei propri bond sovrani.
Ma a seguito della pandemia, per la prima volta nella storia il rapporto tra debito pubblico e Pil nell’Eurozona ha superato il 100%, con l’Italia tra i Paesi più esposti. A quel punto il Consiglio europeo potrebbe ritrovarsi costretto a discutere di riforma del Patto di Stabilità, euro-bond e mutualizzazione dei debiti pubblici europei.



