I cantanti sono artisti e gli artisti sono anche scrittori (così dicono); è uscito a metà ottobre il primo romanzo di Veronica Lucchesi e Dario Mangiaracina, che insieme costituiscono uno dei progetti musicali più interessanti dell’ultimo decennio, La Rappresentante di Lista. Chi ha visto un loro live lo sa, il loro spettacolo è più di un concerto, è un rito psichedelico e arcaico allo stesso tempo, la magia cresce ad ogni strofa e l’energia esplode. Allora, quando compare nel catalogo de Il Saggiatore il loro libro Maimamma, dopo averlo soppesato per qualche secondo mi decido, è un mattoncino leggero, sa di storia figlia del suo tempo, che è il mio. Lo compro. E adesso facciamo due chiacchiere.

Quando i due danno sui social l’annuncio dell’uscita del testo nelle librerie, ci tengono a contestualizzarlo: il racconto è nato nel 2011 da un’idea di Mangiaracina ed è stato a fondamento per anni della loro poetica, vero e proprio manifesto narrativo di anni di musica, performance e intensa sperimentazione. E infatti è sperimentale, denso, nuovo, fortemente simbolico.
In apertura del romanzo, due righe da Resistere, brano capitale dell’ultimo album, My mamma (sì, il gioco di parole è largamente intenzionale): “domani sarà un giorno da ricordare, non da dimenticare”. Il giorno dopo in questa storia non esiste, c’è solo una lunghissima preparazione all’apocalisse, una pausa dilatata tra il senso di tirare avanti e continuare a lavorare, uscire, fare programmi e il saltare in aria, sparire tra le crepe di una superficie terrestre oramai inadatta ad accoglierci, a permetterci di respirare.
La storia
Lavinia, la protagonista, ha da poco varcato la soglia dei trent’anni, lavora e vive da sola, ma continua a tornare con il pensiero alla Casa Gialla di quando era bambina. Lavinia è un’adulta, una donna sicura e tormentata, con un grande problema: cammina, insieme al resto dell’umanità, sul filo della fine del mondo, con un grande orologio sopra la testa.
Non sappiamo bene quale sia l’elemento di disturbo dell’ordine, che cosa abbia scatenato il panico finale (l’emergenza a tratti assume toni simili a quelli del marzo scorso, con le persone provviste di mascherina che scendono in strada), non conosciamo nemmeno l’anno in cui la vicenda si situi, pur sembrando il tutto ambientato ai nostri giorni;
“Ho questa percezione: è da troppo tempo che l’umanità sta lottando contro la sua stessa estinzione. È dal ventunesimo secolo che ci raccontano il progresso sostenibile, la crescita lenta, ma non è cambiato niente”.
p.52.
L’uomo dunque è prossimo all’estinzione e non lo pensa sicuramente solo lei; il sentimento che pervade la protagonista e guida le sue azioni all’interno del romanzo lo conosciamo bene, muove anche i nostri occhi e le nostre mani più spesso di quanto non siamo disposti ad ammettere.
Le viene voglia, con un gesto disperato, di innamorarsi. E ci riesce; Lu, giovane manager conosciuto ad una festa in casa della sua ex, assolve benissimo a questa funzione.
Anzi, di più, la mette pure incinta. A questo punto si apre la parte più interessante del romanzo, quella centrale dedicata alla riflessione sulla maternità post-moderna; essere custode di una vita appena prima della fine dei tempi. Siamo nel post-apocalittico compiuto, la figlia di Lavinia sarà forse l’ultima a nascere prima della grande morte, pronta ad abbracciare il globo e i suoi abitanti.
Ecco che allora la drammaticità di un momento già in sé emotivamente provante, accettare una gravidanza, guardarsi allo specchio, immaginare la nascita, si allarga a dismisura e ingurgita tutta la vita di Lavinia; il lavoro non conta più, Lu perde il suo posto, non regge, si preferisce la solitudine. Si prepara il nido, con il poco amore ancora possibile in una città arida piena di persone pronte a dirsi addio, che si suicidano o scappano nello spazio.
Questa è di fatto la storia. Se non ci ricorda Il movimento è fermo, romanzo edito da Rizzoli nel febbraio del 2017, è perché questo è passato abbastanza sotto silenzio. In realtà il testo è piacevole, scorrevolissimo. Lo potrei riassumere con una frase un po’ ironica ma che nulla vuole togliere alla sostanza del lavoro: degli amici sono scontenti del loro lavoro, hanno storie d’amore complicate, stanno per compiere trent’anni e soprattutto hanno dei problemi con l’apocalisse.
Perché ci interessa questo libro? Beh, perché è il primo romanzo de Lo Stato Sociale.
Adesso, perché degli artisti scrivano dei romanzi sugli stessi temi con un tono anche tutto sommato simile, non mi è molto chiaro.
Ancora meno mi è chiaro come mai le case editrici ci tengano a definirli “romanzi che descrivono una generazione”; che generazione? Parlando di trentenni si parla davvero ai trentenni?
Parlare ad una generazione (in modo pop)
Chiaramente si tratta di una trovata commerciale, a mio avviso anche di cattivo gusto; sa di stantio, di una di quelle etichette che ci insegnano a scuola e lo studente di quarta superiore ormai esperto di schede libro di romanzi non letti, a settembre un “romanzo che ha descritto una generazione” ce lo appioppa, sul compito. Che è anche una frase lunga, fa esperto e gli permette di risparmiare in caratterizzazione dei personaggi.
La narrativa non ha per forza il compito di ispirare qualcuno, farsi specchio di enormi sconvolgimenti sociali o critica di una classe politica, è l’unico genere a cui sia concesso per statuto di poter anche solo esistere. Ti racconto una storia, se ti piace mi ascolti. Fine.
Invece il messaggio comune a questo tipo di testi, veicolato non solo dalle case editrici ma in primis dall’atteggiamento interno del narratore, è che questi libri ci servano a capire, educarci, farci le domande giuste. Così nascono gli artifici narrativi in voga oggi: gli “spiegoni”.
Questi momenti in cui la voce narrante si prende una pausa dall’elencarci le cose che ha visto sugli scaffali del supermercato e passa a spiegarci perché non dobbiamo comprare quella marca lì e l’altra invece ci faccia un gran bene- non solo a noi, beninteso, alla comunità tutta. Perché lo spiegone non è mai ironico, è sempre moralista (ma in maniera pop).
Gli scrittori pop non si sopportano benissimo, non escono tanto bene dal confronto con la miriade di testi che invece ci fanno rimanere in piedi sugli autobus per finirli, ma è anche vero che lo scrittore pop siamo tutti noi e rifiutarci di ammettere che Internet abbia cambiato modo di scrivere, abbassato la nostra tolleranza per il difficile e spinto tutti all’omologazione, è essere puristi nel 2021. Inammissibile.
Quindi Mai mamma non è un brutto libro, ma un libro vittima. Molto vittima della modernità, compresa quella tendenza della modernità di lanciare nello spazio degli assiomi: la vita è come, l’umanità è ecc. Ci sono alcuni punti in cui questi accostamenti sono veramente stridenti, si ha l’impressione di stare seduti davanti ad un brutto gioco di parole (ti viene voglia di girarti dall’altra parte, poi rigirarti di scatto per vedere se la frase sia ancora lì o se avessi solo letto male la prima volta), ad esempio:
<<Il dottore mi ha detto: “Stia tranquilla, sono solo piccole anzi meglio, trascurabili perdite”.“So di cosa parla” gli ho risposto. E lui avrà pensato che mi fossi letta tutti quei blog sulla maternità. Non l’ho fatto. Ma non è la prima volta che ho a che fare con perdite trascurabili. Da qualche giorno ho cominciato a pensare a Lu come una di quelle persone che sparirà e non me ne accorgerò. Anche lui, forse, diventerà una perdita trascurabile della mia vita. >>
p.147.
Vent’anni fa questo passaggio non sarebbe entrato in un libro, sarebbe entrato forse di peggio, ma tant’è.
Vien quasi voglia di pensare che la cultura la possano salvare i radical chic. Io la butto lì.



