Autista Lyft che porta un suo cliente a destinazione
The Uber Files - l'inchiesta che sta sconvolgendo il mondo del ride-hailing (Photo by Paul Hanaoka on Unsplash )

Cosa è successo a Uber?

15 Luglio 2022

Uber è l’azienda leader mondiale della mobilità a chiamata, che permette in molte città del mondo di prenotare una corsa con una auto privata a prezzi competitivi. L’azienda è stata fondata da Garrett Camp e Travis Kalanick nel 2009: quest’ultimo diventa CEO nel 2010, trasformando l’allora startup in un colosso del settore.

L’ex CEO di Uber Travis Kalanick a LeWeb Day 1 – Dan Taylor/Heisenberg Media (CC BY 2.0 – source)

Kalanick si dimise nel 2017 dopo una serie di accuse di cattive pratiche di gestione aziendale, che non tutelavano i dipendenti da molestie sessuali, bullismo e altre forme di abuso.

Proprio la gestione di Travis Kalanick, per la sua spregiudicatezza, viene posta sotto i riflettori della recente indagine esplosa degli Uber Files.

Che cosa rivelano gli Uber Files?

Gli Uber Files sono una serie di documenti interni a Uber, trapelati e pubblicati dalla testata britannica The Guardian, in collaborazione con la rete di giornalismo investigativo ICIJ.

L’archivio consiste di 124mila elementi tra conversazioni email, messaggi SMS e WhatsApp tra i manager più potenti di Uber, oltre a note, presentazioni e report interni.

I documenti coprono il periodo che va dal 2013 al 2017, ovvero quello di massima espansione dell’azienda nel mondo, rivelando le sue spietate e talvolta illecite strategie per conquistare nuovi mercati con il proprio prodotto.

Ecco alcune delle pratiche adottate dalla gestione di Kalanick (e talvolta dal CEO stesso) emerse grazie agli Uber Papers.

Al cuore del potere

I documenti pubblicati ci raccontano come Uber abbia tirato su un’imponente macchina di lobbying, per cui nel 2016 l’azienda contava di investire addirittura 60 milioni di dollari. Sono riportate pesanti infiltrazioni nel tessuto politico internazionale: tra il 2014 ed il 2016 esponenti di Uber hanno incontrato in modo esclusivo 100 leader politici ed esponenti istituzionali di decine di nazioni, inclusi rappresentanti della Commissione Europea.

Tra questi risuonano in particolare tre nomi eclatanti:

Joe Biden – jlhervàs (CC BY 2.0 – source)

Il CEO Travis Kalanick stesso incontrò in privato l’allora Vicepresidente USA e attuale Presidente Joe Biden a Davos, spingendolo a modificare il suo intervento al Word Economic Forum in modo da evidenziare l’impegno dell’azienda nel favorire l’occupazione e migliorare la vita dei cittadini statunitensi.

I documenti rivelano un Kalanick spazientito dal ritardo di Biden: in una conversazione ai propri colleghi infatti scrive che “gli ha fatto sapere che ogni minuto che [Joe Biden] è in ritardo, è un minuto in meno che lui trascorrerà con me”.

Emmanuel Macron – EU2017EE Estonian Presidency (CC BY 2.0 – source)

L’ex-lobbyista e attuale whistleblower MacGann ebbe più contatti diretti con l’allora Ministro dell’Economia francese Emmanuel Macron, oggi all’Eliseo.

In un’occasione fece pressione sulle agenzie pubbliche di protezione dei consumatori per interpretare la normativa in maniera più blanda, permettendo l’ingresso nel mercato di Uber a discapito dei servizi di taxi pre-esistenti.

In un’altra occasione entrò ancora più a gamba tesa in una situazione critica: fece sollevare una sospensione al servizio UberX della polizia locale, promulgata dopo le violente proteste e gli scontri dei tassisti nella città di Marsiglia. La questione si risolse in pochi giorni dopo le pressioni del lobbyista MacGann su Macron.

Neelie Kroes – Sebastian Ter Bruug, NOG Brussel: Neelie Kroes (CC BY SA 2.0 – source)

Neelie Kroes, ex commissario europeo per la concorrenza, chiese di entrare nell’Advisory Board di Uber un anno dopo aver lasciato la carica istituzionale, nonostante ciò sia espressamente vietato ai commissari che hanno lasciato il precedente impiego da meno di 18 mesi.

La Kroes forzò la mano con alcune figure apicali del governo dei Paesi Bassi. Non ebbe successo, ma continuò a lavorare da esterna con Uber e trascorsi i 18 mesi entrò nel Board in cambio di un presunto lauto compenso.

Il kill switch

Nel periodo interessato dall’investigazione sono state molteplici le indagini che hanno interessato le sedi Uber in Francia, Romania, Paesi Bassi, Belgio, India e Ungheria.

Nei documenti sono riportate conversazioni fra membri esecutivi di Uber che, in occasione di visite di ispettori o di raid delle forze dell’ordine, chiedevano l’innesco del meccanismo di kill switch, ovvero di un interruttore di emergenza che disattivasse tutte le operazioni informatiche e ne impedisse la consultazione alle forze dell’ordine.

I documenti evidenziano evidenti schemi strategici elaborati dai manager aziendali per azionare questa leva di emergenza. Uber ha sviluppato anche altre strategie per ingannare le istituzioni: simulava, ad esempio, corse fantasma inesistenti quando riconosceva tra i propri utenti esponenti istituzionali o forze dell’ordine per depistarli. In Danimarca Uber ha creato delle zone attorno ai commissariati di polizia in cui era impossibile vedere i mezzi Uber, mentre in altri paesi reclutava falsi guidatori che facessero da spie per capire se le forze dell’ordine stavano effettuando indagini sul campo.

“Fottutamente illegali”

Che tante di queste pratiche fossero illecite erano consapevoli i manager di Uber. Infatti nelle conversazioni che si scambiavano è riportato esplicitamente il messaggio di Nairi Hourdajian, a capo delle comunicazioni in Uber: “Siamo semplicemente fottutamente illegali”.

Siamo semplicemente fottutamente illegali

Nairi Hourdajian, Uber Head of Comm (The Uber Files)

In alcune presentazioni presenti nell’archivio si possono osservare anche i piani espliciti per forzare la mano e entrare aggressivamente nei mercati nuovi.

La famosa Pyramid of Shit in una slide dai documenti interni di Uber. (immagine da The Uber Files, nessuna attribuzione)

Questo schema, chiamato The Pyramid of Shit (la piramide di merda), prevedeva di bypassare la fase regolatoria e di acquisizione di regolari licenze, sfruttare le lacune normative, proporre offerte concorrenziali e creare una situazione di guerriglia legale e di business che avrebbe superato con le attività di lobbying.

Questa filosofia si traduce anche nella frase “meglio chiedere perdono che il permesso”, anch’essa ripetuta nelle conversazioni fra i manager.

L’approccio aggressivo della cosiddetta piramide di merda ha portato non solo a difficoltà di ordine normativo e a livello di mercato in molte città dove Uber era presente, ma ha provocato vere e proprie rivolte che sono sfociate talvolta in atti violenti contro gli stessi autisti Uber.

Abbracciare il caos

Questi episodi di violenza sono avvenuti regolarmente in paesi come il Sud Africa, dove sono stati attaccati da tassisti arrabbiati a causa della deregolamentazione. Oltre a episodi di violenza fisica, diversi autisti sono stati bruciati vivi nelle proprie automobili dai sabotatori, costando la vita a molte persone che vivevano una situazione di vita già precaria.

La violenza garantisce il successo

Travis Kalanick, Uber CEO (The Uber Files)

Kalanick e altri manager di Uber hanno visto in questi attacchi un’opportunità per creare un sostegno alla propria causa. Nonostante fosse evidentemente la spregiudicata avanzata del soggetto nel mercato a causare le violenze, l’azienda non solo non si è presa la responsabilità, ma ha scelto di “abbracciare il caos”, sfruttando le situazioni di scompiglio per migliorare il proprio ritorno d’immagine. Un messaggio del CEO Kalanick stesso evidenzia questa cultura tossica in Uber: “La violenza garantisce il successo“.

Che cosa è cambiato?

Dopo la bufera in cui è stato coinvolto l’ex-CEO Kalanick e la sua uscita di scena, ha assunto il ruolo Dara Khosrowshahi, precedentemente CEO della piattaforma per viaggi Expedia.

Il nuovo CEO di Uber, Dara Khosrowshahi – TechCrunch (CC BY 2.0 – source)

Dopo una tumultuosa contesa, Khosrowshahi ha preso il timone dell’azienda nel segno della discontinuità. Infatti fu proprio lui a chiarire che sotto la sua guida non ci sarebbe stato spazio per Kalanick, in quanto “non vi possono essere due CEO”.

Da allora sembra esserci stato un sostanziale cambio di rotta rispetto alla spericolata strategia di gestione di Kalanick. Jill Hazelbaker, portavoce di Uber, prende atto “degli errori e dei passi falsi commessi in uno dei bilanci più disastrosi dell’America corporate”.

D’altro canto, continua la Hazelbaker, “quando diciamo che Uber è un’azienda diversa lo diciamo in senso letterale: il novanta percento degli impiegati attuali in Uber è entrata in organico dopo che Dara [Khosrowshahi] è diventato CEO”. Nel comunicato scrive: “Non condoniamo e non condoneremo i comportamenti avvenuti nel passato e chiaramente non in linea con i nostri valori attuali”.

Che risvolti ha avuto in Italia?

Sul fronte lobbying gli Uber Files rivelano un’apposita operazione, chiamata “Operation Renzi”, architettata dall’azienda per ingraziarsi e fare pressione su alcune figure del Governo Renzi e del Partito Democratico. Tuttavia l’ex premier nega alcun coinvolgimento personale nella vicenda.

Sul fronte operativo invece in Italia, nonostante la strategia aggressiva dell’azienda, Uber si è dovuta scontrare con una normativa molto stringente ed un corporativismo molto forte nell’ambito della mobilità a chiamata (taxi e NCC, per intenderci).

Servizi tuttora attivi in alcune città italiane sono UberTaxi e UberBlack, ovvero servizi esercitati comunque da autisti con opportuna licenza. Ad integrare il parco veicoli è arrivato l’accordo con itTaxi, consorzio presente in tutta Italia a cui fanno capo oltre dodicimila tassisti.

Il tentativo di abilitare persone senza licenza con la propria auto, lanciato con il prodotto UberPop, ha raccolto subito molta ostilità e nel 2015 il Tribunale di Milano lo ha bloccato per concorrenza sleale. Questa strada sembra essere stata per adesso abbandonata dal colosso del ride-hailing.

Taxi – Photo by JavyGo on Unsplash

Recentemente sono scoppiate polemiche e proteste in merito a riguardo dell’articolo 10 del Ddl Concorrenza al vaglio della Commissione Attività Produttive della Camera dei Deputati, che delega al Governo la competenza di riformare il settore.

Il timore principale è che, grazie ad una maggiore liberalizzazione del settore gli indotti e il valore delle licenze possano calare enormemente. Le proteste continuano ad oggi, forti anche delle rivelazioni degli Uber Files.

L’esito di queste tensioni sarà determinato dalle scelte della maggioranza sul Ddl Concorrenza. Tuttavia questa stessa maggioranza sta scricchiolando a seguito della defezione dei Cinque Stelle dal voto di fiducia in Senato. Come si risolverà questa situazione resta quindi ancora una grossa incognita.

Per scoprire invece più dettagli e approfondire i contenuti degli Uber Files, potete consultare gli articoli della rete ICIJ, guidata dalla redazione del quotidiano britannico The Guardian e che in Italia ha come riferimento l’Espresso.

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