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LA CRISI CHE VERRÀ

In autunno l’Italia entrerà nel vivo della crisi economica causata dalla pandemia di Coronavirus. Quali saranno le implicazioni sul panorama politico del paese? Resterà immutato o subirà importanti variazioni? Un possibile scenario.

L’impatto del lockdown sull’economia: una crisi epocale

Qualche settimana fa, un piacevole giro di commissioni post lockdown mi ha condotto davanti al mio bar-caffetteria di fiducia. Ho deciso di togliermi lo sfizio di chiedere “il solito”, felice di poter scambiare due chiacchiere con la titolare dopo tanto tempo. Il caffè macchiato aveva lo stesso sapore di qualche mese fa. Il solito. Basta però qualche domanda su come se la passa il bar dopo mesi di chiusura forzata per capire che molto sta per cambiare.

Le misure di contenimento dell’epidemia varate dal governo hanno assestato una spallata epocale all’economia del paese. Le stime dell’Istat prevedono un calo del PIL italiano pari al 9% nel 2020; quelle leggermente più pessimistiche della Commissione europea stimano una contrazione del 9.5% del PIL: il calo sarebbe quasi doppio rispetto al picco negativo raggiunto dopo la crisi del 2008. Si tratterebbe della crisi economica più grave dal 1945 ad oggi. Ce ne accorgeremo in modo evidente a inizio autunno, quando gli esercizi commerciali saranno chiamati a cominciare a pagare gli arretrati del periodo di lockdown: non tutti ce la faranno.

Il premier Conte è rimasto saldamente al timone durante l’ondata di Coronavirus che ha bloccato il mondo. Per il momento, la sua popolarità ha beneficiato del ruolo di leader durante l’emergenza: se rimarrà a capo del governo, questo effetto durerà anche nei difficili anni di assestamento che ci aspettano? Quale rotta politica dovrebbe seguire l’Italia nella tempesta economica che sta per scatenarsi?

La politica di fronte a scelte difficili

Dopo la seconda guerra mondiale, la ricostruzione dell’Europa è stata in buona parte finanziata dall’European Recovery Program, passato alla storia come Piano Marshall. Il piano quadriennale di aiuti economico-finanziari, ideato dall’omonimo segretario di stato statunitense, ha portato all’Europa i capitali necessari a investire, avviando la crescita dei decenni successivi. La Commissione europea ha definito una analoga risposta alla crisi attuale: un recovery fund europeo, ribattezzato “Next Generation Eu”, che garantirebbe all’Italia 82 miliardi di euro a fondo perduto, più altri 91 miliardi sotto forma di prestito con bassissimo interesse. Gli stati membri saranno parzialmente vincolati nell’utilizzo di questi soldi, secondo linee guida chiare: bisogna investire sul futuro, modernizzando le economie nazionali; investire in ambiente e digitalizzazione per sostenere una ripresa economica robusta, che vada oltre al breve periodo.

D’altra parte, investire pensando al futuro comporta rinunciare ad una parte di consumo presente: tanto più gli stati investono nel futuro, tanto minori sono gli aiuti economici che possono essere dati alle famiglie e alle imprese nell’immediato, ad esempio riducendo o condonando tasse arretrate; minori gli aiuti, maggiori i casi di fallimento delle aziende e maggiore aumento della disoccupazione. Fare gli investimenti necessari al superamento di questa crisi economica gravissima potrebbe dunque voler dire prendere decisioni politicamente difficili. L’opposizione avrebbe gioco facile nell’invocare più aiuti nell’immediato alla popolazione – aiuti che comunque non sarebbero mai abbastanza . Proposte come quella di dare “1000 euro agli italiani con un click”, avanzata a marzo da Giorgia Meloni, per quanto semplicistiche sembrano catturare le intenzioni di voto degli italiani: gli ultimi sondaggi vedono Fratelli d’Italia intorno al 16%, mentre alle elezioni europee dello scorso anno ricevette poco più del 6% di consensi.

Il Governo Conte II è riuscito a tenere botta nel corso dell’emergenza sanitaria in Italia; sarà tutta un’altra questione affrontare la crisi economica che ci attende al varco. La pandemia ha fatto prepotentemente irruzione in un panorama politico particolare, nel mezzo di una legislatura travagliata. Dopo la caduta del governo Conte I, sostenuto da Movimento 5 Stelle e Lega, il nuovo governo, sostenuto dalla coalizione M5S – Partito Democratico – Italia Viva – Liberi E Uguali, si era appena insediato, e non aveva ancora dato alcuna impronta politica alle sue azioni di governo; si trova ora a dover delineare una linea politica che sarà cruciale per il futuro del paese. Nei mesi che ci separano dall’autunno, tuttavia, qualcosa potrebbe cambiare.

Draghi in arrivo?

E se toccasse a un altro governo guidare il paese nella delicata fase di ripartenza e contenimento dei danni? Di fronte ad una crisi epocale, affidarsi ad una grande potenza economica come l’Unione Europea sembrerebbe la scelta più logica per l’Italia. In ogni caso, l’utilizzo dei fondi europei non sarà esente da vincoli: chi meglio di Mario Draghi potrebbe gestire questi fondi? L’ex Presidente della Banca Centrale Europea (BCE), oltre che estremamente competente, è una personalità molto apprezzata a Bruxelles; ha ricoperto efficacemente il ruolo di guida della BCE durante la crisi dei debiti sovrani del 2012. Un governo tecnico, di stampo evidentemente non euroscettico ma orientato a seguire le direttive della Commissione, potrebbe aumentare la fiducia degli investitori nell’Italia: sarebbe più stabile e dotato di un’indirizzo politico più chiaro rispetto all’attuale, disomogeneo, Governo Conte II. Soprattutto, un governo tecnico potrebbe assumersi la responsabilità di attuare provvedimenti poco popolari, ma necessari, senza il timore di compromettere il proprio consenso alle prossime elezioni.

Ci sono i margini perché si possa formare una coalizione a sostegno di un governo simile? Al di fuori dell’attuale coalizione, ci sono pochissimi dubbi: ci sarebbe Forza Italia pronto ad appoggiarlo. L’incognita sembra ruotare attorno all’identità politica che assumerà il Movimento 5 Stelle. I grandi vincitori delle ultime elezioni politiche hanno prima formato un governo con la Lega, per poi coalizzarsi con i nemici giurati del PD. Molti tra gli elettori pentastellati, delusi già dalla prima esperienza di governo, hanno rivolto altrove i propri voti alle elezioni europee del 2019: dal 32% ottenuto alle politiche del 2018, il Movimento è passato al 17% alle europee. Questi voti sono quasi impossibili da recuperare nello stesso bacino elettorale: il Movimento si è compromesso, è venuto a patti con “il sistema” (potremmo dire, con la realtà).

Dopo le prime esperienze di governo, in cui è entrato a fare parte attiva delle istituzioni, muterà l’identità del M5S? Che fine farà la vena del “vaffa” di Beppe Grillo? Si era rivelata perfetta per il ruolo di opposizione, ma poco compatibile con incarichi di governo. La vena “antisistema” potrebbe lasciare il posto ad un atteggiamento più filo-istituzionale (e, perché no, esplicitamente non euroscettico), ben incarnato da Giuseppe Conte. Appoggiare un governo tecnico guidato da Draghi metterebbe il Movimento in una luce nuova: potrebbe presentarsi come un interlocutore politico più responsabile e interessante agli occhi delle altre forze politiche, eccezion fatta per il fronte sovranista targato Salvini & Meloni. Non sarà comunque certo Luigi Di Maio ad innescare un’eventuale crisi di governo; tuttavia, se qualcun altro lo facesse, difficilmente il M5S accoglierebbe favorevolmente la prospettiva di nuove elezioni. Oltre a gettare il paese nell’incertezza e nell’instabilità politica, nuove elezioni ridimensionerebbero il M5S in termini di seggi in Parlamento, escludendo per molti dei suoi attuali deputati la possibilità di essere rieletti.

Chi potrebbe essere dunque a mescolare le carte, sfiduciando Conte e sostenendo la formazione di un governo tecnico? Per quanto numericamente esigui, i deputati di Italia Viva sono cruciali per la tenuta del Governo: senza il loro appoggio, esso cadrebbe. Matteo Renzi potrebbe giocare un ruolo da protagonista e uscire dalla marginalità politica in cui si ritrova momentaneamente confinato. Nei prossimi mesi cercherà di capire se ci sono effettivamente i margini per formare una maggioranza a sostegno di un governo tecnico che conduca il paese negli anni più duri della crisi, dall’autunno del 2020 alle nuove elezioni di fine legislatura a marzo 2023. Fino ad allora, l’emergenza economica imporrebbe grande attenzione e serietà per affrontarla nel migliore dei modi. Se l’Italia dovesse mostrare segnali incoraggianti di ripresa dopo un biennio a guida Draghi, Renzi potrebbe prendersi il merito di aver rotto gli indugi, indirizzando il paese su una strada che potrebbe rivelarsi vincente.

Concludo con una curiosità statistica che supporta l’ipotesi di una prossima crisi di governo. A inizio ottobre, il governò Conte II compirà un anno e un mese dal suo insediamento: guarda caso, proprio la durata media di un governo nell’Italia repubblicana.

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