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LA RESPONSABILITÀ SOCIALE D’IMPRESA, 50 ANNI DOPO FRIEDMAN

Cinquant’anni fa, in un articolo sul New York Times, Milton Friedman criticava l’idea di responsabilità sociale d’impresa. Ripercorriamo le intuizioni di Milton Friedman e il dibattito avviato di recente da Luigi Zingales su ProMarket.


FRIEDMAN: “THE SOCIAL RESPONSIBILITY OF BUSINESS IS TO INCREASE ITS PROFITS

Il 13 settembre 1970, l’economista Milton Friedman dell’Università di Chicago intervenne sul New York Times con un articolo intitolato The Social Responsibility of Business is to Increase its Profits. Quella di Friedman fu una critica – nei decenni successivi piuttosto influente – all’idea di responsabilità sociale d’impresa (abbreviata in CSR dall’inglese). Con la CSR s’intende l’impresa come una istituzione sociale a finalità plurime il cui compito è di creare valore in senso ampio, non solo valore economico ma anche valore sociale per i vari portatori di interessi, i cosiddetti stakeholder, ossia dipendenti, fornitori, clienti, ma anche istituzioni finanziarie, comunità locale, associazioni e così via (Sciarelli, 2017; Carroll et al., 2018). Secondo Carroll et al. (2018, p. 35), la responsabilità sociale d’impresa comprende le aspettative economiche, legali, etiche e discrezionali (filantropiche) che la società ha nei confronti delle organizzazioni in un dato momento storico”.


Friedman invece adotta un approccio contrattualista, per cui una corporation è un legame di contratti liberamente stipulati dagli individui coinvolti e dunque una società non è che un insieme di individui (Zingales, 2020). Dunque, le società per azioni non dovrebbero avere una responsabilità sociale differente da quella degli individui. Infatti, Friedman scrive che solo le persone hanno delle responsabilità e le società, essendo persone artificiali, al massimo possono avere responsabilità artificiali. Questo però, ricorda Zingales, non significa “nessuna responsabilità”, perché Friedman nella chiusura dell’articolo è chiarissimo: l’impresa deve perseguire il profitto “fintanto che opera entro le regole del gioco, ossia si impegna in una concorrenza aperta e libera senza alcun inganno o frode (Friedman, 1970).

L’argomentazione di Friedman segue un’ottica di principale–agente. Siccome la responsabilità può essere dei proprietari individuali o degli amministratori, e siccome buona parte della discussione sulla CSR si rivolge alle società per azioni, Friedman considera innanzitutto gli amministratori – che sono gli agenti –, che sono assunti dai proprietari – i principali – per arricchirli quanto possibile entro le regole del contesto sociale. Nella vita privata, scrive Friedman, l’amministratore può benissimo nutrire interessi e responsabilità personali verso la famiglia, la comunità religiosa, la carità e così via e può soddisfarli coi propri mezzi, agendo dunque come “principale”. Ma quando egli svolge le funzioni di agente degli azionisti, continua Friedman, l’amministratore persegue un interesse sociale generale spendendo denaro non suo, che implica che sta imponendo una tassa a qualcuno e sta anche decidendo verso quale fine utilizzarla. A pagarla potrebbero essere gli azionisti con minori profitti, i clienti con prezzi maggiori, o i lavoratori con salari inferiori.

Benché quanto detto sopra possa sembrare un attacco tout court contro la responsabilità sociale, Friedman considera invece perfettamente legittimo il caso in cui sia la proprietà della società a perseguire obiettivi sociali a scapito del profitto, proprio perché è il proprietario a spendere il suo denaro. Anche in questo caso il proprietario individuale potrebbe imporre costi sul personale o sulla clientela, ma essendo improbabile che abbia un potere monopolistico – poiché questo avviene più in grandi società per azioni, con proprietà dispersa in numerosi azionisti –, gli effetti collaterali sarebbero marginali.

Friedman non è dunque contrario alla responsabilità sociale in sé, ma all’idea che essa possa essere imposta agli azionisti da altri organi. Si potrebbe obiettare che, però, i manager ricoprono quel ruolo con mandato degli azionisti e che dunque sono legittimati a provvedere alla CSR anche qualora non vi sia unanimità ma maggioranza dei consensi. Friedman sostiene che la distinzione tra unanimità e conformità è essenziale, perché il principio dell’unanimità deriva da un meccanismo di mercato in cui non c’è coercizione e la cooperazione è volontaria, mentre il principio della conformità deriva da un meccanismo politico in cui l’interesse della maggioranza sopraffà quello individuale.


CSR E SHAREHOLDER WELFARE

La Friedman Doctrine ebbe un’influenza rilevante nei decenni successivi. Zingales (2020) su ProMarket.org ricorda che nel 1997 il Business Roundtable – associazione non-profit dei CEO delle maggiori aziende statunitensi – affermava che “l’obiettivo principale di un’impresa è di generare rendimenti economici ai suoi proprietari”. Dalla crisi finanziaria questo approccio ha provocato sempre più ostilità. Com’è noto, nel 2019 il Business Roundtable proclamava: “mentre ogni nostra impresa persegue i propri fini aziendali, noi condividiamo un impegno fondamentale a tutti i nostri portatori di interessi”.

Nel corso degli anni, l’interesse degli azionisti si è allargato oltre il profitto. Ad esempio, in un articolo sull’Harvard Business Review gli economisti Luigi Zingales e Oliver Hart (2017) hanno spostato l’accento dal valore (shareholder value) al benessere (shareholder welfare) degli azionisti, sottolineando il crescente interesse degli azionisti per prodotti come caffè equo-solidale, auto elettriche e così via. Il nuovo mantra sarebbe dunque l’ESG (Environmental, Social, and Corporate Governance), l’impatto ambientale e sociale degli investimenti e la sostenibilità. Come scrivono Zingales e Hart, anche Friedman descrisse l’interesse etico degli azionisti, però facendo l’esempio della corporate charity, la beneficienza. In tal caso vale che un euro donato dall’azienda non è diverso da un euro donato da un azionista, e dunque è preferibile la beneficienza individuale contro quella aziendale. Tuttavia, il maggior interesse per questi temi riguarda le situazioni in cui profitto e conseguenze sociali dell’impresa sono connessi: “Pensate agli azionisti di un’azienda come Walmart, preoccupati per le stragi negli USA. La possibilità di Walmart di limitare le vendite di caricatori ad alta capacità o fucili d’assalto nei propri negozi potrebbe essere più efficace che se Walmart prendesse i profitti, li desse agli azionisti e li lasciasse donare individualmente a campagne per il controllo sulle armi da fuoco” (Hart & Zingales, 2017). In tal senso, secondo Zingales e Hart non c’è motivo di limitare l’obiettivo al solo profitto, se il board con la propria delega persegue l’incremento non solo del valore ma del welfare.

Invece, secondo Marc Painter (2020), siccome la clientela di Walmart è ideologicamente varia, è difficile seguire alla lettera la dichiarazione del Business Roundtable e favorire tutti gli stakeholder. Infatti, secondo uno studio di Painter, in aggregato le visite a Walmart dopo la decisione del 2019 sul gun control si sono ridotte del 3.3% relativamente alla concorrenza. La risposta dei consumatori è stata diversa: in aree prevalentemente democratiche le visite sono aumentate del 3%, mentre in aree repubblicane si sono ridotte dell’8%. In tal senso, una presa di posizione politica può alterare – anche in maniera permanente – le abitudini degli stakeholder che vi si oppongono – o in altri casi che sono favorevoli. Secondo Painter “se l’obiettivo del CEO di Walmart Doug McMillon era di prender posizione sul gun control […], esso sembra esser stato raggiunto […]. Però, se l’obiettivo di McMillon era di giovare a tutti gli stakeholder, […] è difficile vedere la nuova politica come un successo”.

Riguardo a simili prese di posizione politiche, nota Raghuram Rajan (2020), “Milton Friedman pensava che ci fosse un argomento politico per la massimizzazione del valore per gli azionisti, che tiene separati il ruolo del governo e quello dell’impresa. Friedman pensava che fosse importante perché credeva che la CSR fosse una via traversa per interessi particolari di spingere ciò che non riescono a far passare dal parlamento e dunque fare regole per l’impresa”. Però, evidenzia Alex Edmans (2020), un presupposto della teoria di Friedman è che il governo sia ben funzionante, infatti l’impresa deve perseguire il profitto “fintanto che opera entro le regole del gioco, ossia si impegna in una concorrenza aperta e libera senza alcun inganno o frode” (Friedman, 1970). Edmans osserva che la regolazione è imperfetta ed è qui che entra in gioco la responsabilità sociale delle imprese. Gli altri presupposti teorici della Friedman Doctrine – mercati concorrenziali, distribuzione del reddito, cambiamenti delle preferenze, teoria dell’agenzia – sono stati analizzati da Stefano Zamagni (2020).

CONCLUSIONE

La maggior parte delle critiche a Milton Friedman puntano il dito sull’idea espressa nel titolo, ossia che la responsabilità sociale di un’impresa è di aumentare i profitti, e tendono a sorvolare sui presupposti teorici. Il recente dibattito avviato da Luigi Zingales (2020) su ProMarket.org ha mostrato che anche posizioni divergenti da Friedman ne riconoscono dei meriti. Oggi nelle università e nelle business school prevale un insegnamento dell’economia aziendale e della corporate governance orientato alla CSR. Tuttavia, se questo orientamento è realmente volto a una solidarietà dell’impresa con la comunità sociale oppure è un impegno – vero o di facciata – per perseguire comunque un profitto mettendosi in mostra con la comunità, ciò dipende da impresa a impresa. E, in quest’ultimo caso, non negherebbe dunque un orientamento al profitto, nel lungo periodo. Comunque, oggi gli stakeholder hanno più pretese nei confronti delle imprese e del loro operato, e possono esercitare le opzioni di fedeltà (loyalty), defezione (exit), oppure protesta (voice) descritte da Albert O. Hischman (1970). Non tenerne conto potrebbe rivelarsi un grave errore.

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