ليبي صح, CC0, via Wikimedia Commons

Libia: un difficile processo di pace

27 Dicembre 2021

Nel 2011 le sommosse popolari incendiano la Libia e provocano lo scoppio della guerra civile che, grazie al supporto militare internazionale, porta alla morte di Gheddafi e alla dissoluzione del suo quarantennale regime.

Una volta giustiziato il Colonello, il paese viene lasciato a se stesso, privo di un potere centrale e di un esercito, cadendo nel vuoto istituzionale e nel caos politico.  Il risultato è la frammentazione dello stato, lacerato da numerose milizie armate affiliate a regioni, città e tribù, mentre il governo centrale è debole e incapace di stabilire la sua autorità in assenza di un esercito organizzato. 

La rivalità e gli interessi contrapposti hanno portato ad avere contemporaneamente due governi: uno, riconosciuto dall’ONU, a Tripoli e uno a Tobruch prima e poi Bengasi in Cirenaica.

Ali Zifan (vectorized map), CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

La debolezza degli attori, sempre in conflitto tra loro, l’importanza strategica della Libia all’interno dello scacchiere nord-africano e le sue straordinarie risorse energetiche hanno, inoltre, favorito il coinvolgimento nel conflitto di attori esteri, in particolare Egitto, Turchia, Russia ed Emirati Arabi Uniti. Paesi che hanno tutto l’interesse a mantenere e rafforzare la loro presa sul paese nord africano.

Undici anni di guerra, costellati da diffuse violazioni dei diritti umani, commesse da tutte le parti, hanno lasciato una nazione distrutta e divisa, decine di migliaia di morti e centinaia di migliaia di sfollati. 

Nel tentativo di riunire i libici, di frenare le interferenze esterne e preservare l’unità del paese nell’ottobre del 2020 è stato siglato a Ginevra, sotto l’egida dell’ONU, un accordo per il cessate il fuoco, primo passo di una road map finalizzata a stabilizzare il paese.

L’intesa sottoscritta in Svizzera prevedeva, inoltre, la nomina di un governo temporaneo, da parte dei parlamenti, fino al giorno delle consultazioni.

Venerdì 24 dicembre 2021 si sarebbero, quindi, dovute tenere le elezioni presidenziali, momento delicato e importante per dare una nuova guida al paese. Ma le difficoltà del processo elettorale erano evidenti da tempo; in particolare i criteri di eleggibilità dei numerosissimi candidati, novantanove, non sono mai stati definiti.

E tra di loro troviamo Saif, figlio del colonnello Gheddafi, forte dell’appoggio dei nostalgici della Libia che fu e condannato a morte da un tribunale di Tripoli nel 2015 per crimini di guerra; il generale Khalīfa Belqāsim Ḥaftar, l’uomo forte della Cirenaica, sulla cui testa pende con un mandato di arresto da parte del procuratore militare, e l’attuale primo ministro Abdul Hamid Dbeibah, che al momento della nomina promise che non si sarebbe candidato.

Inoltre le milizie tribali, che mantengono il controllo di ampie parti del paese, non sono state disarmate e hanno dimostrato il loro potere circondando il palazzo del governo di Tripoli la scorsa settimana.

Criticità che hanno portato ad un inevitabile rinvio del processo elettorale.

Ora non è chiaro cosa succederà e se il governo temporaneo rimarrà in carica, ma il timore è che l’incertezza possa sfociare in una ripresa del conflitto armato, anche se l’Ambasciatore italiano in Libia, Buccino, ostenta tranquillità, sottolineando che “anche in occasione delle elezioni nel 2012, ci fu un rinvio. La cosa importante è che c’è un processo politico, il 24 dicembre è parte di questo processo e la speranza è che il rinvio sia un rinvio di breve scadenza”.

Sullo sfondo rimane il problema del controllo del territorio, giacché una volta svolte le elezioni il risultato deve essere accettato da tutti, perché se i tanti signori della guerra, i mercenari russi di Wagner o miliziani turchi non vengono disarmati e smobilitati il voto non cambierà nulla nel complesso scacchiere politico.

E La Libia rappresenta uno stato chiave nella stabilità del nord africa e nel fronte sud europeo.

La prima missione all’estero del premier Mario Draghi fu a Tripoli e ricorda l’importanza del dossier nell’agenda italiana. Il paese nord africano è un partener economico significativo e garantisce una parte rilevante del fabbisogno energetico, circa l’8% del gas e il 12% del petrolio consumato ogni anno. In questi anni l’unica compagnia petrolifera straniera che ha continuato ad estrarre idrocarburi è stata ENI, che gestisce anche il gasdotto Greenstream che collega le coste nord africane con quelle siciliane.

Inoltre l’attraversamento del canale di Sicilia rappresenta la via migratoria principale per giungere in Italia, difatti circa il 45,3% degli immigrati arriva dalla Libia.

La stabilizzazione del paese è quindi un obbiettivo fondamentale della politica estera italiana, per poter garantire sicurezza nel Mediterraneo centrale e regolari approvvigionamenti energetici.

In questi anni l’Italia ha dapprima sostenuto convintamente il processo delle Nazioni Unite che ha portato alla formazione del governo tripolitano, per poi mostrare segnali di apertura nei confronti del generale Haftar quando l’influenza turca a Tripoli è diventata preminente. Una linea politica ondivaga e attendista che ha sempre evitato un impegno diretto del nostro paese.

Ora si apre una nuova fase ma il rischio è che la Libia rimanga uno stato fallito preda di signori della guerra e un centro di instabilità per tutta l’area.

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