Negli ultimi tempi si è riaccesa la discussione pubblica sul nucleare, probabilmente a seguito delle parole del Ministro della Transizione Ecologica Roberto Cingolani che ha affermato di “non voler escludere nessuna fonte energetica, nemmeno il nucleare di nuova generazione”.
Questo tema così polarizzante ha però una valenza importantissima: al Parlamento Europeo si discute infatti di inserire l’energia atomica tra le fonti ambientalmente sostenibili, e ciò avrebbe non pochi effetti sul Green Deal, la strategia europea per arrivare a zero emissioni nel 2050.
Vediamo quindi cosa ne pensano gli esperti: oggi intervistiamo Giuseppe Onufrio, direttore di Greenpeace Italia dal 2009, fisico e ricercatore.
Innanzitutto: qual é la sua posizione sul nucleare? E sulle rinnovabili?
La tecnologia nucleare dopo 70 anni di storia non ha mai risolto alcune questioni di fondo a partire da quella delle scorie nucleari o della proliferazione nucleare e, contrariamente alle rinnovabili, ha visto costi crescenti. Per convincere EDF a aprire due cantieri per due reattori nucleari il governo britannico ha promesso un prezzo minimo garantito che ai valori attuali è quasi 5 volte il costo industriale dell’elettricità solare. É dunque una soluzione rischiosa e costosa mentre le rinnovabili hanno un potenziale molto alto e costi più competitivi per i nuovi impianti.
Perché, secondo lei, il dibattito sul Nucleare torna spesso alla ribalta?
Il dibattito era riemerso nel 2008 in occasione dell’accordo Berlusconi-Sarkozy di costruire 4 reattori EPR (European Pressurized Reactor, Reattori europei a pressurizzazione ad acqua, N.D.R) in Italia. Per fortuna col referendum del 2011 abbiamo sconfitto quella ipotesi: allora erano in costruzione 2 EPR che sono tuttora in costruzione a costi fino a 4-5 volte il previsto, col fallimento della società proprietaria della tecnologia, Areva. Il dibattito di oggi è spinto da una campagna che la Francia e altri Paesi stanno facendo per avere il nucleare in Tassonomia verde per poter promuovere finanziamenti privati come “ecologici”. Qualcuno da noi forse vorrebbe far lobby comune per metterci anche il gas, come vediamo dagli appelli che circolano.
Il maggiore contro argomento alle rinnovabili é la loro intermittenza: é vero? Cosa si può fare, ad esempio, con l’eolico, quando non c’è vento?
Un sistema basato sulle rinnovabili – non tutte sono intermittenti – dovrà prevedere una rete diversa, con accumuli sia per il breve periodo che, in prospettiva, con idrogeno per accumuli stagionali. Durante il lockdown abbiamo di fatto avuto uno “stress test” con una quota relativa di rinnovabili che è andata oltre il 50%, ben assorbite dai pompaggi idroelettrici che hanno funzionato a metà potenza. In diversi degli Stati americani si sono iniziati già a installare impianti accoppiati a batterie industriali per dare elettricità nelle ore di mancanza di produzione anche a costi competitivi (e anche da una importante azienda italiana).
Secondo lei, come sarebbe stato possibile evitare l’aumento del 30-45% delle bollette previsto nei prossimi mesi?
Dipendiamo troppo dal gas anche per aver bloccato da 10 anni le rinnovabili. Poi c’è un tema legato al funzionamento del mercato nel quale il prezzo del gas condiziona il prezzo medio: anche la Francia nuclearista ha avuto forti aumenti. L’eolico in Germania ha invece migliorato la situazione. Ma in Italia il breve sviluppo delle rinnovabili aveva invaso il mercato coperto anche dal gas e questo settore ha reagito con campagne aggressive riuscendo a far bloccare le rinnovabili che vanno ancora a passo di lumaca.
Diverse ricerche affermano che il Nucleare inquini molto meno delle fonti fossili (in particolare del gas, individuato come energia di transizione); non potrebbe quindi far parte della transizione ecologica, in attesa di passare completamente alle rinnovabili?
Il “rinascimento nucleare” fu lanciato da George W. Bush nel 2001. Dopo 20 anni non è entrato nessun nuovo reattore nucleare nel Paese che ha inventato la tecnologia. Stessa cosa in Francia: anche in quel Paese con perdite economiche enormi. Entrambi i Paesi reagiscono a questa crisi allungando le autorizzazioni ai vecchi impianti prolungandone la vita oltre quella prevista dal progetto.
Sull’argomento nucleare, in Italia il dibattito è più incentrato sull’eventuale “inizio”: non abbiamo il nucleare e qualcuno lo vuole, in altri paesi il nucleare è già presente. Cosa fare quindi, sia in Italia che all’estero?
Veramente non abbiamo ancora risolto la questione delle scorie nucleari prodotte a suo tempo, dopo che abbiamo chiuso il settore col primo referendum del 1989. Negli altri Paesi occidentali il nucleare è in profonda crisi e non si capisce perché noi che abbiamo scampato il pericolo di avere 4 cantieri come buchi neri finanziari e evitato il fallimento di qualche grande azienda, dovremmo rientrare in un settore moribondo. Peraltro dal 2011 abbiamo aggiunto 50 Terawattora di rinnovabili, quantità uguale o superiore a quella dei fantomatici 4 reattori EPR previsti dal memorandum Berlusconi-Sarkozy.
Come vede la produzione di energia nucleare da parte dei paesi a noi vicini, come Svizzera, Francia o Slovenia?
Come rischiosa per noi. Abbiamo chiesto al governo di scrivere a quello francese perché per autorizzare le centrali nucleari a funzionare oltre la vita prevista dal progetto per le convenzioni europee (Espoo e Aarhus) va rifatta la valutazione d’impatto ambientale e coinvolti i Paesi confinanti come l’Italia. Il governo Conte aveva scritto a quello francese che non intende farlo e abbiamo 16 vecchi reattori a meno di 200 km dal nostro confine. Continueremo la battaglia qua e in Francia.




Fate un intervista a Luca Romano, fisico e divulgatore pro nucleare. Magari un dibattito con entrambi.
Ciao!
Abbiamo già intervistato l’Avvocato dell’Atomo, trovi la sua intervista qui.
A presto!