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RIPENSARE IL LAVORO IN UN PAESE TECNOFOBO

Quante volte ci siamo sentiti dire o abbiamo detto, indicando con il dito un ufficio, un locale, un esercizio commerciale, “quello è il lavoro di mamma” o “quello è il lavoro di papà”? E a quanti di noi, nei giorni post-lockdown, è stata posta la domanda: “hai ripreso a lavorare?”. Piccole spie di una grande verità: abbiamo, in special modo in Italia, una concezione di lavoro estremamente fisica, estremamente legata allo spazio, a uno spazio: sia questo, appunto, l’ufficio, lo studio, il negozio, la scrivania, la cattedra. E, in special modo in Italia, abbiamo una concezione di lavoro estremamente attempata, legata al mantra dei mantra “s’è sempre fatto così”. Eppure, tutto sta cambiando a una velocità esponenziale: anche le variabili di spazio e tempo. E, da sempre, due sono gli approcci validi e possibili per affrontare una trasformazione: il primo, passivo, comporta l’esserne travolti; il secondo, invece, tende a governarne i processi. E, per ora, la capacità di progettare il futuro, anticipandone i cambiamenti, è totalmente assente dalla nostra agenda politica.

Durante la pandemia lo smart working è arrivato a coinvolgere, solo in Italia, più di 8 milioni di lavoratori. Per molti è stato un sogno, per altri un cottimo digitale a 20 ore al giorno, per altri ancora si è trattato di riposo forzato. Per la maggior parte degli italiani è stato più semplicemente un “fai da te” risultato spesso deludente, perché le aziende, la pubblica amministrazione e i lavoratori stessi sono stati presi di sorpresa: quella del lavoro digitale è una delle tante classifiche in cui l’Italia è fanalino di coda a livello europeo. L’approccio e la relazione con l’innovazione, in tutto questo, ha un ruolo ovviamente determinante: viviamo in un paese in cui vige una sorta di manicheismo tra un atteggiamento aziendale innovativo, quello che investe sulle persone, e un approccio opposto, così retrogrado da non vedere il luogo di lavoro come un posto dove realizzarsi. Agire in difesa dell’esistente non dovrebbe star più bene a nessuno e una riprogettazione del lavoro, che sia ben pensato, costruito a partire dalle esigenze delle persone, lungimirante perché collegato ad obiettivi di lungo periodo, non dovrebbe più essere rinunciabile. E proprio perché mancanti del dono della prevenzione, impellente si impone la necessità di fare un passo avanti. Ome detto, durante l’era pandemica la necessaria messa in evidenza di alcune storture è coincisa con la stantia retorica dello smart-working come eterna vacanza, soprattutto per i dipendenti pubblici. Ma è una retorica che ha e avrà come unico effetto quello di negare non solo un progresso, forzato, che c’è stato, ma che ancora potrebbe esserci in termini di crescita delle competenze, di rinnovamento delle organizzazioni, di miglioramento dell’equilibrio vita – lavoro, di minor impatto ambientale e, sì, di produttività.

Il “lavoro agile”, infatti, non riguarda solo i lavoratori, direttamente coinvolti: cambia l’impresa, la mentalità, le gerarchie, le culture organizzative, dando la possibilità a responsabilità, libertà e autonomia, le uniche leve di generatività, creazione e ricchezza umana, sociale ed economica, di prendere il posto della cultura del controllo e dell’ordine. Viviamo in un paese “tecnofobo” e perciò incapace di cogliere la possibilità della rivoluzione digitale e di abbracciarne l’impatto sull’economia e sul mercato del lavoro, intraprendendo politiche che accompagnino la transizione tecnologica per massimizzarne i benefici a vantaggio di tutti. Come scrive Marco Bentivogli nel suo “Indipendenti: Guida allo smart working” è in questo senso urgente «individuare le competenze del futuro, ripensare tempi e spazi di lavoro, immaginare un diverso sistema educativo e un nuovo sistema di rappresentanza e dei diritti». A ciò va aggiunto un rinnovamento dell’organizzazione sindacale «chiamato a giocare un ruolo fondamentale anche negli accordi aziendali per una nuova e più efficiente gestione dei tempi, oggi possibile proprio grazie alla tecnologia».

Siamo IL paese dei #nomask, #novax, #notav, #no5G: noi stagionati, a cui andrebbe fatto presente che sono i Paesi che hanno investito di più in tecnologia e formazione ad avere tassi di disoccupazione più bassi: Germania, Corea del Sud e Giappone, ai quali si accompagnano, nei primi due casi, salari più alti e mansioni a più alto ingaggio cognitivo e maggiore valore aggiunto. La tecnologia, accompagnata magari da una stagione di economia civile, da una continua formazione in ottica 4.0 e da maggior impegno verso la transizione ecologica, può aprire le porte ad un nuovo umanesimo: delegare i lavori gravosi alle macchine e agli algoritmi cancella l’impiego degli esseri umani in mansioni ripetitive, creando una mole enorme di lavoro “ad umanità aumentata” fino ad oggi inesplorata. Ed ecco allora che la sfida per l’Italia che vuole tornare ad essere competitiva è accantonare ogni velleità tecnofobica per abbracciare le opportunità che l’innovazione porta in termini di produttività, di valore del lavoro e anche di sostenibilità ambientale.

«Con l’Industria 4.0 cambia il ruolo del lavoratore. Dall’operaio massa dell’era fordista si passa al lavoratore più creativo; dall’orario fisso si va allo smart working ma soprattutto dalle basse competenze si arriva alle competenze elevate. In questo contesto si sgretola anche il legame che esisteva nel lavoro fordista tra orario di lavoro e spazio, la tecnologia permette nuove modalità di lavoro a partire dallo smartworking», scrive Bentivogli. Un assist, quello che arriva dal lavoro agile, anche per uno sviluppo urbano più sostenibile e uno stile di vita che permette al lavoratore di avere più tempo per sé ed essere, al contempo, più produttivo. È chiaro che una rivoluzione di questo calibro richiede, in un’ottica che è più culturale che tecnica, un ripensamento strutturale dell’impianto dei diritti del lavoro che devono diventare, in primis, strumenti in grado di accompagnare il lavoratore.

Per attuare il vero smart working sarà essenziale potenziare infrastrutture e piattaforme digitali, investendo dapprima in una cultura della responsabilità e dell’autonomia, in sistemi organizzativi evoluti fondati sulla definizione degli obiettivi, sulla comunicazione e sul miglioramento continuo. In altri termini, la transizione allo smart working deve essere monitorata, guidata, indirizzata attraverso un processo pluralistico e partecipato in cui va valorizzato il ruolo dei corpi intermedi più coraggiosi: le associazioni d’impresa, i sindacati, i fondi interprofessionali, le università, le scuole di formazione e le società di consulenza che dovranno lavorare in modo sinergico. Se non sapremo giocare ora d’anticipo i disoccupati non saranno conseguenza della tecnologia, ma dell’ennesimo appuntamento mancato con la storia. Iniziare ad assumerci la responsabilità del futuro quale conseguenza del presente, comprendendo che le pedine messe in campo oggi sono in grado di condizionare il nostro domani: sarà forse questa una delle pochissime note positive di questo 2020?

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