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COSA È LA TAX FOUNDATION CHE HA BOCCIATO IL FISCO DELL’ITALIA

11 Novembre 2021

La nota fondazione americana antitasse ha aggiornato il suo rapporto sulla competitività fiscale dei 37 Paesi OCSE. L’Italia occupa l’ultima posizione. Pesano sul giudizio l’imposta patrimoniale sulle attività finanziarie e sugli immobili detenuti all’estero, l’imposta sulle transazioni finanziarie e l’imposta sulle successioni. Ma i giudizi del think thank conservatore vanno accolti con cautela. 

Che cosa è la Tax Foundation

La Tax Foundation si definisce un organismo di ricerca indipendente sulla politica fiscale, apartitico e bipartisan. In realtà spesso viene annoverato dai media tra le fondazioni a matrice repubblicana sostenute e finanziate dal mondo degli affari e della destra radicale americana. In questi consessi i bersagli principali dei report sono l’aumento delle tasse e della spesa pubblica, oltre che qualsiasi tipo di intervento pubblico nell’economia.

Fondata nel 1937 da Alfred P. Sloan Jr. (presidente General Motors), Donaldson Brown, William S. Farish (presidente Standard Oil Company New Jersey) e Lewis H. Brown (presidente Johns-Manville Corporation), la Fondazione ha sin da subito giocato un ruolo da protagonista nel dibattito pubblico sul sistema fiscale americano.

L’International Tax Competitiveness Index

La fondazione annualmente pubblica l’International Tax Competitiveness Index, un indice che cerca di misurare il modo in cui il sistema fiscale di un paese garantisce competitività e neutralità. Per competitività si intende la capacità del fisco di mantenere basse le aliquote fiscali marginali, in particolare per le imprese. Mentre un fisco è neutrale quando in grado di massimizzare le entrate senza favorire il consumo rispetto al risparmio, oppure non prevede agevolazioni fiscali per determinate imprese.

Per misurare se il fisco di un paese presenta entrambe le caratteristiche, la fondazione esamina più di 40 variabili di politica fiscale. L’indice valuta in particolare le imposte sul reddito individuale, le imposte sui consumi, le imposte sulla proprietà e il trattamento dei profitti realizzati all’estero. L’indice consente di confrontare i sistemi fiscali dei vari paesi ed è accompagnato da un giudizio qualitativo sui rispettivi punti di forza e di debolezza.

Il punteggio dell’Italia

L’Italia si è classificata in ultima posizione, come nel 2020. I tre principali punti deboli del fisco italiano secondo la Tax Foundation sono: la presenza di molteplici imposte sulla proprietà e sulle transazioni finanziarie; l’IVA al 22% applicata alla quarta base imponibile di consumo più ristretta dell’OCSE; la media di ore (169 contro 69 a livello OCSE) necessarie al rispetto del sistema dell’imposta sul reddito delle persone fisiche. 

Al primo posto troviamo l’Estonia, premiata per: l’imposta sul reddito delle società applicata solo ai dividendi distribuiti (20%), senza alcuna imposizione sugli utili reinvestiti; l’IVA applicata a un’ampia base e con un basso onere di conformità; le tasse sulla proprietà applicate solo al valore del terreno. L’Estonia non a caso è uno dei paesi OCSE più permissivi dal punto di vista fiscale. Non sorprende che insieme ad Irlanda ed Ungheria si sia inizialmente opposta alla proposta di istituire una tassa minima globale.

Il bias di conferma

Come chiarito all’inizio, la Tax Foundation difficilmente può essere considerata un’istituzione super partes e neutrale. Anzi, le sue ricerche ed analisi spesso sono affette dal cosiddetto “bias di conferma”, ovvero quel bias cognitivo che porta a confermare l’ipotesi di partenza attraverso la raccolta di dati e informazioni coerenti con essa. In questa sede, l’ipotesi iniziale è che mantenendo basso il livello delle entrate fiscali (e conseguentemente degli investimenti pubblici) si incentiverebbero gli investimenti privati.

Negli ultimi decenni questa ipotesi di fondo ha influenzato fortemente l’economia internazionale. Numerosi paesi, in particolare dell’Europa dell’Est, hanno optato per una riduzione dell’imposizione fiscale al fine di attrarre investimenti privati e così recuperare il ritardo industriale. Paesi come l’Italia hanno fortemente risentito di questo squilibrio dal punto di vista occupazionale. Mentre i Paesi caratterizzati da un fisco leggero risentono di un inasprimento delle disuguaglianze, soprattutto quelli appartenenti all’ex blocco sovietico. Il bias di conferma traspare anche da un serie di superficialità metodologiche. Ad esempio, la ricostruzione dell’andamento delle imposte negli ultimi vent’anni a prezzi correnti, senza tener conto dell’inflazione.

Sorprendono i posizionamenti di alcuni Paesi, tra i quali la Francia che si classifica in trentacinquesima posizione, pur essendo il primo paese europeo per investimenti esteri (2019) con un’imposta sui redditi delle società superiore a quella italiana. Per quanto riguarda la valutazione dell’Italia, è interessante che il rapporto citi le imposte di successione. Rispetto ad altri paesi che si classificano in posizioni migliori, l’Italia è completamente sprovvista di un’imposta di successione degna di questo nome (nel 2018 il gettito dell’imposta è stato di 820 milioni contro i 14,3 miliardi della Francia). Il rapporto della Tax foundation non è dunque accostabile alle ben più rigorose e autorevoli pubblicazioni di OCSE e FMI.

Il fisco dell’Italia è un problema

Al di là dell’attendibilità del rapporto della fondazione, non c’è dubbio che sia fondamentale una riforma del fisco italiano. In Italia l’economia sommersa vale più di 100 miliardi di euro, più di tre leggi di bilancio. La burocrazia e il rimpallo di responsabilità tra le amministrazioni riducono l’efficienza dei servizi per le imprese.

Nel 2020 la pressione fiscale complessiva ha registrato il 42,8%, in aumento rispetto al 42,4% dell’anno precedente. Presentando la manovra di bilancio, il premier Draghi ha annunciato che 12 miliardi di euro saranno destinati alla riduzione della pressione fiscale nel 2022.

Il nostro Paese ha bisogno di crescere e per farlo è fondamentale attrarre investimenti esteri. Ma per farlo occorre partire da dati attendibili e non distorti dalla propaganda.

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