Un equilibrio difficile.
È questo che la classe dirigente di Israele pervicacemente ricerca dall’inizio della guerra in Ucraina, non senza accomodamenti necessari, non senza contraccolpi che hanno eco nell’opinione pubblica fuori e dentro i confini dello Stato ebraico. Prima dimostrazione della “terza via” ricercata il gioco delle parti ai vertici dell’escutivo: quella di Yair Lapid, il ministro degli Esteri di Gerusalemme, che condanna senza mezzi termini l’aggressione russa ed esprime sostegno all’Ucraina, e quella di Naftali Bennett, Primo Ministro, che si schiera a fianco del popolo ucraino senza citare espressamente la Federazione russa.

La classe dirigente in Israele è solita dire che lo Stato ebraico “non ha miglior alleato degli Stati Uniti”.
Per molti versi è così: l’alleanza tra i due Paesi è uno dei pilastri della politica estera dei rispettivi governi ed è sempre rimasta solida, pur con le dovute divagazioni del caso dovute alle diversità di vedute tra Washington e Gerusalemme su temi specifici. Per questa ragione a molti – compresi esponenti dell’amministrazione americana – sembrava non essere andato giù il posizionamento ambivalente dello Stato ebraico: una democrazia liberale avamposto dell’occidente non può non schierarsi, si dice.
Eppure le preoccupazioni di Israele sono molteplici.
Da un lato esiste, certamente, un rapporto culturale profondo che lega l’esperimento israeliano all’Europa orientale: sono più di un milione gli ebrei provenienti dall’ex Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche che compongono il mosaico degli ebrei israeliani, in parte provenienti dal territorio dell’attuale Federazione russa. D’altra parte, l’ebraismo ha visto in quell’area – e specialmente in Ucraina – un luogo di grande salienza storica, a cominciare dall’emergere del movimento “ultraortodosso” dello hasidismo per giungere alla tragedia della Shoah. Anche in virtù di un rapporto privilegiato con gli attori in campo, peraltro, lo Stato ebraico si era già offerto di mediare tra le parti in precedenza, offrendo la propria capitale, Gerusalemme, come sede dei negoziati.
A ciò si aggiunge, ovviamente, la più pragmatica (e concreta, nelle sue manifestazioni) realtà geopolitica mediorientale: Israele confina a Nord con due Stati con cui non vi è pace, ossia Libano e Siria. Quest’ultima, in particolare, è divenuta oggetto del controllo militare russo a fronte del progressivo disimpegno occidentale: la Federazione Russa è l’attore principale che sostiene il governo di Assad, nonché il giocatore militarmente forte su territorio siriano. Il confine Nord è un confine sensibile per lo Stato ebraico, sia per la vicinanza di alcune cittadine israeliane coi confini libanese e siriano, sia per la presenza del Golan, territorio che Israele ha conquistato nel 1967, che ha annesso e a cui non rinuncia per via del vantaggio strategico che alture del genere consegnano a chi le possiede. La Siria e il Libano, anche e soprattutto, sono laboratorio dei tentativi di destabilizzazione iraniana: la longa manus della Repubblica islamica, infatti, si proietta sui due Paesi e ne sostiene le milizie.
È questo il contesto che rende la cooperazione russo-israeliana centrale per la sicurezza dello Stato ebraico: Israele da tempo interviene con attacchi mirati su obiettivi legati al regime iraniano in Siria, che appare a ragione minaccia esistenziale, ottenendo da tempo il sostanziale placet russo.
È questo contesto che ha spinto Israele a mantenere una posizione di mite simpatia per la causa ucraina senza tentare in nessun modo di irritare Mosca.
Ciò naturalmente non ha impedito allo Stato ebraico di sponsorizzare la risoluzione di condanna verso la Russia alle Nazioni Unite e di votarla ricevendo il plauso dell’ambasciatore statunitense in Israele, che ha sottolineato il ruolo dell’attivismo diplomatico israeliano nell’ottenere il voto favorevole di altri Stati in seno alla plenaria. Né la situazione ha impedito al governo di Gerusalemme di inviare aerei di aiuti umanitari in Ucraina, o di accogliere i rifugiati ebrei in fuga dal Paese secondo quanto disposto dalla legge del ritorno, che riconosce il diritto degli ebrei di tutto il mondo di immigrare in Israele.
Alla luce di tutto ciò, Naftali Bennett è volato prima a Mosca e poi a Berlino per porsi come mediatore tra le parti.
Così facendo, ha senz’altro messo Israele al centro della dinamica internazionale in corso, offrendo la propria posizione privilegiata di mediatore naturale del conflitto in un macro-contesto in cui lo Stato ebraico vive con difficoltà altri sviluppi della politica globale, a cominciare dalle trattative sul nucleare iraniano (e non sono pochi quelli che hanno fatto notare il tempismo di questo attivismo diplomatico). Quali che siano le ragioni, così facendo Bennett assume su di sé l’unica iniziativa concreta per il mantenimento del dialogo tra le parti e lo fa volando da ebreo osservante durante lo Shabbat, a rimarcare la straordinarietà dell’azione israeliana. Da questo punto di vista, è stato fatto giustamente notare che il riposo durante lo Shabbat può e deve essere interrotto quando vi è in gioco la possibilità di salvare vite umane.
Il messaggio di Bennett alle altre potenze è chiaro e potrebbe rispondere anche al preciso bisogno politico di divincolarsi dalle critiche che vedono Gerusalemme troppo morbida verso Mosca. Così facendo, il Primo Ministro manda anche un chiaro segnale interno, laddove la maggioranza che lo sostiene scricchiola e l’offensiva di Netanyahu e del Likud rimane forte. Tutt’ora, infatti, la classe dirigente israeliana sente il bisogno – ragionevolmente – di affermare ciò che molti nella destra israeliana non vogliono sentire: Netanyahu è sostituibile, non è il solo a poter guidare il Paese nel contesto internazionale, non è il solo a poter vantare rapporti privilegiati sia con Washington sia con Mosca. Questo punto di principio politico è un’esigenza quantomai urgente per Naftali Bennett, che si ritrova da leader di destra a guidare una compagine governativa in cui il centro liberaldemocratico, le forze di sinistra e l’islamismo arabo sono rappresentati. In questo senso, l’attivismo israeliano nel conflitto tra Russia e Ucraina risponde anche a irrinunciabili questioni che l’attuale Primo Ministro sente di dover riaffermare per vedere esaurita la narrazione likudista sull’indispensabilità di Benjamin Netanyahu.
Non è ancora chiara la portata dell’iniziativa diplomatica israeliana, né è certo che questa possa controbilanciare le critiche di equidistanza che sono piovute su Gerusalemme dagli ambienti statunitensi e dallo stesso governo ucraino.
Quello che è certo è che la posizione israeliana ha dei vantaggi oggettivi, traendo forza dalla stabilità strategica del rapporto con gli Stati Uniti e dalla cooperazione con la Federazione russa. Poche ore fa due giornalisti di punta del panorama israeliano, Lahav Harkov (Jerusalem Post) e Barak Ravid (Axios), riferivano di apprezzamenti rivolti in ambienti diplomatici agli sforzi di Bennett.
Si dice, dunque, che Bennett stia letteralmente agendo da mediatore nel riferire le posizioni di Putin ai Paesi occidentali e viceversa, e più fonti descrivono il lavoro del premier israeliano come un tentativo di colmare le distanze che sta avendo qualche risultato. Prosegue dunque il giro di telefonate israeliano, grazie al quale si starebbe registrando un riavvicinamento delle due posizioni in campo. Ciò che accade nell’Europa orientale, in fondo, non è e non può essere estraneo ai sentimenti dello Stato di Israele come soggetto storico e al mondo ebraico in generale (che ha largamente e inequivocabilmente condannato l’aggressione russa).
L’Ucraina, d’altronde, rimane un Paese centrale nell’evoluzione storica del popolo ebraico, avendone accolto dinamicità e tragedie ed essendo tutt’ora uno dei Paesi con una consistente comunità ebraica (si parla di 200.000 persone potenzialmente tutelate sotto la legge del ritorno).
Gli avvenimenti in quella terra smuovono sentimenti profondi ed esperienze viscerali all’interno dello Stato ebraico. Il fatto che Israele abbia le potenzialità storiche e morali per assumere su di sé la mediazione trae forza anche da qui.



