Il fondatore del Front National, capostipite della dynasty politica più famosa d’Europa e patriarca dell’estrema destra francese, si è spento ieri mattina a 96 anni. “Une histoire, ou plutôt une obsession française”. Defunto, anche il nemico ha diritto al suo rispetto, purché tale ricorrenza di buon costume non sconfini nel genere letterario preferito dalla stampa italiana: il “coccodrillo” o, con parole più sofisticate, l’epitaffio su carta inchiostrata. È stato il pater familias della destra più retriva, reazionaria e populista della storia recente. Prima e più di Almirante, rispetto al quale non porta sulla coscienza le sanguinarie responsabilità della RSI, malgrado atteggiamenti non certo ortodossi in Indocina (l’allora Vietnam) e in Algeria. Un ritratto
Quasi settant’anni sulle breccia, fra provocazioni continue e la vis polemica come arma vincente. La carriera di Jean-Marie Le Pen inizia sotto l’ala protettiva di Pierre Poujade, precoce pioniere del movimentismo demagogico che solo Guglielmo Giannini aveva anticipato a propria volta. Frequenta l’Organisation de l’Armée Secrète (OAS), organizzazione paramilitare che si batte per l’Algeria francese. Si arruola in Indocina – già possedimento francese nei territori coincidenti con quelli degli attuali Vietnam, Laos e Cambogia – per combattere i ribelli del Viet Minh, ma resta traumatizzato dalla schiacciante sconfitta a Diên Biên Phu. Poi arriva l’Algeria, dove Le Pen si fa notare per il ricorso regolare alla tortura. Dopo l’esperienza da deputato della Quarta Repubblica, eletto grazie al sistema proporzionale, vive come editore discografico di discorsi storici e materiale audio. Nessuno ha il coraggio di dirlo, ma anche l’ORTF (al tempo monopolista radio-tv francese) produce fior di documentari storici attingendo dal materiale fonografico della “sua” SERP, o Société d’études et de relations publiques. Pupille de la Nation – dal nome dell’onorificenza attribuita ai minori di 21 anni rimasti orfani in guerra – e continuamente sospettato di connivenze terroristiche, è coriaceo come ogni Bretone che si rispetti e urticante, terribilmente urticante. Le sue attitudini da provocatore nato gli spianano rapidamente la strada verso un’esperienza politica di crescente successo.
Dirige infatti nel ’65 la campagna elettorale di Jean Louis Tixier-Vignancour, primo candidato presidente di estrema destra a fare atto di presenza nello scrutinio elettorale che contrappone Charles de Gaulle a François Mitterrand. L’OAS, che al Général ha regalato, nel 1961, 60 colpi di pistola penetrati nei vetri temperati della DS presidenziale e sventati dalla repentina mossa di Alain de Boissieu, di de Gaulle e della moglie Yvonne, non perdona ai gollisti il disimpegno e la concessione dell’indipendenza all’Algeria. In occasione delle prime elezioni presidenziali dirette della V Repubblica, presenta al suffragio un proprio candidato. L’avvocato Vignancour, brillante oratore, si esprime in favore di Mitterrand al secondo turno: in fondo, da Ministro ha lottato per l’Algeria francese che de Gaulle ha lasciato al suo destino. JMLP non ci sta e fa un passo indietro. Con ampie pletore di ex combattenti della guerra d’Algeria, zelanti esecutori della collaborazione di Vichy ed SS di primo rango, fonda il Fronte Nazionale. Chiede e ottiene da Giorgio Almirante l’usufrutto della “fiamma tricolore”, vestita in questo caso di blu, bianco e rosso. Il suo primo tesoriere è l’ex ufficiale nazista Pierre Bousquet.
“Non credo di dover essere obbligato ad amare le leggi di Simone Veil, la politica di Pierre Mendès France o la pittura di Chagall, anche senza essere tacciato di antisemitismo”
“Scusi, non mi sento di affermare, come Giscard ha detto, che rientrare da Israele non significa rientrare da uno Stato straniero. Mi sembra assurdo e scioccante”
“Le foto dei bambini uccisi con l’aborto sono la prova di una forma di genocidio. I feti vengono bruciati nei forni crematori. Non ho complessi nel dire che non tollero il terrorismo intellettuale.”
(Jean Marie Le Pen intervistato a L’Heure de Vérité, 1984)
Inizialmente, il partito è una macchietta. Complici le percentuali da prefisso telefonico, Le Pen non ha neppure diritto al suo spioncino televisivo. Pende su di lui l’accusa di aver fatto ampio ricorso alla tortura durante il servizio nella Legione straniera che lo ha portato, dopo l’Indocina, anche in Algeria. Nel frattempo, pertanto, inizia a vendere dischi a tutti coloro i quali desiderino passare il loro tempo libero ascoltando discorsi di Moshe Dayan – ilarità suprema – o una marcia militare nazista. La Société d’études et de relations publiques gonfia il suo portafogli a dismisura e gli permette di mantenere un gruppo di accoliti senza riscontri elettorali. Prende persino una seconda laurea: dopo Giurisprudenza, si diploma in Scienze politiche. Riscatto non indifferente, per il figlio di un pescatore bretone saltato in aria per colpa di una mina inesplosa.
Nel 1973, dopo aver simpatizzato per Franco e Salazar, sposa fieramente la causa di Pinochet, di cui magnifica le soi-disant “virtù” di “liberatore” del popolo cileno dall’arrembante deriva marxista. Ma il Fronte Nazionale resta isolato, privo di qualsivoglia legittimazione politica. Il “miracolo” arriva negli anni Ottanta.
L’elezione di un outsider come Ronald Reagan negli Stati Uniti è una scossa elettrica da cui la politica francese stenta a riprendersi. Il primo fortino assediato da Le Pen è una cittadina della Loira, Dreux, dove Jean Pierre Stirbois stravince nel 1983 le elezioni municipali alla guida di una lista comune di gollisti e frontisti. Ma non è tutto qui. Perché il nuovo inquilino dell’Eliseo, François Mitterrand, che teme la concorrenza della destra di Chirac alle imminenti elezioni legislative, prende l’iniziativa di modificare in senso proporzionale la legge elettorale della V Repubblica, basata su uno scrutinio maggioritario su due turni, per frammentare l’elettorato conservatore. Gli esiti delle successive consultazioni legislative sono un fulmine a ciel sereno: il Fronte Nazionale elegge 35 deputati all’Assemblea Nazionale. Già nel 1988, con una brusca marcia indietro la Francia torna al maggioritario e i deputati lepenisti prendono tutti, meno uno, la via della porta d’uscita del Palais Bourbon. Nel frattempo, però, qualcosa è cambiato: il Parlamento europeo, eletto direttamente con metodo proporzionale, è il nuovo pulpito del patriarca.
Sono gli anni in cui l’immigrazione incontrollata diventa per la prima volta un tema politico. Il welfare state francese, di per sé molto generoso, rischia di non tenere il passo delle migliaia di frodi che subisce ogni anno per gli afflussi di seconda e terza generazione. Persone rientrate da tempo nelle ex colonie di nascita, ma che continuano a curarsi e a percepire allocazioni dalla Métropole. Gli elettori che migrano verso il bacino di Jean Marie Le Pen, pur consapevoli della conventio ad excludendum che li circonda, arrivano persino dal Partito Comunista (PCF), che proprio in questa fase delicata perde il suo leader più apprezzato e famoso, Georges Marchais.
Il Fronte Nazionale non ha un vero e proprio programma, ma alimenta la propria retorica con il malcontento di una parte della popolazione, nonostante l’agenda del Rassemblement pour la République (il partito di Chirac, “neogollista”) sposi molte frustrazioni lepeniste. Per il resto, le proposte del suo leader sono vaghe, ma note: reintroduzione della pena di morte, soppressione della legge di legalizzazione dell’interruzione di gravidanza (loi Veil), lotta contro il “nuovo ordine mondiale” imposto dal momento unipolare statunitense e dall’ONU.
“Credo alla naturale diseguaglianza fra le razze, certo. È evidente”
(Jean Marie Le Pen a La Grande Motte, Hérault, 1998)
“Il malato di AIDS è una specie di lebbroso”
(Jean Marie Le Pen a L’Heure de Vérité, 1987)
Tre volte Jean Marie Le Pen si è finora candidato alle elezioni presidenziali, sempre con modesti risultati, penalizzati dalla rigidità della “quadriglia bipolare”. L’effetto della sua propaganda comunicativa – che, all’apice del ridicolo tenta di ritrarlo come un “Ronald Reagan d’Oltreoceano” – ne fa anche una brillante presenza televisiva. Le sue provocazioni – talora velate d’antisemitismo, talaltra di giudizi alcolici su quel politicante o quel giornalista – stregano il pubblico. Anche quando, come durante la sua prima intervista sul canale pubblico Antenne 2, un manipolo di manifestanti tenta la calca fuori dagli studi. Dagli ebrei “molto potenti nelle redazioni dei giornali” come “i bretoni lo sono nella navigazione marittima” a uno strampalato minuto di silenzio per le vittime del comunismo, il “Menhir” – così si fa ribattezzare – sembra disporre di una riserva inesauribile di colpi da sparare ai suoi avversari.
A illudere per la prima volta Jean Marie Le Pen circa le sue reali potenzialità è la carambolante crisi del Partito Socialista, che dopo anni di coabitazione con una presidenza prestante e carismatica come quella di Jacques Chirac, comincia ad annaspare, fino a ritrovarsi escluso dal secondo turno delle elezioni presidenziali. L’insicurezza crescente che regna nelle città francesi – trainata dall’affaire di Papy Voise, anziano pensionato violentato in casa propria appena due giorni prima delle consultazioni elettorali – spinge il mulino frontista. Le misure permissive adottate dal governo uscente in materia di immigrazione assestano un colpo esiziale alla credibilità dei socialisti. Il 22 aprile 2002, il loro candidato, il Primo Ministro Lionel Jospin, si ritrova fuori dai giochi come un cane bastonato. Al secondo turno: Chirac e Jean Marie Le Pen. La parola “séisme” (scisma) consume la carta di tutti i giornali. “Libération”, quotidiano di forte impronta militante, s’inventa un “Non” e ne fa la sua prima. Le Pen urla ai suoi “N’ayez pas peur”. L’esito del 2002 è uno smacco, uno choc, un terremoto. La Francia dei Servan Schreiber, la Francia “boboïsée”, del TGV e della borghesia progressista è a corto di ossigeno. Raccoglie le poche forze che le restano e mette insieme una mobilitazione dietro l’altra: tutto, ma non Le Pen. Perché Le Pen può vincere, o almeno così si crede. In verità, le praterie da occupare sono ben ristrette.
Al netto di un programma fondamentalmente non troppo diverso da quello di Roi Jacques, se non per le tinte ultraliberiste e la veemenza retorica. La Francia che non ha ancora seppellito l’ambizioso Trattato costituzionale europeo è la stessa che sceglie Le Pen. La campagna elettorale per il secondo turno è in realtà una grande messinscena. Persino la CGT, ferocemente e spesso pregiudizialmente antigollista, dispiega anima e corpo per Chirac, che detesta Le Pen sul piano personale prima ancora che politico. Per anni lo ha liquidato a pedina di Mitterrand, utile idiota delle sinistre. La sua intransigenza è più politica che non etica: non spetta a un candidato presidente sottrarsi al confronto. Eppure, Roi Jacques (“l’uomo che non sapeva amarsi”, per citare il titolo di un libro di Éric Zemmour) sa che, se rifiutasse l’opportunità di dibattere con il Menhir, incasserebbe pienamente il sostegno già solido dell’élite mediatica francese. Un esempio? Anne Sinclair, già nota per essersi rifiutata di intervistare il Presidente del Front National nel suo “7/7” di TF1.
Si valuta un duello all’americana. Ma fra i due non c’è accordo. Chirac non sopporta Le Pen. Lo ha già incontrato, è in grado di tenergli testa. In passato, il suo storico rivale nel RPR, Charles Pasqua, gli ha proposto un patto di non belligeranza con l’estrema destra. Ipotesi sfiorata persino da un intellettuale liberale molto rispettato quale Raymond Aron, convinto della necessità di trovare una strada percorribile per fiaccare il connubio fra socialisti e comunisti.
Rien de rien: Chirac rifiuta il dibattito televisivo. Ha comunque la vittoria in tasca: dibattere con Le Pen significa prestarsi a un gioco a somma zero, con il rischio supplementare di restringere il proprio scarto. Lo scontro catodico che precede il secondo turno è un rito immancabile e questo strappo alla regola suscita qualche riserva. “Non posso accettare la banalizzazione dell’intolleranza e dell’odio” sentenzia Chirac. “Una pietosa vigliaccheria. Non conosce le regole dell’onore” replica Le Pen.
Poco importa: la politica-spettacolo di Jean Marie Le Pen, che ha speso in solitudine il suo tempo in tv, si rivela un fallimento clamoroso. Guadagna appena il 2% al secondo turno, che finisce 82 a 18. L’unico candidato a schierarsi formalmente per lui è Bruno Mégret, ex dirigente FN in rottura con il Menhir. Chirac è di nuovo Presidente. “L’homme qui voulait débattre avec Jacques Chirac” torna a Rueil-Malmaison, nella sua lussuosa villa in stile Secondo Impero. La sua parabola politica è al crepuscolo. Riproverà, con miseri esiti, a candidarsi nel 2007.
Nel 2011, stremato dai problemi finanziari, il Front National deve decidere che fare di sé. JMLP ha scelto: sarà la figlia Marine a guidare la sua creatura. È lui a preferirla al vecchio sodale Bruno Gollnisch, già professore di storia e diritto giapponese a Lione. Fermi: una convention formale c’è. Ma è chiaro sin da subito che ad avere il vento in poppa è la terza delle tre pupille Le Pen. Figlia avuta dalla casalinga Pierrette Lalanne, che Jean Marie ha bruscamente abbandonato, tanto da spingerla a… posare nuda su Playboy.
Jean Marie Le Pen ha trascorso più che serenamente gli ultimi anni a compilare le proprie memorie, raccolte in due tomi per le Edizioni Muller. Dispensa sul suo canale Youtube citazioni in versi tratte da poeti collaborazionisti come Robert Brasillach. Mai sazio di provocazioni, fonda i Comités Jeanne e infila video su video in cui si dedica ad ampollose rimembranze dell’eroina della Guerra dei cent’anni. La devozione alla pulzella d’Orléans si alterna ad attacchi al vetriolo contro la figlia, con cui entra presto in rotta di collisione. Al culmine di una chiassosa azione di disturbo, Marine lo esclude dal partito nel 2014 per manifesta impresentabilità. Indomito e mordace, il Menhir rivendica una dopo l’altra le sue virulenze antisemite, dalle camere a gas, definite “un dettaglio della seconda guerra mondiale” a “Signor Durafour Crematoire”, all’indirizzo di Michel Durafour, ex Ministro della Funzione pubblica di François Mitterrand.
Il suo nazionalismo esasperato e tradizionalista sarà una costante della sua vita, fino all’ultimo momento di gioia: il matrimonio in seconde nozze con Jany, sua compagna di lungo corso, nel 2020, amministrato in casa da un prete ultraconservatore. L’età veneranda ne ha fatto un blindato con cingoli di ghisa. Senza intenerirlo, né inducendolo a tornare sui suoi passi. Un bretone, prima che un francese. Un combattente arcigno, temuto e velenoso. Dalla sua, il successo indiscutibile di aver dato scandalo per primo in politica, con uscite spesso ripugnanti ma ampiamente sdoganate dalla comunicazione politica odierna. La destra francese lo ricorda, oltranzismo ed eccessi a parte, per aver acceso per la prima volta l’opinione pubblica sui pericoli causati da un’immigrazione fuori controllo. La sinistra stenta ancora a fare i conti con un paesaggio politico “modellato” dai temi a lui cari. Avvolto dai fasti della stupenda dimora, con l’aura di un araldo e di un profeta, Jean Marie lascia a questo mondo idee e leitmotiv che godono, nel male e nel peggio, di salute impeccabile.



