Ci siamo anestetizzati, assuefatti al capitalismo. Siamo la famigerata rana bollita che si accorge di star morendo cotta in pentola troppo tardi. Il mondo del lavoro merita tanti Sergio Moroni, tanti Giacomo Matteotti e tanti Filippo Turati. Come lui, sono un dirigente socialista. Come lui credo in un mondo migliore. Come lui, un sistema capitalistico che guarda al tornaconto più che alla socialità mi ha tolto speranza.
Oggi il sistema si regge sul sangue, sul sudore e sulle bestemmie dei lavoratori e delle lavoratrici che, per quattro spiccioli, producono ricchezze per pochi.
Un paese con un ascensore sociale fermo da trent’anni, in cui ogni tentativo di crescita ed emancipazione viene stroncata da un capitalismo infame. Dietro i bei scopi sociali, dietro le promesse di crescita si nasconde tutt’altro. Il dio denaro massacra il lavoratore. Per cosa? Perché qualcun altro abbia un tornaconto con, sì, più responsabilità ma anche e soprattutto con molta meno fatica.
Il 6 gennaio è stato il Fat Cat Day: il giorno in cui, in termini medi, un amministratore delegato ha maturato guadagni pari alla retribuzione di un suo dipendente medio in un anno. Parliamo, a spanne, di 50 anni di stipendi di un lavoratore dipendente medio. Che corrispondono, a spanne, a un anno di emolumenti di un amministratore delegato.
Tutti si indignano dei calciatori che, esprimendo uno sport che ormai è più business dell’intrattenimento sportivo-artistico, guadagnano “barche” di soldi. A ben vedere, oggi, ci sono amministratori delegati che, licenziando, tenendo bassi i salari per massimizzare i dividendi, maturano decine di milioni l’anno. Alcuni anche miliardi.
E cosa sono quei milioni dinnanzi al lavoratore che sopravvive con uno stipendio pari o inferiore a 1900 euro al mese? Un mondo!
La povera gente vive sperando in un miracolo che il capitalismo non fornisce. Un capitalismo che dà appena una speranza che si affievolisce una volta che diventi ingranaggio. Un capitalismo che ti aliena e ti fa gioire di quell’alienazione. Che genera l’alienazione nelle grandi città e alimenta morbosamente il provincialismo alienato, quello in cui se non hai una posizione e un conto in banca con soldi importanti allora non sei nessuno.
Si può vivere in questa società? In questo capitalismo che è già provinciale, in quanto corporativo, rispetto al capitalismo regionale comunitario, che a sua volta è appena un puntino inespresso nel capitalismo globale?
Non c’è orientamento sociale del capitalismo. La socialità, la solidarietà sociale è disintegrata. Neanche ci fanno più impressione le morti, gli infortuni, i suicidi sul lavoro, le cessazioni contrattuali di gente difficilmente ricollocabile per paralisi del mercato e per età (non certo per professionalità, curriculum e preparazione) eccetera. Il giudizio è presto emesso: era uno scansafatiche, non lavorava, non era adatto e via compagnia cantando.
Il governo è cieco, sordo e muto. Ha altre priorità rispetto al lavoro, alla lotta al precariato e alla povertà. Priorità di questo governo sono l’aumento delle tasse ai lavoratori e alle piccole e medie imprese, la lotta contro chi ha una patente ed è privo di virtù, la lotta contro lo scempio delle famiglie arcobaleno, la lotta per deportare i migranti in Albania.
Alle famiglie chi ci pensa? Ai giovani? Ai lavoratori? Non questa maggioranza. Non pezzi dell’attuale opposizione parlamentare. Troppo impegnati a cadere nella retorica degli opposti.
Giovani: ribellatevi. Lavoratori: ribellatevi! Ma siate consapevoli di una cosa: chi si ribella cambia le cose, ma ha tre destini possibili innanzi a sé: Filippo Turati, Giacomo Matteotti o Sergio Moroni. Cambiate il mondo, ma siate consapevoli che dovrete scegliere tra la fuga, la morte omicida o l’oppressione dell’anima. Alla terza, come un novello Catone, Sergio Moroni rispose col suicidio.
Non pensiamo a ciò, tuttavia. Pensiamo a cambiare il mondo. Non per noi: forse non riusciremo a vedere il cambiamento che vogliamo essere nel mondo. Ma per gli altri. Per chi cammina con noi e per chi camminerà dopo di noi.
Questa speranza dà Dio. Questa speranza mette in atto il socialismo. Non rivoluzioni come postula il comunismo. Ma cambiamenti radicali partendo dall’impegno personale e sociale. Quell’impegno sociale che, oggi, il capitale finge di svolgere.



