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A CHE PUNTO SIAMO CON LA TASSA MINIMA GLOBALE

Il G20 di Venezia dello scorso luglio ha sancito un importante passo avanti nel percorso verso l’istituzione della Global Minimum Tax (GMT), uno schema di imposizione fiscale condiviso a livello globale, dopo che in sede Ocse 132 Paesi (che rappresentano il 90% del Pil mondiale) hanno aderito ad un accordo generale che nei prossimi mesi dovrà essere declinato nei più specifici aspetti tecnici e politici.

UN’ALIQUTA MINIMA GLOBALE AL 15%

La GMT ha l’obiettivo di rendere più omogenea la regolamentazione fiscale a livello internazionale e di ridurre il peso dell’elusione fiscale sui conti pubblici nazionali, significativamente compromessi dalle politiche di bilancio espansive necessarie a contrastare gli effetti della pandemia sull’economia.

L’accordo siglato al G20 prevede l’imposizione di una aliquota minima globale del 15% sulle multinazionali con fatturato superiore ai 750 milioni di euro e l’introduzione di un nuovo schema di ripartizione degli utili delle società che operano in più Paesi diversi. Il Segretario al Tesoro Usa, Janet Yellen, lo ha definito un accordo storico. Positive le reazioni di molti politici europei, dato anche l’inedito impegno in prima linea degli Usa in una più rigorosa regolamentazione fiscale.

L’amministrazione Biden ha dato prova di un grande interesse nel voler rafforzare la diplomazia economica e ha incassato anche il ritiro della digital tax dei partner europei (che mira alle società tecnologiche americane) ma che rimane ancora uno dei punti principali del programma della Commissione europea.

UTILI RIPARTITI IN PROPORZIONE AI RICAVI

L’accordo prevede anche un meccanismo in base al quale se una multinazionale dovesse pagare meno dell’imposta minima in un paese, scatterebbe l’aumento dell’aliquota fino al 15% nel paese in cui la società ha la sede centrale. Inoltre, le società che registrano un fatturato superiore ai 20 miliardi di dollari e un margine di profitto del 10% superiore rispetto ai ricavi si vedrebbero il 20-30% del margine suddiviso tra i paesi in cui sono attive in proporzione ai ricavi registrati in ogni paese e applicando l’aliquota stabilita in ciascun paese

Dal meccanismo sono stati esentati importanti settori, tra i quali quello finanziario e delle estrazioni, e ciò porterebbe ad una significativa riduzione del numero delle società potenzialmente interessate. Il settore finanziario, ad esempio, è caratterizzato dalla presenza di numerose grandi società con elevati margini di profitto e un’operatività su scala globale. La sua estromissione potrebbe essere stata decisiva per ottenere il via libera dal Regno Unito. Nonostante ciò, i settori esentati saranno comunque soggetti all’applicazione dell’aliquota minima. L’Ocse stima che un’imposta minima al 15% garantirebbe un gettito annuale di 150 miliardi di dollari.

C’È CHI DICE NO

A margine del G20, il Ministro dell’Economia, Daniele Franco, ha dichiarato: “Per la prima volta abbiamo strumenti che fissano regole di tassazione per le grandi multinazionali, che fanno in modo che i loro profitti siano redistribuiti ai paesi in cui queste operano”.

Certamente questo accordo rappresenta un importante passo in avanti rispetto allo status quo. Tuttavia, l’iter verso l’istituzione del nuovo impianto fiscale vede ancora diversi nodi da sciogliere. In primis, il mancato sostegno da parte dei paradisi fiscali (vedi Cipro) o di quei paesi che tecnicamente non rientrano tra questi ma che sono contraddistinti da politiche tributarie orientate ad attrarre gli investimenti esteri(vedi IrlandaEstoniaUngheria). Da questo punto di vista emerge ancora una volta la frammentazione dell’Unione europea che mette a rischio l’efficacia dell’accordo.

Per l’amministrazione Biden non è nemmeno scontato ottenere il via libera dal Congresso, data l’ostilità dei repubblicani e di una parte dei democratici. Al di là della mera propaganda politica, per gli Usa si tratterebbe di un impegno notevole dato che l’attuale impianto fiscale consente all’autorità fiscale americana di riscuotere una quota di gettito maggiore rispetto ad altri paesi.

IL COMMENTO DI PIKETTY

Secondo l’economista Thomas Piketty, l’accordo di G20 e Ocse è deludente: “se la proposta è tutta qui, si limita a concedere ufficialmente ai più ricchi il permesso di commettere frodi”. Il punto di partenza della sua analisi è la messa in discussione del principio di libera circolazione dei capitali, da paesi ad elevata tassazione a paesi con aliquote più contenute. Per l’economista francese l’imposizione di una aliquota al 15% formalizzerebbe la pratica dell’elusione fiscale a livello internazionale.

Si tratterebbe di una sorta di condono per quei paesi come l’Irlanda, che hanno un’aliquota inferiore al 15% (nel caso specifico, il 12,5%). Mentre le multinazionali e le holding patrimoniali hanno la possibilità di spostare il capitale a seconda delle proprie politiche contabili, gran parte della società non può farlo, trovandosi soggetta ad una imposizione fiscale complessiva superiore al 15%. Un altro aspetto critico della proposta riguarda la ripartizione degli utili delle multinazionali tra i paesi in cui operano e registrano ricavi, escludendo dalla ridistribuzione i paesi in via di sviluppo, meno coinvolti dal commercio internazionale avanzato.

E LA FINANZA?

Nei prossimi mesi proseguiranno i colloqui in sede Ocse. Sarà necessaria l’unanimità a livello europeo per rendere attuabile il nuovo meccanismo a partire dal 2023, mentre andranno affrontati altri nodi di natura tecnica, come il trattamento delle diverse basi imponibili nazionali e il meccanismo contro la doppia imposizione.

Tuttavia, la nuova regolamentazione non sarà sufficiente se non accompagnata da un impegno concreto da parte del settore bancario. Secondo un rapporto dell’Osservatorio europeo sulla fiscalitàle banche europee registrano profitti pari a 20 miliardi di euro all’anno in 17 Paesi con un fisco accomodante. Da anni di discute della necessità di rafforzare i sistemi di trasmissione di informazioni bancarie internazionali sul possesso di capitali e sui redditi finanziari individuali.

La strada verso una regolamentazione fiscale internazionale è ancora molto lunga e i grandi proclami non saranno sufficienti. 

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