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A SCUOLA DI RILANCIO

In questo caldo settembre di un anno surreale, il governo italiano è impegnato a elaborare un piano per il rilancio da finanziarsi con i soldi del progetto Next Generation EU. Non sarà facile: sono 557 i progetti sul tavolo dei ministeri (di cui molti sono controversi), e non è detto che tutti rientrino nelle direttrici stilate dal Comitato Interministeriale per gli affari europei. Intanto la Francia presenta un piano snello, efficiente e con al centro la transizione ecologica. Imparare dai nostri vicini d’oltralpe potrebbe essere l’occasione per dimostrare che gli italiani non sono sempre gli ultimi della classe, o per lo meno sono bravi a copiare.

Settembre è da sempre un mese caldo nella politica: 30 giorni di tensioni, recupero di fondi, cercando un miliardo da una parte o dall’altra per costruire il Documento di Economia e Finanze, ossia la manovra economica del governo. In questo surreale 2020, settembre diventa anche mese di campagna elettorale per delle delicatissime elezioni regionali e soprattutto per capire come si dovranno spendere i soldi del Recovery Fund, quei 750 miliardi che, in parte di prestiti e in parte di sussidi, l’Unione Europea sta erogando agli stati membri per uscire dalla crisi del Coronavirus e far ripartire il PIL. Finora il governo italiano sta temporeggiando su tutti i fronti, aspettando gli esiti delle regionali prima di elaborare il piano da inviare a Bruxelles. Cercando di coinvolgere il parlamento, Conte vuole che siano proprio Camera e Senato a elaborare il documento, che tra gennaio e aprile 2021 arriverà al Consiglio Europeo.

Intanto molti paesi europei hanno presentato un piano per il Recovery Fund: la Francia di Emmanuel Macron ha infatti deciso che i soldi europei saranno spesi lungo 3 grandi direttrici: l’ecologia, la competitività e la coesione, mobilitando 100 miliardi in due anni, di cui oltre 40 ottenuti grazie al piano Next Generation EU. Il documento, composto da circa 400 pagine, ha come parola chiave investimenti: ad esempio nel campo del Green Deal mette a disposizione 7 miliardi per l’efficientamento energetico, per le politiche lavorative e sociali schiera invece più di 13 miliardi; infine vi è un taglio delle tasse alle imprese dal valore di 20 miliardi di euro.

Ritornando nel Belpaese, si può constatare che ancora è tutto molto vago: finora il CIAE (Comitato Interministeriale per gli Affari Europei) ha rilasciato solamente le 6 linee guida che il governo italiano ha stilato per la spesa dei fondi europei: digitalizzazione e innovazione, transizione ecologica e rivoluzione verde, infrastrutture per la mobilità, istruzione e formazione, equità inclusione sociale e territoriale, salute; solo per le linee guida è stato elaborato un documento di 32 pagine. Guardando le priorità, subito sorgono i primi dubbi: come farà il governo a inserire in queste direttrici i 557 progetti sul tavolo dei ministeri? C’è il rischio concreto che la definizione del piano si trasformi in una guerra tra dipartimenti governativi, tra chi incassa di più e chi incassa di meno. E spesso i progetti sul tavolo dei ministeri non sono di stretta necessità, come un parco sotto al ponte di Genova oppure di opere di cui si parla da anni, e qui si torna sul sempiterno Ponte (o Tunnel?) sullo stretto di Messina. Sicuramente ci saranno molte proposte che faranno discutere, come l’ammodernamento degli impianti di molitura delle olive, assunzioni nella pubblica amministrazione, il potenziamento del servizio meteo e la creazione di una sorta di Amazon Italiana, una piattaforma di e-commerce per il Made in Italy.

Da tempo emergono nuove voci su una riforma fiscale progressiva dell’IRPEF suggerita dal Ministro Gualtieri, da finanziarsi con il Recovery Fund: tante le proposte, da quella di Italia Viva con 3 aliquote e un minimo esente di 8000 euro, al sistema “alla tedesca” con un algoritmo che calcola con efficienza quanto bisogna dare allo stato. Bruxelles non è però troppo entusiasta della proposta italiana di rimodulare la fiscalità con il Recovery Fund, O ancora, la Commissione Europea, sostenuta dal ministro dell’Ambiente Sergio Costa, ha stabilito che il 37% dei fondi (nel caso dell’Italia, circa 75 miliardi) vanno spesi in progetti Green: ancora il tutto è molto generico, perché oltre ad obiettivi piuttosto vaghi come la decarbonizzazione dei trasporti, l’efficienza energetica, la realizzazione della TAV Torino-Lione e i richiami a nuove infrastrutture, non c’è niente di specifico, a differenza della ricca sezione dedicata a questo tema sul piano francese: né un piano per lo sviluppo dell’economia circolare, né una strategia energetica per passare alle rinnovabili dal carbone e dal petrolio.

Sullo sfondo, la mancanza di un serio piano nazionale di riforme che il paese deve presentare alla commissione, di cui potrebbero far parte non solo la sopra citata riforma fiscale, ma anche una riforma della giustizia e della burocrazia, caldeggiate dalle istituzioni internazionali. La sfida ora sarà elaborare un piano concreto, funzionante e che migliori veramente la vita degli italiani, oppure ci distingueremo ancora una volta come gli ultimi della classe in Europa.

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