Montaggio tra foto di Paolo Colella e foto di Marcelo Leal da Unsplash

A Sheffield, a teatro, ma non era Shakespeare

6 Dicembre 2021

“Dai, vai a Manchester perché hai l’amante” disse mio cognato ad una cena tra amici in cui c’era anche quella che sarebbe diventata mia moglie, sua sorella. Era il suo modo di prendermi in giro, di far sapere a tutti che il giorno dopo sarei partito per andare a Sheffield, facendo tappa a Manchester (l’aeroporto più vicino era lì) per andare a vedere le semifinali del Campionato mondiale di snooker, previste a fine aprile 2014.

Il giorno successivo sarei salito sul volo Ryanair delle 10:55, in arrivo alle 12:25. Atterrato, salgo sul primo taxi. Il tassista, cd degli Smiths in sottofondo, alquanto loquace, mi chiede se fossi andato lì in vacanza:

“Have you ever known someone landed for a vacation?”

Lui rise e corresse “Ok, business or football?

“Snooker”

Rispose con un “wow” e iniziò il suo flusso di memoria sulla carriera del suo idolo Steve Davis, il ricordo vivido dei suoi sei mondiali vinti e le delusioni per le due sconfitte in finale nel 1985 e 1986.

Il giorno dopo salgo su un treno che mi porta da Manchester a Sheffield; attraversare in treno il Peak District National Park, quelle distese di erba alta e alberi ad alto fusto, un panorama che si ripeteva identico miglio dopo miglio, mi ha riportato alla mia infanzia, quando mi allungavo, per lungo tempo, su quelle distese di verde incolto: quel senso di pace, serenità, col sole tiepido di primavera e qualche folata di vento, mi faceva venire qualche brivido di freddo lungo la schiena.

Arrivato a destinazione, mi dirigo subito al Crucible, teatro delle semifinali. Mi metto in fila per l’ingresso, perlopiù uomini vicini ai 60, ognuno rigorosamente con una pinta di birra in mano, e, pur non potendolo affermare con certezza, credo di essere l’unico non britannico. Pochi minuti dopo l’ingresso nell’arena, il presentatore Rob Walker introduce gli sfidanti del match della sessione pomeridiana, Ronnie O’Sullivan contro Barry Hawkins. Avevo comprato i biglietti per la sessione pomeridiana e quella serale che vedeva avversari Selby vs Robertson, ma ero andato li soprattutto per O’Sullivan.

Ronnie O’Sullivan – Wikimedia Commons

Ecco, O’Sullivan è per lo snooker quello che Federer è per il tennis, Ronaldo (quando dico Ronaldo intendo Ronaldo) per il calcio, Rossi per le moto. Per i titoli, il carisma, il valore, per indole. E ci sarebbe da scrivere un libro e dovrebbero interviene sociologi, psicologi e perché no, criminologi. All’anagrafe Ronald Antonio O’Sullivan, di madre siciliana, donna del sud, schiva, carattere forte, e di padre irlandese, sangue caldo. Ronnie, che ben presto prenderà il nickname di Rocket (“il razzo”) per via della velocità di pensiero e azione attorno al panno verde, molto legato al padre, è un enfant prodige della stecca, a 10 anni realizza il suo primo centone, a 15 la sua prima serie perfetta di 147, a 18 anni vince il primo dei suoi (finora) 20 titoli della triplice corona, per intenderci l’equivalente dei tornei degli slam per il tennis. Sembra lanciato verso una carriera brillante, in ascesa verso l’olimpo spinto dal suo talento smisurato, dai suoi virtuosismi che hanno rivoluzionato il gioco, fino a quel momento più lento, tattico e a raggio ridotto (difficilmente si imbucavano biglie distanti tra loro oltre i 2 metri) che vedeva Stephen Hendry splendido interprete dell’epoca nei primi anni ’90. Tuttavia fuori dal campo iniziano i problemi, quelli veri.

Suo padre finisce in galera per omicidio (uscirà solo nel 2010, dopo 18 anni), sua madre Maria viene arrestata per evasione. Il diciottenne Ronnie, oltre allo snooker, deve portare avanti l’attività di famiglia e badare alla sorella minore. Ronald era già un ragazzo a dir poco esuberante: lo snooker, per un po’ lo tenne a bada, ma era un’effimera illusione. Prima la dipendenza dall’alcol, poi l’abuso di droghe, alla fine l’ossessione per il cibo: il giovane O’Sullivan finisce in depressione, costretto a seguire delle terapie che si protrarranno, con risultati altalenanti, per oltre 15 anni. Nel corso di quegli anni gli vedremo abbandonare il tavolo nel mezzo di un match contro il rivale dell’epoca Stephen Hendry, e poi litiga con i colleghi, commentatori ed è in polemica continua con il chairman della Snooker Association, Barry Hearn, minaccia il ritiro dalle competizioni un giorno sì e l’altro pure (pur giocando tra i professionisti ininterrottamente ormai da 29 anni). Alla soglia dei 40 anni, oggi ne ha 47, riesce a ritrovare un equilibrio perduto, che forse non aveva mai neanche conosciuto.

Oggi, ancora brillante giocatore, scrive libri, è runner amatoriale di ottimo livello, arguto e pacato commentatore televisivo, tiene rubriche in tv su sana alimentazione e cucina salutare. 

Ronnie quella sera era in una delle sue giornate di grazia. Era la terza delle quattro sessioni, annienta l’avversario e chiude il match con sessione d’anticipo vincendo con 17 frame (partite) a 7.

Ma forse è bene fare un passo indietro. Lo snooker è una specialità, giocata soprattutto nel Regno Unito, del biliardo e, a differenza di quest’ultimo, prevede un tavolo di dimensioni maggiori (384×205cm), una palla bianca, 15 palle rosse e altre 6 colorate (gialla, verde, marrone, blu, rosa, nera).

All’inizio del turno il giocatore deve colpire la palla bianca con la stecca e se con questa mossa il giocatore riesce a imbucare una biglia rossa ottiene un punto. Successivamente deve dichiarare un colore (corrispondente a quello di una delle biglie colorate), se riesce a imbucare la pallina del colore dichiarato ottiene i punti corrispondenti alla pallina di quel colore e può nuovamente tentare di mettere in buca una rossa, e così via. Il turno finisce quando il giocatore non imbuca la pallina rossa o quella del colore dichiarato. Le biglie rosse restano nella sacca dopo essere state imbucate, mentre le biglie colorate tornano alla loro posizione iniziale, detta “spot”.

L’obiettivo è vincere il frame facendo una serie di punti che consenta a chi è al tavolo di non essere superato. Il massimo di punti ottenibili in un turno è 147, ovvero i punti derivanti da 15 imbucate alternate di rosse e nere, che permettono di raggiungere il punteggio più alto, a cui sommare, alla fine, la serie delle palline colorate da imbucare in ordine di valore dalla minore, la gialla, alla maggiore, la nera.

ColorePunti
Rosso1
Giallo2
Verde3
Marrone4
Blu5
Rosa6
Nero7
La corrispondenza Colore-Punti nello Snooker

Terminata la sessione, prima di assistere al match serale, mi fermo lì, al Crucible. Nell’atrio c’è una sorta di effigie di Paul Hunter, sfortunata e talentuosa promessa dello snooker, scomparso prematuramente a 28 anni, e seduto sulla panchina di fianco c’è un signore sulla sessantina che mi dice “He was the best”. Mi metto a chiacchierare con lui: ad un certo punto non mi è chiaro quello che mi sta dicendo e gli chiedo se può ripetere. Questo è il momento in cui gli inglesi fanno di tutto per farsi stare sulle palle. Ripetono la medesima frase, con la medesima inflessione, le medesime parole e si stupiscono del fatto che tu non abbia ancora compreso. Non dico di farsi capire a gesti ma almeno provare a parlare più lentamente, scandire le parole, usarne altre. Alla fine riusciamo ad intenderci e mi dice che lui, quando c’è il mondiale di snooker, va lì, a Sheffield, si siede sulla panchina vicino a Paul Hunter e guarda i match sulle tv all’esterno del teatro. Per lui è una sorta di pellegrinaggio, il suo speciale 2 novembre; quando lo saluto mi dice “I hope we’ll meet out there”. “You can count on it”, rispondo. 

La sessione serale, iniziata alle 20, vede in semifinale Selby vs Robertson e offre uno spettacolo di altissimo livello. Un fantastico testa a testa. Alle 22:15 avevo però l’ultimo treno per Manchester. Sapevo di dover andar via ma rimandavo di minuto in minuto. Non c’era più tempo, inizio una corsa in stile Cenerentola, senza perdere la scarpa, perdendo però l’ultimo treno.

Ma qui inizia un’altra storia.

Mi ero ripromesso di tornarci l’anno successivo. Poi sono arrivati il matrimonio, gli impegni sempre più pressanti a lavoro, le bimbe, il Covid. Ma presto o tardi tornerò, nel vero Theatre of Dreams.

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