In un mondo alle prese con una pandemia di coronavirus, vale la pena parlare di AIDS e/o di HIV? Assolutamente sì. Il fatto che non si parli (o si parli sempre meno) dell'”altra pandemia” non significa che non esista più o che il pericolo sia cessato.
L’AIDS è l’acronimo della acquired immunodeficiency syndrome, la sindrome da immunodeficienza acquisita. La combinazione di questi tre termini descrive perfettamente il problema di fondo: un individuo affetto da AIDS e impossibilitato a ricevere le terapie andrà incontro ad un progressivo indebolimento del sistema immunitario, evento che spalancherà le porte dell’organismo all’infezione di patogeni opportunisti. Fu proprio così che nel lontano 1981 due gruppi di ricerca riportarono anomali casi di polmoniti da funghi in comunità di omosessuali e tossicodipendenti (Gottlieb et al., 1981; Masur et al., 1981). L’AIDS divenne ben presto una pandemia che conosciamo e che al giorno d’oggi ha fatto circa 32 milioni di morti (WHO – HIV/AIDS Key Facts; UNAIDS – 2019 fact sheet). L’agente patogeno responsabile dell’AIDS è l’HIV, il virus dell’immunodeficienza umana (Barré-Sinoussi et al., 1983). L’HIV è un retrovirus, ovvero si replica sfruttando un processo che va contro (dal latino, retro = al contrario, all’inverso) il dogma centrale della biologia molecolare. Tale dogma afferma che l’informazione genetica viene trasmessa dal DNA all’RNA messaggero (mRNA) e dall’mRNA alle proteine. Pur avendo due molecole di mRNA che potrebbero (almeno in teoria) essere direttamente tradotte in proteine virali, i retrovirus convertono tali molecole in DNA, che viene successivamente integrato in quello della cellula ospite infettata. In particolare, l’HIV aggredisce cellule del sistema immunitario che esprimono il recettore CD4 sulla superficie, il cui numero diminuisce con il progredire della malattia.
La scoperta di proteine virali uniche come la trascrittasi inversa e l’integrasi ha però permesso lo sviluppo di specifici farmaci antivirali specifici. La combinazione di due o più di questi inibitori farmacologici prende il nome di ART (antiretroviral therapy, terapia antivirale) e si è dimostrata altamente efficace nel mantenere sotto controllo la replicazione virale (Arts and Hazuda, 2012). Nonostante i continui sviluppi in questo settore portino a risultati sempre più incoraggianti riguardo alla stabilità e alla sicurezza dei farmaci antiretrovirali (Taylor et al., 2019), rimangono ancora due grandi problemi interconnessi. La capacità dell’HIV di integrarsi nel nostro DNA fa sì che in alcune cellule tale DNA virale rimanga latente, ovvero non dia origine a nuove particelle virali (Eisele and Siliciano, 2012). Dal momento che l’ART inibisce la replicazione attiva del virus, la presenza di questi serbatoi di DNA virale rappresenta al momento il più grande ostacolo da superare per poter eradicare l’AIDS (Datta et al., 2016).
La cura migliore rimane dunque la prevenzione. Una corretta informazione, una seria educazione sessuale e l’uso corretto dei contraccettivi rimangono le nostre armi migliori per limitare la diffusione dell’HIV. In mancanza di un vaccino efficace, non è da escludere l’ipotesi che si possa imparare e ricavare qualcosa di nuovo dai vaccini a RNA impiegati tutt’oggi per combattere il SARS-CoV-2. Solo con la ricerca potremo dunque dare una risposta alle domande irrisolte e dare una speranza in più all’umanità per sconfiggere “l’altra pandemia”.
Bibliografia
Arts, E.J., and Hazuda, D.J. (2012). HIV-1 antiretroviral drug therapy. Cold Spring Harb. Perspect. Med. 2, a007161.
Barré-Sinoussi, F., Chermann, J.C., Rey, F., Nugeyre, M.T., Chamaret, S., Gruest, J., Dauguet, C., Axler-Blin, C., Vézinet-Brun, F., Rouzioux, C., et al. (1983). Isolation of a T-lymphotropic retrovirus from a patient at risk for acquired immune deficiency syndrome (AIDS). Science 220, 868–871.
Eisele, E., and Siliciano, R.F. (2012). Redefining the viral reservoirs that prevent HIV-1 eradication. Immunity 37, 377–388.
Gottlieb, M.S., Schroff, R., Schanker, H.M., Weisman, J.D., Fan, P.T., Wolf, R.A., and Saxon, A. (1981). Pneumocystis carinii pneumonia and mucosal candidiasis in previously healthy homosexual men: evidence of a new acquired cellular immunodeficiency. N. Engl. J. Med. 305, 1425–1431.
Masur, H., Michelis, M.A., Greene, J.B., Onorato, I., Stouwe, R.A., Holzman, R.S., Wormser, G., Brettman, L., Lange, M., Murray, H.W., et al. (1981). An outbreak of community-acquired Pneumocystis carinii pneumonia: initial manifestation of cellular immune dysfunction. N. Engl. J. Med. 305, 1431–1438.
Taylor, B.S., Tieu, H.-V., Jones, J., and Wilkin, T.J. (2019). CROI 2019: advances in antiretroviral therapy. Top. Antivir. Med. 27, 50–68.



