A risolvere la partita di mercoledì in Champions è stato un protagonista inatteso, Junior Messias. L’ex esterno del Crotone, finora oggetto misterioso quasi inutilizzato, si è incuneato tra i due centrali dell’Atletico Madrid e ha colpito magistralmente di testa il traversone che Kessiè aveva pennellato dalla fascia sinistra. Oblak non ha potuto opporsi in alcun modo. Il passaggio del turno rimane un sogno molto complicato per il momento, ma l’ennesima prova di forza del Milan ha un valore che va oltre al risultato della singola competizione.
Pioli is on fire
Il top player di questa squadra è indubbiamente Stefano Pioli. Al suo arrivo, ormai due anni fa, molti erano scettici. Un po’ c’era la delusione per aver visto sfumare l’arrivo di Spalletti, tanti poi avevano negli occhi la sua esperienza non fortunatissima all’Inter. La partenza fu uno shock e i problemi culminarono nella disfatta di Bergamo, in cui gli orobici vinsero per 5-0 una partita a senso unico.
A gennaio arrivò Ibrahimović, la squadra si compattò e lentamente trovò un’identità di gioco. Molti diedero giustamente i meriti allo svedese: avere nello spogliatoio un fuoriclasse che dava l’esempio a cui rivolgersi nei momenti di difficoltà era un plus innegabile. Con il senno di poi, tuttavia, è sembrato sempre più evidente che la mano di Pioli è stata decisiva, anche nel gestire e valorizzare il ruolo Ibra come leader attitudinale prima che leader tecnico. Motivo per cui, tra l’altro, la dirigenza rinunciò a chiamare Rangnick, ora a un passo dal Manchester United.
Dopo un sesto posto raggiunto di rincorsa e uno scintillante secondo posto nella stagione successiva, Pioli ha dato ai rossoneri una dimensione ben precisa. Rientra nella categoria dei normalizzatori. Disegna la squadra in base ai giocatori che ha e che valorizza fino all’ultimo, e lavora nel lungo periodo sui singoli. Non alza inutilmente la tensione e dà la sensazione di aver sempre in pugno la situazione.
Ha lavorato in silenzio e riportato il Milan dove meritava, i tifosi del Milan non aspettavano altro. In segno di gratitudine hanno creato un coro, “Pioli is on fire“, modificando il ritornello della famosissima “Freed from desire”.
L’identità di gioco
Non va dimenticato, inoltre, un dettaglio non da poco: il Milan gioca bene, molto bene. Se l’inizio dell’era Pioli era contraddistinto dall’assoluta centralità di Ibra, ora, anche complici i diversi stop del centravanti svedese, non è più così. Il gioco propositivo e l’atteggiamento spregiudicato prescindono gli interpreti.
Tra l’altro il piolismo di questo biennio rientra nel DNA storico del Milan vincente d’altri tempi: solidità difensiva ma terzini offensivi, centrocampo che coniuga qualità e quantità, esterni che saltano l’uomo. Sempre coerentemente a quel famoso DNA c’è un altro fattore dirimente: la squadra non si snatura a seconda dell’avversario che si trova di fronte. Anche a costo di rischiare qualcosa in più, i rossoneri non rinunciano quasi mai a fare la partita.
Quando non accade, come nella fase centrale del derby, è perché l’altra squadra gioca bene e, comunque, l’impressione è che da un momento all’altro il match possa cambiare segno. Chiedere proprio ai cugini nerazzurri per gli ultimi tumultuosi dieci minuti, allo spumeggiante Hellas Verona o anche al Liverpool, vittorioso ad Anfield contro un Milan stoico.
Elliot sta lavorando bene
Anche se i primi tempi in via Aldo Rossi del fondo Elliot non sono stati certamente dei migliori, con il tempo è la situazione è diventata quasi idilliaca. Ivan Gazidis, arrivato dall’Arsenal dopo l’addio di un giustamente polemico Boban, e Paolo Maldini hanno fatto un ottimo lavoro insieme al presidente Paolo Scaroni.
Il Milan ha chiuso il bilancio 2020/21 con perdite per 96,4 milioni di euro. Non ci si inganni dal momemento che il rosso è stato addirittura dimezzato rispetto all’esercizio 2019/20. Bisogna dire anche che Elliot è arrivato dopo un periodo di gestione folle dei cinesi, che avevano a loro volta ereditato una società fragile da Berlusconi. Oltre al risanamento dei conti vanno registrati i passi avanti per la costruzione del nuovo stadio, conquistati insieme alla sinergia con l’Inter, che è stato annunciato dal sindaco Sala, nonostante le pressioni ostili di una parte della sua maggioranza.
La politica di inflessibilità sui rinnovi contrattuali stellari applicata dai dirigenti sta pagando dal punto di vista economico ma anche sportivo: tutti sono importanti ma nessuno è insostituibile. Così Maignan non sta facendo rimpiangere un Donnarumma demoralizzato dalle panchine parigine e Brahim Diaz è diventato un titolare affidabile, più di quanto Calhanoglu lo sia stato l’anno scorso. Vista la crescita di Krunic e Tonali, oltre all’arrivo certo di Adli, Kessié è uomo avvisato: Atangana, il suo agente, non deve tirare troppo la corda.
Una rosa ben costruita…
Nel mercato estivo ci sono state importanti conferme di giocatori cresciuti tantissimo: Tonali, Diaz e Tomori. Decisiva è stata la decisione di aspettare la crescita dei giovani, oltre ai classe ’99 e ’00 appena citati, si deve ricordare la crescita costante di Leao, Bennacer e Calabria. Altri, come Kjaer, Ibra e Kessiè, sono stati rivalutati. Altri ancora, come Kalulu, Maldini e, forse, Pellegri, arriveranno se gli sarà dato il tempo necessario.
Oltre all’arrivo dell’ex estremo difensore del Lille e a Giroud, sono stati fatti innesti di punteggio: giocatori non titolari che permettono di sostituire i pezzi più pregiati della rosa. Tornato Bakayoko, Ballo Tourè e Messias sono le due nuove opzioni. Questi tre per ora non hanno rispettato le aspettative a onor del vero, ma sarebbe errato dare giudizi affrettati visti i precedenti.
La società ha fornito a Pioli una rosa ampia, senza fuoriclasse unger 40, di giocatori funzionali e il mister ha saputo valorizzarli. Anche Castillejo, quasi scomparso dai radar, e Messias hanno avuto il proprio momento di gloria quando sono stati chiamati in causa. Ogni volta che il Milan sembra finito, un giocatore diverso tira fuori dal cilindro un colpo inaspettato. La storia di Junior Messias, fattorino fino a due anni fa, che permette ai rossoneri di rimanere a galla nel discorso qualificazione è assolutamente emblematica.
A queste condizioni i rossoneri possono continuare a sognare in Italia e in Europa e, magari, torneranno anche ad alzare qualche trofeo…
…ma guai ad abbassare la guardia!
…tuttavia non sono pochi i sintomi che mettono in evidenza i limiti di questa squadra.
Le brutte sconfitte contro Fiorentina e Sassuolo sono anche le due peggiori prestazioni stagionali. La centralità assoluta di Tomori, assente nei due match, non è mai stata in discussione, il problema è che le pessime performance di Romagnoli e Gabbia lo rendono insostituibile. Allo stesso modo, quando Théo Hernandez è stato sostituito i tifosi rossoneri hanno tremato ogni volta che Ballo Tourè sfiorava (o non sfiorava) il pallone. Kessié sta commettendo una quantità di errori gravi inquietante, soprattutto visto che chiede alla società un rinnovo monstre.
Ma al di là degli sbagli dei singoli, il dato preoccupante è l’elevatissimo numero di infortuni che ha reso impossibile per Pioli individuare una formazione titolare e proporla con continuità. Per quanto i sostituti abbiano spesso fatto un ottimo lavoro, è difficile immaginare di poter continuare ad alto livello in questo modo. Soprattutto se i rossoneri dovessero andare avanti in Champions o in Europa League, imponendo di fatto maggiori rotazioni all’allenatore.
Inoltre, il Milan si è giocato fin qui il suo futuro unendo una discreta qualità a molta quantità. Nessuno fraintenda: non dico che la squadra di Pioli sia catenacciara, anzi il contrario. Ma proprio per lo stile di gioco che adotta non può permettersi cali di attenzione, errori individuali e, nello specifico, un centrocampo che sia un filtro efficace.
Questo discorso finale non deve smorzare l’entusiasmo, ma va fatto perché la prestazione insufficiente, come si è visto, è dietro l’angolo. Sarebbe un peccato svilire questa storia di impegno, programmazione e crescita per una mancata attenzione ai dettagli.



