Lunedì e martedì gli iscritti del Movimento 5 Stelle hanno votato sì all’accesso al 2 per mille: il finanziamento pubblico al partito. Che spettacolo! Non bastano due mani per contare le giravolte compiute dal Movimento una volta entrato nella proverbiale scatoletta di tonno che prometteva di aprire. L’ennesimo tabù fondativo infranto, gli anticasta diventati casta che abbandonano le loro idiote battaglie identitarie. Un viaggio per scoprire i mali dell’antipolitica e i danni che questa ha causato e causa tuttora. Viva il privilegio politico! Viva la casta!
Nel lontano 2013 Beppe Grillo rilasciava un’esilarante intervista a Euronews. Ora, i lettori mi scuseranno per la corposa dissertazione che sto per fare. Io ci ho anche provato a fare una sintesi dei punti salienti, ma ogni uscita del fondatore del M5s è terribilmente più saliente e tragicomica di quella precedente. Perciò fidatevi, ne vale la pena. Tracannando un caffè (preparato con moka) Beppe Grillo, bello smargiasso, esordisce: «È così facile cambiare questo paese? Stiamo facendo un cambiamento epocale senza mezzi, senza soldi, con un furgone».
Annuncia di voler spazzare via politici (li definisce «frustrati» e «disadattati mentali»), intermediari, giornali e televisioni. Accusa i giornalisti di non avere il linguaggio per capire il Movimento. Si fa vanto di essere «andato in Europa a spiegare qual è il giro dei soldi dell’Europa» e di aver vinto «il premio come eroe europeo nel 2005» insieme a Mandela e Bono, definendosi «più europeista di tutti».
Sproloquiando di multinazionali, olio d’oliva, limoni e «maiali belgi con la cittadinanza di Parma» (sì, mi dispiace), si concede un inciso per far presente all’intervistatore che le persone che gironzolano lì intorno lavorano gratuitamente per lui: i grillini della gleba. Battuta mia, ché qui bisogna precisare. Mentre il giornalista sta pensando ai di lui genitori, ai sacrifici che essi hanno fatto per pagargli gli studi e guarda la fine che ho fatto, maledetto me, Beppe Grillo è incontenibile: «Quando andiamo a fare benzina scambiamo mozzarelle e formaggi con il gasolio».
Non credo sia legale. Ma stai qui a fare il pignolo e Beppe Grillo si è già evoluto dal baratto al denaro e sta dispensando la sua ricetta per la crescita: «Un giovane deve avere tre anni di tempo con 1000 euro al mese per rendersi conto di cosa fare. Lavoro è una parola orribile. Meno energia, meno materiale, meno lavoro». Mica mozzarelle.
Finita la ricreazione, torniamo seri. Il momento più inquietante e rilevante dell’intervista è quello in cui Grillo paragona il M5s a un’epidemia, a un virus che si sta allargando. Dico che è rilevante perché si tratta di un’amara verità. Il populismo del M5s è un modo di fare politica che ha contagiato la quasi totalità dell’arco parlamentare italiano. Vediamo alcuni esempi.
Torniamo indietro di cinque anni. 2016, salotto di Porta a Porta, il leader della Lega Matteo Salvini chiede all’allora ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan quanto costi un litro di latte. Padoan non sa rispondere. Salvini, soddisfatto, si chiede come faccia Padoan a gestire l’economia di un paese senza sapere il prezzo di un litro di latte, ritenendo questo un fondamentale sul quale non si possa transigere. La casalinga è soddisfatta: pure lei che ha la terza media saprebbe rispondere, piglia su, caro signor ministro dei miei stivali! I giornali titolano con i soliti «figuraccia», «choc», «sbem e sbam». Il ministro colto in flagrante fa notizia. Mi ricorda quello sketch di Una pezza di Lundini in cui il tenente Silvestri, chiamato in causa per fare una domanda al matematico Piergiorgio Odifreddi, gli chiede, in qualità di esperto di numeri, di chi sia un certo numero di telefono con prefisso «02». Surreale.
Rimaniamo nell’ambito alimentare. È il giorno prima di Ferragosto 2021 e il presidente del Consiglio Mario Draghi decide di andare a fare la spesa. Qualcuno lo fotografa e subito i giornali irrompono: «Draghi al supermercato come un cittadino comune». Notizia clamorosa. Non sapevo che mangiasse pure. E io che pensavo, ma tu guarda: proprio come quel testone di mio marito, stamattina dal salumiere. Signo’ so due etti e venti, che faccio, lascio?
Un altro episodio da analizzare avviene a marzo 2021. Periodo di vaccinazioni, tocca al presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Il presidente decide di seguire le procedure del normale cittadino. Aspetta il suo turno, si mette in fila, attende i rituali quindici minuti insieme a tutti gli altri. Anche in questo caso la notizia si diffonde rapidamente e la gran parte dei commenti è di lodi e plausi all’encomiabile gesto di Mattarella. Addirittura Repubblica parla di «pedagogia repubblicana».
Non mi azzardo nemmeno a tacciare di populismo il presidente Draghi e il presidente Mattarella, probabilmente le figure più antipopuliste attualmente esistenti nella politica italiana. Rilevo solo che sono tempi strani quelli nei quali per piacere ai cittadini devi mostrarti esattamente come loro. Non è necessario risolvere una crisi politica, pronunciare un bel discorso o fare un’ottima riforma: basta andare dal salumiere o rispettare una fila.
Tutto perde di significato sotto l’ombra dell’uno vale uno. Benedetto Croce sosteneva che il politico onesto fosse il politico capace. Questa frase dovremmo ricordarla agli attuali ostentatori seriali dell’onestà-tà-tà: politici incapaci che considerano lodevole rinunciare ai privilegi, tagliarsi lo stipendio, viaggiare in autobus senza scorta. La figura del politico gode di alcuni privilegi, necessari per la tutela personale e per consentirgli di svolgere al meglio la propria professione: è giusto che ne usufruisca, perché un Sergio Mattarella o un Mario Draghi non valgono quanto un Francesco Cannucci dalla provincia di Pesaro Urbino.
Mi hanno sempre insegnato che lo stipendio del politico debba essere elevato per due motivi fondamentali. Primo: perché più si guadagna e meno si è corruttibili. Secondo: perché più si guadagna e più il mestiere del politico diventa attrattivo per le persone capaci. Dunque guardo sempre con sospetto chi inveisce contro la casta e gli emolumenti troppo alti di chi fa politica. L’ottimo Mattia Feltri nel Buongiorno del 26 novembre sulla Stampa scrive: «Io sono a favore di tutti i privilegi, compresi quelli non ancora inventati». Meraviglioso: ha detto tutto lui.
Dovremmo esigere che la classe politica che eleggiamo sia migliore di noi, che, sì, riceva le nostre istanze ma le declini grazie a un’approfondita conoscenza dei temi. Invece ci innamoriamo di quelli che riproducono tali e quali le parole che abbiamo pronunciato la mattina al bancone del bar. Così torniamo a Beppe Grillo, che rilascia un’intervista mentre beve caffè (della moka) e ripete la stessa pappardella che ripeteva stamattina mio marito con quell’altro amico suo. E ci piace, e lo votiamo, e gli lasciamo distruggere un paese solo perché è indistinguibile da noi.



