Photo by SPDP from Flickr
/

Albert Camus, giornalista impegnato fra l’etica e la morale

Quali sono gli obiettivi e i doveri di chi occupa uno spazio nei media? Che cosa distingue un giornalista da un cortigiano? L’autore de “Lo Straniero”, premio Nobel 1957, non avrebbe scelto questa strada. Intraprese la professione per caso. Non negava di avere delle idee. Nell’esercizio del mestiere, tuttavia, le rimetteva sempre al servizio della verità e della libertà. Gli articoli del “giornalista” Camus consegnano agli aspiranti una preziosa lezione di deontologia, etica professionale, morale civica e disprezzo per le fake news.

Conosciuto prevalentemente per la sua produzione meditativa e narrativa, Albert Camus non si riconobbe però mai nell’etichetta di “filosofo”, né dimostrò di aspirarvi con ambizione. Isolato dalle grandi menti accademiche del suo tempo, malato fisicamente e forse troppo fuori dagli schemi per la funzione cattedratica, il padre dell’assurdo preferì infatti sempre essere definito “artista” o tuttalpiù “scrittore”. In memorabili romanzi di chiara fama (La Peste, Lo Straniero) e coraggiosissimi saggi (L’uomo in rivolta), diede voce a un’analisi della condizione umana incredibilmente vivace ed attuale. Pochi addetti ai lavori hanno notato tuttavia come in molte fatiche letterarie di Camus sia possibile rintracciare elementi “figli” dell’esperienza di cronista, cui il più celebre fra i nativi dell’Algeria francese restò sempre intimamente legato. Tanto da maturare una vera e propria “vocazione”.

Avviato alle collaborazioni con la stampa dal bisogno di una sussistenza economica, dopo alcuni anni di travagliate esperienze politiche e produzioni teatrali censurate dai poco tolleranti governatori della colonia nordafricana, il giovanissimo Camus ebbe modo di sviluppare e portare avanti un’idea di giornalismo impegnata ma mai remissiva, etica ma non per questo parca nelle critiche e, per molti versi, straordinariamente proiettata verso una contemporaneità troppo spesso “seduta” sulla sete di libertà che contraddistinse la generazione di intellettuali di cui Camus fu espressione. 

Un ragazzo del Mediterraneo… venuto dal nulla

La città di Algeri oggi
Photo by ufo73 on Earth from CC Search. “Alger” by ufo79 on earth is licensed with CC BY-SA 2.0.

Algeri, 1938. Albert Camus ha 25 anni, pochi e astratti progetti artistici all’attivo e ancor meno denaro in tasca. Orfano di padre, morto durante la Battaglia della Marna, ha trascorso tutta la sua infanzia nel malfamato sobborgo proletario di Belcourt, un disagiato quartiere in cui convivono abitanti stranieri, arabi e “coloni” bianchi, ma non certo i rampolli della buona borghesia di estrazione occidentale.

L’Algeria dipinta nelle cartoline, affacciata sull’Occidente, per Camus, è rimasta luogo ignoto fino agli anni liceali, in cui ha avuto l’occasione di sperimentare il più duro dei raffronti: le estreme difficoltà economiche della sua famiglia, conosciute sin dalla tenera età, stridono infatti con la fortunata condizione di molti suoi compagni di classe, che, certo, non hanno dovuto impegnarsi più di tanto per concedersi studi di livello superiore. Nel disadorno appartamento in cui si vergogna anche solo di invitare gli amici, la giovane promessa trascorre infatti i primi anni della sua vita fra l’analfabetismo sordo e impotente dell’amata madre Catherine e il rigido rigore imposto dalla severa nonna Maria Caterina, emigrata in Algeria da Minorca, che per il nipote auspicherebbe l’abbandono immediato dei banchi di scuola e il raggiungimento in tempi brevi dell’autosufficienza economica. 

Drammaturgo per vocazione, attivista per impegno…

A minare il suo percorso di emancipazione, che la Borsa statale per la prosecuzione degli studi sta favorendo, è ancora una volta la sventurata coincidenza della povertà con la diagnosi della tubercolosi a 17 anni. Impossibilitato a coltivare la promettente passione per il calcio (si racconta che avesse un solo paio di scarpe che la nonna gli impediva di sporcare), prova a lanciarsi, nel 1935, in un’avventura politica che non avrà seguiti positivi: la militanza nel Partito Comunista locale, cominciata con l’assunzione della direzione del Teatro del Lavoro di Algeri, si chiuderà dopo appena due anni.

Nonostante le comuni simpatie progressiste e gli ideali di giustizia in cantiere, Camus non riesce a trovare nel PCA un punto di riferimento: il sottile disprezzo per la solidarietà che il giovane direttore della compagnia del Lavoro chiede di mostrare nei confronti delle minoranze musulmane d’Algeria corre fra le fila del partito. A turbare il settarismo intollerante dei dirigenti sono infatti soprattutto gli spiriti liberi come Camus, la cui infatuazione per il comunismo terminerà con l’espulsione dal partito e dall’ensemble teatrale. 

Amareggiato dalla radiazione, figlia della faziosità ideologica dei vertici, l’escluso annoterà nei suoi taccuini una frase discutibile ma fondamentalmente corretta: “La politica e le sorti dell’umanità sono costruite da uomini senza ideali e senza grandezza. Gli uomini che hanno una caratura, una grandezza, non fanno certo politica.” 

…E mestierante per necessità

Rassegnatosi a pagare il prezzo della sua libertà e poco propenso a baciamano e vassallaggi di partito, Camus trova di che mangiare con impieghi saltuari e poco attinenti alle sue velleità artistiche: collabora con l’Istituto di Meteorologia di Algeri e lavora dapprima come agente marittimo al porto, poi come commesso in un negozio di ricambi per automobili. Le uniche due occasioni di farsi le ossa trafficando con i ferri del mestiere vengono concesse al giovane disoccupato da due riviste algerine, Sud e La Revue algérienne, sulle cui colonne compaiono gli unici due suoi articoli di critica letteraria precedenti alla fondazione di Alger Républicain

Alger Républicain, la scuola di vita del “giornalista” Camus

Ad offrire l’assist per gli esordi giornalistici dell’oramai ex militante comunista, che poi dedicherà parole severissime al marxismo e ancor di più alle sue degenerazioni ideologiche e totalitarie, è infatti un’opportunità tanto fortunata quanto fortuita: l’arrivo ad Algeri di due simpatizzanti del Fronte Popolare francese, un versante largo di partiti progressisti coalizzatisi per federare l’ampio consenso elettorale uscito dalle urne per l’allora Presidente del Consiglio, il socialista Léon Blum. Jean Pierre Faure e Paul Schmitt riescono nell’impresa di dar vita a una piccola, ma combattiva testata giornalistica indipendente che persegua le posizioni del Fronte, senza concedersi agli eccessi dei comunisti, e si proponga come tribuna dei raggruppamenti popolari e operai.

Alla direzione del quotidiano, denominato Alger Républicain, viene chiamato Pascal Pia, un giornalista con trascorsi fra Parigi e Lione, rimasto sempre dietro le quinte pur avendo giocato un ruolo fondamentale nella vita professionale del Nostro. Il primo numero vede la luce il 6 ottobre 1938: Camus vi è ufficialmente reclutato in qualità di grand reporter (termine che in Francia indica l’inviato speciale) ma si accrediterà rapidamente quale spirito guida dell’intera squadra, arrivando a firmare anche editoriali, commenti e lettere aperte.

La redazione del neonato giornale locale, nato sulla falsariga del confratello di Orano Oran Républicain, conta quasi esclusivamente su giovani talentuosi ma inesperti, fra cui Camus. Assunto “alla cieca”, animerà le pagine della squattrinata testata in un clima intellettualmente brioso, anticonformista e mai disimpegnato. In un panorama mediatico condizionato da un tempo poco propizio per il giornalismo, in cui sia la stampa “borghese” (L’Écho d’Alger) sia quella conservatrice (il quotidiano filofascista La Dépêche Algérienne) non lavorano se non come ordinari megafoni dei potentati colonialisti e delle lobbies economiche, le otto pagine di Alger Républicain compiono quotidianamente, nel quadro di una fase drammaticamente cruciale per gli sviluppi storici del “secolo breve”, un’immersione critica nelle fratture sociali di un’Algeria multietnica e frammentata da laceranti disuguaglianze socio-culturali ed economiche, affrontando anche gli stravolgimenti sullo scenario internazionale che si susseguono mentre gli anni ’30 volgono a conclusione, dalla rottura concreta del fronte di Stresa (con lo sganciamento dell’Italia dagli accordi presi con Francia e Inghilterra) alla fulminante transizione nazionalsocialista della Germania di Hitler. 

Miseria della Cabilia, o come mettere a nudo le colpe del potere

Miseria della Cabilia. Titolo della prima puntata. Foto di Michele Ceci.

Con occhio severo e refrattario ai servilismi, Alger Républicain analizza le vicende del suo tempo professando valori pacifisti, socialisti e radical-libertari che della testata formulano la ratio prima ancora che la semplice linea politica. Le ingiustizie sociali sono un chiodo su cui la redazione del quotidiano algerino batte con martellante insistenza: dal 5 al 15 giugno 1939 escono le dieci puntate del reportage Miseria della Cabilia, a firma Camus. Il reporter, recatosi in loco per studi più realistici delle cantiche entusiaste pubblicate dalla stampa propagandistica, traccia un itinerario ineccepibilmente preciso dell’estremo degrado in cui versa l’antica regione berbera d’Algeria, collinare e sovrappopolata: implementando una precoce forma di data journalism, egli denuncia, numeri alla mano, i tassi di scolarizzazione infimi, l’assenza delle benché minime disposizioni igienico-sanitarie e lo sfruttamento più indecoroso della manodopera, indegnamente retribuita e lasciata in balia degli indisturbati abusi di potere del governo coloniale e dei padronati. Al giorno d’oggi, la Cabilia è classificata dagli esperti di sicurezza internazionale come una delle zone più pericolose e inavvicinabili del Nordafrica, specie a causa dell’alto rischio di manifestazioni terroristiche. Conseguenze esacerbate di moniti intenzionalmente rimasti inascoltati, forse. 

“Ho visto bambini disputare a dei cani il contenuto di una pattumiera. A una mia domanda, un vecchio ha risposto “tutte le mattine succede così”.”

“Sapevo che sarebbe stato dolce abbandonarsi a questa sera sorprendente e grandiosa, ma che questa miseria col suo fuoco rosseggiante poneva dinanzi a noi interdizioni sulla bellezza del mondo.” 

(Albert Camus, estratti da Miseria della Cabilia)

Miseria della Cabilia è il prodotto di quasi un mese di estenuante documentazione: un mese per dieci articoli. Tempi che oggi sarebbero considerati biblici, visti i mezzi ben più evoluti, ma ottimamente spesi. La pubblicazione dei reportage indigna l’élite reazionaria del “partito dei colonialisti”: La Dépêche algérienne ricopre Camus di insulti continuando a magnificare la catastrofe delle dispotiche autorità francesi in Cabilia, la politica “istituzionale” dall’Eliseo adduce motivazioni razziste (“la mentalità sottosviluppata dei berberi”) per giustificare un tale scempio, mentre, di sottecchi, le autorità generali progettano una campagna mirata a far tacere Alger Républicain.

Lucidità, rifiuto, ironia, ostinazione

Nei suoi articoli di cronaca, Camus satireggia deliberatamente sul discutibile Consiglio municipale di Algeri, mettendo minuziosamente in luce i comportamenti grotteschi e immorali di molti esponenti politici locali. Crivella inoltre a spron battuto il sindaco Augustin Rozis, un megalomane sedotto dall’arrembante euforia fascistoide, e costruisce un improbabile dialogo fra un lavoratore miserevolmente stipendiato e gli inquilini dei palazzi del potere. O, ancora, difende Michel Hodent, un impiegato comunale imprigionato per non aver ceduto alle vessazioni dei latifondisti locali di cui aveva denunciato le attività speculative: ne otterrà la scarcerazione dopo una vibrante missiva al Governatore Generale delle Colonie. Da quella storia di malagiustizia originerà lo spunto per la creazione del personaggio di Meursault, l’uomo assurdo de Lo Straniero. Nel giornalismo Camus vede, insomma, l’opportunità di realizzare un suo sogno: dialogare con la realtà attraverso la scrittura, mettendo in pratica le virtù professionali del giornalista libero che pure descrisse nel suo Manifesto del giornalista libero (censurato al tempo su Le Soir Républicain): lucidità, rifiuto, ironia e ostinazione. Redatti in uno stile conciso, asciutto e lessicalmente sobrio, di cui è pregna la prosa de Lo Straniero, i resoconti da lui vergati costituiscono, al pari degli editoriali, l’apice del suo percorso di cronista. Benché dagli articoli di Camus traspaia quasi sempre una presa di posizione, non è opportuno intendere il suo approdo fra le colonne della stampa come la filiazione diretta dello sfortunato biennio di attivismo comunista: a riprova di ciò, in numerosi scritti, la sua penna si scaglia addirittura più vigorosamente contro uno Stato e una politica intrinsecamente corrotti che non contro la grande indegnità dei magnati “privati”, che pure hanno immani responsabilità nell’indecente condizione dei lavoratori. 

Vittime della propria libertà

Pia e Camus sono però consapevoli di quanto le circostanze politicamente sfavorevoli in cui operano, avversino i loro principi guida: libertà, autonomia di giudizio e spirito critico. Alger Républicain, fiaccato dalla trivellante censura, non può certo contare su fondamenta finanziariamente solide. Le debolezze strutturali del giornale vengono ampiamente cavalcate da chi trama per la sua chiusura. A poco serve il tentativo dapprincipio di affiancargli, poi di sostituirgli un gemello pomeridiano, Le Soir Républicain, che, pur potendo contare su costi di avviamento più contenuti, riesce nell’impresa di infastidire, con il suo impegno pacifista, ancora di più potenti e benpensanti. Agli inizi di gennaio 1940 una bolla del prefetto decreta l’immediata cessazione delle pubblicazioni dei giornali repubblicani di Algeri (l’edizione del mattino si era già fermata a fine ottobre).

L’esperienza di Paris-Soir, l’anti-modello

Nel marzo 1940, a salvare Camus da una disoccupazione che non può permettersi di sostenere economicamente, arriva l’opportunità di colmare un incarico vacante al quotidiano Paris Soir, mentre le prime avvisaglie di un conflitto ancor più orrendo di quello che ha falciato suo padre già aleggiano su Parigi. In metropoli, il neoassunto segretario di redazione di Paris Soir si sente uno straniero. Il popolarissimo giornale per cui lavora, distribuito su scala nazionale a tiratura immensa, vanta una linea editoriale ambulante e qualunquista: in altre parole, rappresenta l’emblema di quel costume giornalistico teso solo a inseguire clienti-lettori, che Camus disprezza al punto tale da guadagnarsi l’appellativo di “cultore del giornalismo, avversario della stampa”. Di Paris Soir mal sopporta in particolare la vena sensazionalistica e le oscillanti tendenze politiche: concettualmente orientato verso ideali di giustizia, ma al contempo pronto a corteggiare il dirigismo reazionario del maresciallo Pétain, capo del governo collaborazionista di Vichy.

Quando la furia bellica costringe la direzione del giornale a operare un piano di tagli della forza lavoro, Camus accetta il licenziamento senz’alcuna remora, accogliendo la proposta di rientrare in Algeria, a Orano, per dare lezioni ai bambini ebrei, espulsi dalla scuola pubblica per effetto delle disposizioni delle autorità e accolti in uno stabile privato dall’amico Bénichou. Nel frattempo, nel 1941, una buona notizia raggiunge lo scrittore appena sposato: l’editore Gaston Gallimard, grazie a una lettera di Pia all’influente André Malraux, ha infatti deciso di pubblicare il saggio il Mito di Sisifo e il romanzo Lo Straniero, manifesti della filosofia dell’assurdo. Entrambi i libri produrranno grande clamore nel panorama culturale, quello della Ville Lumière ammorbata dalla guerra, che sarà teatro del tormentato abbraccio intellettuale fra Albert Camus e gli esistenzialisti parigini che illustrano la rive gauche, guidati da Jean Paul Sartre. 

Combat, un giornale corsaro nato nella tempesta

Prima pagina di “Combat”, 8 agosto 1945. L’editoriale di Camus nella prima colonna da sinistra.
Foto di Michele Ceci.

Bisogna però aspettare il 1943 per assistere a un ritorno dell’appena trentenne al giornalismo politico attivo. La repulsione di un giovane assetato di libertà e giustizia, diffidato dal ritornare in Algeria per via delle infauste condizioni belliche, per la deflagrazione dell’oppressivo e guerrafondaio strapotere nazista si fa sempre più forte. Ciò lo spinge, in una Parigi occupata, ad avvicinarsi al movimento di resistenza popolare Combat. Il caporedattore dell’organo di stampa di questo nucleo militante, Claude Bourdet, è stato arrestato dalla Gestapo. Pascal Pia assume temporaneamente le mansioni di direttore della testata, che uscirà clandestinamente fino ai giorni dell’epica liberazione di Parigi. Poiché la tubercolosi gli impedisce di arruolarsi militarmente, il giovane algerino accetta di manifestare il suo sostegno alla Resistenza neI rifugiati locali della redazione, accanto al suo maestro Pia.

Ogni articolo viene naturalmente privato della firma oppure contrassegnato da pseudonimi: Albert Camus, inizialmente incaricato di seguire l’impaginazione del quotidiano, riesce a falsificare i suoi documenti spacciandosi per un tale “Albert Mathé”. Quando poi lo stampatore del giornale viene preso in ostaggio dai tedeschi, a mettere in salvo Combat è proprio la reticenza ostinata dei prigionieri a confessare i nomi dei compagni. “A guerra totale, resistenza totale. Non esistono una Francia che combatte e una che giudica il combattimento. Non potete dire che questo non vi riguarda, perché questa lotta vi riguarda”: questa frase riassume meglio di molte dissertazioni l’antifascismo sul campo professato dalla linea editoriale della testata.

Il 24 agosto 1944 gli Alleati riescono nell’impresa di liberare Parigi. Camus, che di Combat è nel frattempo divenuto il caporedattore (non ha che 31 anni), saluta la sconfitta dell’Asse con editoriali in cui convergono gioiosa soddisfazione e disappunto per il lassismo e l’ipocrisia di una parte della borghesia francese, per cui occupazione e resistenza paiono la stessa cosa. 

“La Parigi che combatte oggi vuole governare domani. Non per il potere, ma per la giustizia. Non per la politica, ma per la morale. Non per la dominazione, ma per la sua grandiosità.” 

“Quando abbiamo vissuto le scene della Liberazione, sapevamo bene della mansuetudine che regnava nei quartieri ricchi, che era frutto dell’ignoranza e dell’indifferenza.” 

Dagli editoriali di Combat “Il sangue della libertà” e “La notte della verità”, 24 e 25 agosto 1944

Camus, giornalista “straniero”

Albert Camus. Photo by DietrichLiao from Flickr

Combat riflette limpidamente l’estraneità politica del suo caporedattore: impegnato per la ricostituzione di una Repubblica democratica che renda il giusto tributo ai caduti della Resistenza, si trova incapace di riconoscersi nello schema bipolare che andrà a dare la scintilla per lo scoppio delle ostilità “fredde”. La redazione del giornale, in cui convivono firme liberali, socialiste e anarchiche, rifiuta di concedere paternalisticamente il proprio appoggio a uno dei due blocchi geopolitici e avanza puntualissime critiche agli eccessi di uno e dell’altro, pur mantenendo posizioni prossime a istanze democratiche, progressiste e liberal-socialiste. Un cartiglio sotto la testata di Combat recita “dalla Resistenza alla Rivoluzione”: una rivoluzione, quella auspicata dai redattori, la cui protagonista non sia certo la violenza di chi spalleggia i sovietici, ma la morale degli umanisti e degli anarchici.

Sulle pagine di Combat trovano spazio, per sua iniziativa, simpatie anche diversissime fra di loro e autorevoli personalità intellettuali della galassia novecentesca francese: Sartre vi firmerà alcune corrispondenze dagli Stati Uniti, mentre il padre nobile del liberalismo europeo Raymond Aron ne diverrà uno dei più frequenti e corrosivi commentatori politici. Fra le altre firme di prestigio, anche quelle di André Gide, poi premio Nobel, e André Malraux, plume de fer di Gallimard, la casa editrice di riferimento di Camus.

Il segreto del buon editoriale: uno stile telegrafico e diretto

Per i suoi articoli d’opinione, Camus non adotta la forma del lungo anatema dello J’Accuse di Zola, preferendovi requisitorie più brevi e secche, ma altrettanto eloquenti e sagaci. Spende parole durissime per gli ex fiancheggiatori di Vichy convertiti, l’immorale collusione della stampa col potere e i partiti di sinistra assuefatti all’URSS.

Nel 1945 il giornale condanna impietosamente il clima entusiastico che incensa l’immorale lancio dell’atomica sul Giappone, senza menzionare neppure una volta gli USA. In un vibrante intervento entrato negli annali della storia del giornalismo, lui, antifascista senza esitazioni, non solo mette per iscritto l’angosciante legittimazione politico-scientifica della mortificante soluzione americana, ma stende anche un vero e proprio manifesto idealistico contro predomini, egemonie e abusi di potere. 

La civilizzazione meccanica va raggiungendo il suo più elevato grado di ferocia (…) Capiamoci bene: se i giapponesi capitoleranno dopo la distruzione di Hiroshima e sotto la pressione dell’intimidazione, non potremo che crogiolarcene. Ma ci rifiutiamo di trarre da una notizia così grave (uso dell’atomica, ndr) altre considerazioni se non quella di credere ancor più convintamente in una vera organizzazione internazionale, ove le grandi potenze non abbiano diritti superiori alle medie e piccole nazioni, dove la guerra – vero e proprio flagello giunto a conclusione per il solo effetto dell’intelligenza umana – non debba dipendere certo dagli appetiti o dalle dottrine di questo o di quello Stato.” 

Editoriale di Combat dell’8 agosto 1945

Camus sarebbe stato il primo e unico intellettuale occidentale non comunista a scagliarsi contro la crudeltà dello strumento e l’immonda viltà di sbandierarlo come uno spauracchio di fronte agli avversari. Lo avrebbe seguito solo Albert Einstein. Al contempo, demolisce le dottrine leniniste, tiene pubbliche conferenze in difesa di Boris Pasternak, associa il concetto di “Peste” alle pratiche barbariche dell’URSS, insorgendo con coerenza contro tutte le forme di oppressione totalitaria come pochi altri (fra cui Orwell). L’indisponibilità a partigianerie intellettuali nello scontro alle porte tra USA e URSS gli porta in casa non pochi nemici: il vecchio amico Sartre intingerà la penna nel veleno e gli scatenerà contro tutti i sodali della rivista Les Temps Modernes, mentre da destra riecheggeranno le vecchie accuse che mistificano l’umanesimo libertario di Camus e il comunismo “critico ma solidale” con Mosca.

Se l’editoriale per Camus si batte a macchina rispettando la formula “tre fogli, un’idea”, più esteso e riflessivo è il genere del saggio breve, un articolo meno “di flusso”, da cui traspare una vena letteraria prima ancora che prettamente giornalistica. La serie Né vittime né carnefici, consistente in otto articoli pubblicati nel novembre 1946, il caporedattore di Combat passa al setaccio le cosiddette “radici del Male”, il totalitarismo, interrogandosi circa soggetti quali la violenza in politica e anticipando nodi che costituiranno poi la cifra tematica del saggio L’uomo in rivolta del 1951. Muovendo dalle considerazioni che lui e gli altri editorialisti di Combat traggono quotidianamente nella prima colonna da sinistra, sulla prima del giornale, egli sviscera, sotto un profilo storico-filosofico, sistemi e circostanze del “secolo della paura”, il Novecento. Una lettura consigliabile, integrativa e quasi in grado di preannunciare alcuni elementi degli studi filosofici di Hannah Arendt.

Per un’Europa dei “giusti”

Ancora di più che ad Alger Républicain, nelle corsare colonne parigine Camus troverà quindi ampi spazi di libertà in cui servire la causa dei suoi confratelli, dei più umili, degli oppressi, dei miserabili, che più delle altre classi sociali hanno patito il conflitto e ne sono rimasti vittime sul piano fisico o psicologico. Rivendicando posizioni anarchiche, tanto anticomuniste quanto scarsamente avvezze all’atlantismo spinto, quello che sdogana la vergogna franchista per ragioni di comodo, il Camus giornalista di Combat svelerà anche grandi abilità di polemista, sfoderando argomentazioni acute nel dibattito sull’«epurazione» degli ex collaborazionisti, che lo opporrà al romanziere cristiano ed editorialista di Le Figaro François Mauriac, o sul comunismo stalinista: vivaci, a questo proposito, saranno gli scambi con il mattinale filomoscovita L’Humanité, oltre che con Jean Paul Sartre. Tra Washington e Mosca, Camus sceglie insomma l’Europa, che sogna un giorno di vedere pacificamente riunita in un unico Stato federale e non più divisa dagli interessi di bottega.

Giornalista e “macchinista”

Testimoniano i racconti di Roger Grenier (che a Combat lavorò) che Camus trascorresse molto tempo in compagnia dei linotipisti e dei tipografi di Combat, amando seguire la composizione e la fattura del quotidiano dalla stesura degli articoli alla stampa, anche macchiando d’inchiostro i celebri impermeabili color sabbia. Egli resterà dunque sempre un giornalista ben distanziato dall’attività pubblicistica salottiera, pratica comune di molti suoi colleghi coevi chiamati a dare lustro alle pagine dei primi quotidiani risorti nel dopoguerra: sono gli anni in cui nasce il celeberrimo Le Monde e Le Figaro diventa il faro della crema intellettuale conservatrice.

L’addio a Combat

Albert Camus sulla libertà di stampa Photo by Brent Payne from Flickr

A giustificare l’addio dellalla direzione dell’amato quotidiano saranno ancora una volta le spietate criticità di bilancio. Per il giornale, che resiste infatti solo grazie alla fiducia dei suoi lettori, si intravede nel 1947 la possibilità di una privatizzazione. L’industriale franco-tunisino Henri Smadija guarda infatti con molto interesse all’ipotesi di entrare nel capitale della testata con l’obiettivo di controllare un organo di stampa che lo collochi in una posizione a metà strada fra la destra gollista e la sinistra non comunista. Camus, tuttavia, teme per l’autonomia politica del quotidiano: per tutelare i posti di lavoro dei redattori, senza vendersi al miglior offerente come i colleghi di Paris Soir, decide di fare un passo indietro, ritirandosi temporaneamente dall’attività giornalistica a tempo pieno e avallando la ricapitalizzazione della testata. Motiverà, con ragionamenti – bisogna riconoscerlo – molto utopistici, la sua scelta in una conferenza: 

“Ho lasciato Combat perché, a tre anni dalla sua fondazione, questo giornale ha cominciato ad avvertire il bisogno di capitali. E poiché nella storia del giornalismo nel mondo intero capitali e servilismo vanno di pari passo, ho rifiutato i capitali nella stessa misura del servilismo e mi son ritirato dal giornalismo.” 

Albert Camus, dalla conferenza stampa seguita al riconoscimento del Premio Nobel per la Letteratura

L’addio al giornalismo non coinciderà però con un’astensione dall’impegno politico-sociale da parte dell’Istrione algerino. Sulla rivista Caliban condurrà riflessioni inflessibili sulle pressioni subite da molti suoi colleghi nelle redazioni, e avanzerà ardite proposte per l’autosufficienza dei media.

Quando una gazzetta, anche se ignobile, tira 600 mila copie, si invita sempre il suo direttore a cena. È nostro onere rifiutare questa sporca complicità. Il nostro onore dipende dall’energia con la quale respingeremo compromessi di quest’ordine.

Camus su Caliban, la rivista diretta dall’amico Jean Daniel

Troverà ancora spazio su Combat per parlare delle sue nuove opere (fra cui il dramma Lo stato d’assedio), interverrà spesso con missive al direttore di Le Monde e, non da ultimo, collaborerà a più riprese con numerose riviste europee vicine al mondo libertario, l’unica vera grande casa politica in cui l’autore de La Peste si sia mai veramente sentito a suo agio.

Camus, editorialista de L’Express

Jean-Jacques Servan Schreiber, direttore de L’Express
Photo by Ron Kroon from Wikipedia Commons, Creative Commons Zero.

Nel 1956, inoltre, su invito di Françoise Giroud (già fondatrice di Elle) e del “direttorissimo” Jean Jacques Servan Schreiber, fervente antigollista, accetterà di collaborare, indossando ancora una volta le vesti della firma di punta, con il neonato newsmagazine L’Express. Modellato su un’idea di stampa all’americana, il settimanale offre a Camus una rubrica fissa, Actuelles, la cui strada lo riavvicinerà a Mauriac, titolare di un’altra tribuna fissa fra le pagine d’opinione. Le chroniques pubblicate su L’Express permetteranno anche a un intellettuale oramai affermato di manifestare l’orrore per il razzismo di Stato in Algeria, oppure l’aperto appoggio alla politica del radicale Pierre Mendès France, di cui l’editorialista apprezza soprattutto la rettitudine morale, le posizioni filoeuropee e l’opposizione alle velleità sovraniste dell’ultimo De Gaulle. Degne di nota, in questo senso, le prese di posizione contro la pena di morte e, soprattutto, contro la conversione terroristica del Fronte di Liberazione Nazionale algerino.

L’autore si allontanerà dal settimanale dopo appena nove mesi: a contrapporlo al modus operandi della rivista saranno soprattutto l’ego smisurato di Servan Schreiber, che non fa mistero di usare la rivista come un trampolino verso l’Eliseo, una certa dipendenza dalle tecniche commerciali (nella scelta della pubblicità) e una forte connotazione indipendentista sulla partita algerina. Quest’ultima ben lontana dal suo sogno egualitario, umanitario e pacifico di un’Algeria sì francese, ma non per questo condannata al disinteresse della madrepatria in ragione del subalterno rango di colonia. A temere che le ex colonie si prestino ad ambigui legami a doppio filo con l’humus culturale degli imperi islamici, per loro natura anti-libertari e anti-moderni, è infatti proprio il quarantatreenne di sinistra che sperava in una coesistenza pacifica fra coloni bianchi e arabi.

“Nobel. Strano sentimento di stupore e malinconia. Lo meritava Malraux”

Camus avrebbe ricevuto nel 1957 il Premio Nobel per aver messo in luce “i problemi che si pongono alla coscienza umana nel nostro tempo”. Ci sentiamo legittimati a dire che parte di questi meriti vada ascritta anche alle sue produzioni giornalistiche: non può essere, in fondo, casuale il fatto che La Peste abbia, per definizione del suo stesso narratore, i caratteri di una cronaca e non quelli di un romanzo tradizionale. La sua costante e faticosa ricerca di un giornalismo “etico”, che frapponga sistemi critici entro le strutture del reale, è perfettamente rispondente al monumento della condizione umana edificato dal Nostro come da pochi altri nella storia della letteratura. La morte l’avrebbe prematuramente incontrato nel 1960 di ritorno nell’amato buen retiro provenzale di Lourmarin, in un sospetto incidente d’auto accanto al fraterno amico Michel Gallimard.

Appunti da una lezione di engagement

Le attività di redattore, inviato ed editorialista, benché esercitate a fasi alterne e intervallate anche da anni di disoccupazione, costituiscono dunque una costante della breve ma intensa vita dello scrittore mediterraneo. La prolusione ch’egli tenne davanti alla Corona di Svezia, alla solenne occasione della cerimonia per il riconoscimento del premio Nobel per la Letteratura nel 1957, affonda infatti le proprie radici nei principi valoriali che dovrebbero auspicabilmente ispirare la forma mentis di chiunque intenda scrivere di professione: il servizio della verità e quello della libertà, al fianco non di chi forgia la storia, ma di coloro i quali la subiscono. Mi sono chiesto cosa avrebbe scritto dell’Europa di oggi, unita forse ma tollerante con chi si fregia di erodere lo Stato di diritto. Mi sono rifiutato di immaginare una risposta.

Le centinaia di articoli scritti, dai limpidi e asettici resoconti di cronaca ai folgoranti editoriali, propongono per questo agli aspiranti giornalisti un’eloquente dimostrazione di onestà intellettuale, osservanza deontologica e indipendenza di giudizio. I suoi attacchi alla stampa commerciale, al sensazionalismo fine a sé stesso, alla collusione fra denaro lobbistico, politica ed editoria di massa, benché forse non del tutto ancorati alle strutture economico-sociali della realtà fattuale, consegnano ai lettori di oggi e di domani una concezione del giornalismo straordinariamente innovativa, moralmente responsabile e sinceramente democratica. Un’esemplare e irrinunciabile lezione di etica civile, troppo poco considerata nelle disamine letterarie e perfetta per spiegare a cosa debba rispondere chiunque intenda intraprendere quello che Camus non ebbe remore a definire “il mestiere più bello del mondo”. 

P.S. Sull’esperienza giornalistica camusiana verte un bel libro, principale fonte di questo articolo, dal titolo Albert Camus, journaliste: reporter à Alger, éditorialiste a Paris scritto dalla docente di giornalismo a Bordeaux Maria Santos-Sainz, disponibile purtroppo solo in lingua originale ma presentato in parte da un’interessante intervista a Repubblica dell’autrice. Interamente in italiano sono stati tradotti invece i suoi 165 articoli per Combat nell’ottimo volume “Questa lotta vi riguarda. Corrispondenze per Combat 1943-1947” (Bompiani).

LASCIA UN COMMENTO

Your email address will not be published.