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1984 OGGI – IMMUNI ALLA VERITÀ

1984 è uno dei libri che più ha influenzato l’immaginario collettivo. L’autore, George Orwell, ha rielaborato le esperienze vissute nel XX secolo, il secolo breve. Le realtà dei totalitarismi. In un futuro distopico sono proiettati i tratti caratterizzanti di questi sistemi, e le dinamiche attraverso cui il potere può piegare le masse e l’individuo.

Il controllo del Leader – Big Brother – e del Partito unico è totale, è in ogni aspetto della vita del cittadino. La prepotenza e sulla pervasività del potere spogliano l’individuo delle proprie libertà, della propria vita privata, della propria identità.

Ci sono guerre, repressioni, manifestazione del culto del Grande Fratello e degli ideali politici del Socing. Vi è una propaganda radicale, una riscrittura della storia ai fini dell’esaltazione del Partito, una damnatio memoriae per gli oppositori.

Tutte queste sono situazioni con cui la storia ha dovuto più volte fare i conti, in un passato lontano ed in uno relativamente recente. Tuttavia sembrano lontane anni luce, situazioni che nessuno di noi fortunatamente pensa di poter vivere, almeno oggi.

Il tema decisamente più attuale e agghiacciante posto da Orwell è quello della manipolazione del pensiero e, soprattutto delle emozioni. I cittadini, tra cui il protagonista Winston Smith, non possono esprimere ogni forma di dissenso né pubblicamente, né in privato- l’occhio del potere sorveglia costantemente.

Con il Newspeak (la Neolingua imposta dal partito) si disciplinano le menti: viene imposto un vocabolario finalizzato ad inceppare ogni processo razionale, per incanalarlo entro certi argini. Con poche parole si possono esprimere pochi concetti, il necessario. I vocaboli sono riempiti di un significato inidoneo ad esprimere concetti sviluppati, in particolare quelli eversivi ai dogmi imposti dal potere costituito.

Orwell ci mostra come ciò che è pensato e ciò che è comunicato siano imprescindibili l’uno a l’altroSe si svuotano gli strumenti della comunicazione, si inaridisce il giudizio. In questo mondo il lusso delle cose ‘inutili’ come l’arte non è contemplato: il linguaggio del necessario non ammette roba complessa e superflua rispetto ai bisogni essenziali.

I sentimenti invece sono impulsi involontari. Non possono essere azzerati.

The Big Brother li reprime e li strumentalizza per rendere più pervasivo il proprio dominio.

L’odio contro i nemici del Partito. Il timore nei confronti dei nemici oltreoceano. La speranza di vincere la lotteria dello stato per superare la condizione di miseria. La devozione e la riverenza nel Grande Fratello. Ed infine la Paura – nella famosa Stanza 101 – inflitta paradossalmente dal Ministero dell’Amore.

L’uomo orwelliano vive dal punto di vista emotivo in una cupola, un po’ come il protagonista del film The Truman Show: ha modo di sfogare le proprie passioni, ma ciò che vive emozionalmente non è reale. È indotto.

L’atto sessuale può consumarsi ai fini della procreazione. L’amore è fra i sentimenti vietati. L’amore potrebbe rendere imprevedibile e incontrollabile il singolo e la massa. Dunque lo scopo è istillare la diffidenza nei confronti dell’altro per rendere ciascuno ‘un’isola’.

Nessun uomo è un’isola, completo in sé stesso; 

ogni uomo è un pezzo del continente, una parte del tutto…

J.Donne

Quello orwelliano è un panorama tetro. L’individuo è annientato dal punto di vista personale- il pensiero è atrofizzato, le emozioni sono spente- e dal punto di vista sociale- ognuno è abbandonato a sé, non può completarsi attraverso il rapporto umano.

Il bello del genere distopico sta proprio in questo. L’allertare chi leggere di un pericolo potenzialmente concreto in termini astratti ed estremi. E nel tempo si potrebbe paragonare la realtà a quest’urlo disperato, come stiamo cercando di fare.

Il linguaggio è appunto tra i temi esaminati da Orwell.

Questo deriva dai processi cognitivi e dai rapporti sociali.

È quasi utopico imporre proficuamente una lingua ‘top down’- dall’alto del potere al basso della popolazione. Se pensiamo a quanto avvenuto nell’Italia post-unitaria, ossia il tentativo di creare una lingua nazionale- basandosi sul dialetto toscano-, si può vedere come dopo 160 anni naturalmente esistano dei particolarismi dialettali da regione in regione, da comune in comune. L’unificazione linguistica piena è un miraggio.

Il linguaggio non è un fenomeno a sé, è frutto di una socialità storicamente determinata che lo produce. Tuttavia il calcolo di Orwell non è sbagliato: se i rapporti interpersonali si azzerano, se si usano mezzi di propaganda pervasivi, se incateno il pensiero con i cosiddetti ‘Psico-reati’, allora sì, una Neolingua potrebbe innestarsi.

Così si imporrebbe anche un modo nuovo di pensare.

La lingua di oggi evidentemente non è la lingua di 50, 20 o 10 anni fa. Non è neppure la lingua dell’anno scorso o dello scorso mese.

La cifra caratteristica del XXI secolo è la connessione totale, l’essere dentro la rete.

Oggi siamo sottoposti h24 a notizie, messaggi, post, comunicazioni di ogni genere. Il mondo digitale è estremamente veloce, in continua evoluzione. Magmatico.

Spesso le comunicazioni provengono da una persona conosciuta, altre volte no. In ogni caso la dinamica dei media di massa è proprio una dinamica ‘top down’.

Pasolini definiva già negli anni ’60 la televisione antidemocratica per questa posizione di superiorità rispetto al telespettatore, che è impossibilitato a porsi attivamente rispetto a quanto veniva detto nello schermo.

Oggi con i social si ha l’impressione apparente di poter dire e fare, di non subire passivamente quanto percepito. L’intensità con cui si vive la rete e i social fanno sì che questa non sia più uno strumento di comunicazione, ma un mondo in cui siamo tutti invischiati e che tutti in una certa misura viviamo. Un mondo che spesso ci ci isola.

La nostra lingua è sempre più quella dei social, un mondo liquido.

Essendo dentro un sistema talmente pervasivo che ci inonda di comunicazioni e contenuti, il linguaggio, inteso come capacità espressiva e soprattutto cognitiva, si inaridisce.

Per motivi di economicità nel contesto social si usano sempre meno parole e la lingua- ed i processi ad essa sottesi- è come un muscolo: meno la pratichi meno la padroneggi, meno concetti complessi riesci a elaborare.

Si parla, ma non si esprime.

Nanni Moretti direbbe ‘chi parla male pensa male’.

Così un motivetto che ci gironzola in testa, una paura o una speranza serpeggia, un’idea che ci viene in mente mentre siamo sotto la doccia o mentre dormiamo: tutto questo spesso non ci appartiene, spesso si tratta di un surrogato digitale.

In 1984 si usano i sentimenti per assicurare il dominio del Partito. Si annichilisce l’animo per uniformare la massa.

In questi 13 mesi trascorsi tutti siamo stati sottoposti a forti scosse emotive. L’ansia di contrarre il covid e la paura di infettare i nostri cari, la frustrazione per il tempo perso e le occasioni mancate, la speranza di tornare a vivere.

In gran parte siamo le emozioni che viviamo. Sicuramente ciascuno vedrà l’eredità di questo periodo negli anni, nel modo in cui vivrà gli avvenimenti belli o brutti del futuro.

Le ferite di questo momento si rimargineranno. Oggi è ancora presto per capirlo.

Oggi siamo più che mai schiavi delle nostre passioni e sofferenze.

L’influsso emotivo ha una forza inaudita su di noi e sulle nostre azioni. È una chiave efficace per entrare prima nel cuore di una persona. Basti pensare al modo d’influenzare un diretto interlocutore facendo scaturire simpatia, compassione o rabbia. Quando ci incazziamo perché qualcuno ci insulta o ci mettiamo a ridere per una battuta, c’è sempre un non-so-che di irrazionale e immotivato, che scavalca la ragione.

Quando guardiamo un film, una serie, sentiamo una canzone od osserviamo un quadro è giusto che sia così. L’arte deve stimolare e amplificare quello che abbiamo dentro. Deve farci pensare in maniera paradossale, deve far espandere la nostra immaginazione. Vogliamo sognare, soffrire, piangere, innamorarci e tutto il resto.

Anche la politica e il giornalismo sono delle arti, in un senso lato. Il giornalismo e la politica hanno bisogno di sensibilità ed empatia, oltre che di accortezza, furbizia e mille altre qualità.

Sono due attività che sono a stretto contatto con la realtà.

Una comunicazione efficace fa molto. Chi sa tratteggiare i problemi della quotidianità probabilmente sarà un buon politico o un giornalista di successo. Lo sarà?

Chi riesce a pizzicare le corde giuste avrà sicuramente molto seguito. In questi ambiti oggi è solito usare sempre più un linguaggio colorito, intriso di passioni, captando quello che al cittadino sta a cuore, quello che teme e che sente dentro, come una chiave.

Utilizzare un linguaggio emotivo comporta frequentemente il sacrificio della razionalità del discorso. Il problema reale passa in secondo piano. La questione emozionalmente più forte riempie prime pagine, telegiornali e dibattiti politici.

Chi parla delle vittime del covid, del dolore dei giovani disoccupati, delle tragedie della cronaca nera pone delle questioni importanti. Sono situazioni che però vanno affrontate in modo meno emotivo e più lucido possibile, anche rispetto all’opinione pubblica.

Tuttavia il sensazionalismo sembra pagare di più.

Da ultimo, com’è noto a tutti, l’opinione pubblica è intimorita non solo dal Covid, ma anche rispetto alla possibilità di vaccinarsi con il prodotto di Oxford- Astrazeneca.

Le autorità e le varie competenze scientifiche hanno assicurato la sicurezza e l’efficacia del vaccino. 

Ciò nonostante non sono molte le fonti giornalistiche che cercano di spiegare che il 70 % di efficacia circa non vuol dire che ogni 100 persone 30 rischiano comunque d’ammalarsi, i numeri sono altri.

La rivista scientifica internazionale ‘Lancet’ ha pubblicato lo studio per cui su più di 5.807 vaccinati circa 37 hanno contratto il virus, in forma lieve. Il ‘70%’ è frutto di un altro calcolo.

A novembre si parlava in Italia del vaccino prodotto da Oxford come il vaccino anglo-italiano, in quanto prodotto con la collaborazione dell’IBRM di Pomezia. Nell’arco di tre mesi è stato disconosciuto dall’opinione pubblica del ‘bel paese’.

Oggi le televisioni e molte penne calde cavalcano il timore della popolazione- pur di dire qualcosa- rispetto al vaccino Astrazeneca, nonostante l’assenza di un nesso causale rispetto alle morti post-inoculazione, e rispetto a numeri statistici bassissimi di eventi avversi- laddove fosse dimostrata la causalità.

La vicenda Astrazeneca è uno spaccato perfetto di come una questione oggettiva-scientifica, da affrontare razionalmente, sia trattata in maniera emozionale sulla falsa riga di ciò che pensa la ‘gente’.

Molte trasmissioni televisive intervistano prima i no-vax, poi qualche persone che ha subito reazioni avverse gravi e per ultimo le persone che hanno perso un caro dopo la somministrazione del vaccino. È irrisorio a questo punto cercare di rassicurare la popolazione facendo fare la comparsata al virologo di turno… ma subito dopo aver ricevuto l’ennesima opinione qualificata vengono posti gli stessi dubbi al telespettatore, come se questo abbia una competenza in materia per valutare quale sia il vaccino da fare.

Il diritto di cronaca è sacrosanto, ma un po’ di coerenza sarebbe gradita.  

Chissà cosa ci riserva il futuro? Il vento pare che stia cambiando. Gli stessi che hanno iniettato il siero della paura, a volte direttamente e altre indirettamente, stanno cercando qualcosa di nuovo da dire. Probabilmente punteranno il dito su chi spaventato vorrà astenersi dal vaccino, e probabilmente gli opinionisti vari invocheranno un obbligo vaccinale.

Forse in Italia si è insensibili al parere degli esperti e dovremo assistere a qualche vaccinazione social della Ferragni o di qualche altro personaggio. 

In ogni caso – se ci dovesse essere – la necessità di imporre l’obbligo vaccinale sarebbe una sconfitta, una macchia indelebile, per un popolo immune alla verità.

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