In meno di 3 anni il Cile è completamente cambiato: dalle proteste per una nuova costituzione, passando per il protagonismo di nuove figure politiche, fino alla rottura del sistema bipolare classico, con uno scontro politico sempre più agli antipodi.
Ci sono eventi che, come spartiacque, dividono la popolazione in una maniera imprevista e, alle volte, incontrollabile. Il Sudamerica ha sperimentato diverse volte questo fenomeno nel corso del tempo, e ciò ha contribuito alla nomea di “Territorio instabile” che il continente ancora oggi possiede: sono state molte le rivoluzioni, le dittature, le crisi economiche e sociali che i sudamericani hanno dovuto subire. Nessun paese però ha avuto un’evoluzione come quella del Cile: sono passati circa 3 anni dall’inizio di una piccola grande rivoluzione che sta cambiando profondamente il paese sudamericano, scatenando una serie di eventi che ha portato Gabriel Boric, 35 anni, candidato del fronte di sinistra radicale Apruebo Dignidad, e José Antonio Kast, 55 anni, leader del Partido Republicano di estrema destra, al ballottaggio alle presidenziali di questo novembre.
Se pensiamo alla storia recente del Cile, a chiunque viene subito in mente Augusto Pinochet, il dittatore che governò il paese dal colpo di stato del 1973 ai danni di Salvador Allende (con l’implicita collaborazione degli USA) fino al 1990; il regime de “El General”, come veniva chiamato, fu fautore di politiche economiche di stampo fortemente liberista, ispirate a intellettuali come Milton Friedman, e di riforme sociali autoritarie, ma soprattutto fu il governo che promulgò la Costituzione del 1980, che ancora vige nel paese.
È proprio questo testo a creare scandalo, perché subirà ben 52 riforme dalla caduta di Pinochet fino al 2015, anno in cui l’allora presidente Michelle Bachelet, per rimediare alla sua presidenza poco popolare e molto discussa, annuncia l’inizio di un processo per riscrivere la carta costituzionale, ma, su stessa ammissione della presidente in un’intervista a fine mandato, “non siamo riusciti a correggerla”. Ed è proprio da qui che parte la storia che culminerà negli scioccanti risultati delle elezioni.
Le proteste e la richiesta di una nuova costituzione
Il 7 ottobre 2019 si muove qualcosa a Santiago: sembra essere una piccola protesta contro l’aumento del prezzo del trasporto pubblico e del costo della vita; si tratta di studenti delle scuole superiori che non vogliono pagare il biglietto, e per questo evadono i tornelli. Niente di preoccupante secondo le autorità: basta inasprire i controlli e si risolve tutto.
Nei giorni a seguire però la situazione degenera: le proteste si fanno sempre più massicce, con centinaia di arresti e un ingente dispendio di forze armate; in tutto ciò, su twitter appaiono le foto dell’impopolare presidente di destra Sebastian Piñera che consuma un pranzo in una raffinata pizzeria della “Santiago-bene”. Da quel momento le cose cambiano: la partecipazione alle dimostrazioni aumenta, con slogan contro il governo e il suo capo, per una maggiore giustizia sociale e un compromesso tra l’economia di mercato e le misure di assistenza; ciò costringe Pinera a proclamare stato di emergenza, un coprifuoco dalle 22 alle 7 e a pronunciare la storica dichiarazione “Il Cile si trova in guerra”.

Le proteste (con annessi morti e feriti) costringono molti alle dimissioni, come ad esempio il ministro dell’interno Andrés Chadwick, e fanno sì che il presidente Piñera annunci una serie di interventi chiamati “Nueva Agenda Social” (Nuova Agenda Sociale, ndr) per cercare di andare incontro alle richieste dei manifestanti, ottenendo però scarsi risultati; infatti il 25 ottobre circa 1 milione di persone sfilano pacificamente per le vie della capitale, con le stesse richieste di prima: giustizia sociale, equità, e una nuova costituzione per il Cile.
A gennaio 2020 il movimento di cittadini continua a farsi sentire in maniera sempre più insistente, con accuse dirette al nuovo titolare della sicurezza nazionale, Victor Pérez, che rassegnerà le dimissioni dopo un’inchiesta per presunte violazioni dei diritti umani; ai partiti in parlamento non rimane che negoziare velocemente una data per un plebiscito per una nuova carta costituzionale, che si celebrerà il 25 ottobre 2020, ad un anno dall’inizio delle proteste.
L’esito è scontato: con un’affluenza del 51% degli aventi diritto (quorum più che sorpassato), il 78% vota per una nuova costituzione, che sarà elaborata da una convenzione ad hoc. I risultati dell’elezione dell’assemblea costituente sono invece impressionanti: la coalizione conservatrice di governo Chile Vamos si ferma al 20%, tallonata dalla sinistra radicale di Apruebo Dignidad; terzo posto per la Lista del Pueblo di ispirazione socialista, mentre il centrosinistra deve accontentarsi della quarta piazza con il 15% dei consensi, davanti solo alla lista degli indipendenti. Un vero e proprio terremoto politico, che consegna un Cile spaccato a metà.
Le nuove figure dirompenti
Proprio in questo panorama particolare, salgono alla ribalta nuovi personaggi peculiari: da “Tìa Pikachu”, ovvero Zia Pikachu, un’insegnante di scuola che viene partecipa alle manifestazioni con addosso il costume del popolarissimo mostriciattolo tascabile (sarà anche eletta all’Assemblea costituente con la Lista del Pueblo), fino a Pamela Jiles, giornalista e deputata del Partito Umanista (formazione di sinistra), divenuta presto simbolo della nuova politica grazie alla sua ironia (come ad esempio la sua esultanza al parlamento in cui riprende la famosa “Naruto Run”) e soprattutto a causa alla sua terribile esperienza giovanile, in quanto a 16 anni è stata torturata e violentata perché dissidente del regime di Pinochet. Jiles fino all’inizio dell’estate era considerata la favorita per le primarie dei progressisti per le elezioni presidenziali, ma con gli scarsi risultati del suo partito alle comunali e alle regionali si è trovata costretta a rinunciare alle sue ambizioni.
E proprio parlando di primarie della sinistra, non si possono non citare i due frontrunner di queste votazioni: Daniel Jadue e Gabriel Boric. Il primo, sindaco di Recoleta, una cittadina nell’hinterland di Santiago, viene dal Partito Comunista, e ha usato molto gli strumenti di internet per la sua campagna; il secondo invece viene da anni di militanza studentesca di sinistra, ed è stato eletto deputato nella regione Antartica nel 2013, riuscendo a scardinare il sistema bipartitico e fondando un suo partito, Convergencia Social. Alla fine, tra i due a prevalere sarà Boric, con il 60% dei voti, e sarà il candidato della coalizione Apruebo Dignidad, con il dichiarato obiettivo di riformare radicalmente il paese, avviando un nuovo processo democratico e una vera transizione ecologica e decentrando i poteri verso le regioni.

All’estremo opposto dello scacchiere politico, si fa notare José Antonio Kast: ex militante dell’Union Democrata Independiente, partito di destra, ne esce per fondare il Partido Republicano, che si ispira a Trump e Bolsonaro: si candida alle elezioni del 2017 arrivando quarto. Kast è ammiratore dichiarato di Augusto Pinochet, e suo fratello era tra i membri dei cosiddetti “Chicago boys”, un gruppo di economisti che si occupava di dettare la linea economica del paese, sul modello della già citata scuola di Chicago da cui per l’appunto prendono il nome.

Anti LGBT, conservatore alla Law and Order e contro le rivendicazioni indigene, Kast ha la volontà di riunire tutti i voti di destra che sono stufi dei vecchi partiti che sostenevano Pinera e di tutti quei nostalgici dei tempi del General. Come lui, anche l’ex ingegnere Franco Parisi, cerca di contendersi il bacino dei conservatori con un particolare approccio populista, fondando il “Partido de la Gente”.
La crisi del bipartitismo
Intanto, le due coalizioni che hanno governato il Cile dalla fine della dittatura cercano di trovare una via d’uscita dalla crisi irrefrenabile che sembra averli presi: la coalizione di governo di centrodestra si compatta attorno alla rassicurante figura di Sebastián Sichel, ex presidente della Banca Centrale Cilena, e cerca di recuperare i voti persi in favore di Kast; dall’altra parte il centrosinistra d’opposizione, criticato duramente per non essere riuscito a sfruttare l’impopolarità dell’uscente Sebastian Piñera, trova il suo candidato nella figura di Yasna Provoste, già ministra e presidente del Senato, di origini indigene, che vuole attuare un “Nuovo Patto Sociale” (che è anche il nome della coalizione riformista).
La campagna elettorale è incentrata sui due candidati dei poli opposti, ovvero Boric e Kast; la popolazione è divisa da queste due candidature dirompenti, e il giorno delle votazioni si manifesta bene la spaccatura: al ballottaggio, rispettivamente con il 28% e il 26%, vanno Kast e Boric, mentre al terzo posto si classifica il populista Parisi; più staccati, con il 14% e il 12% troviamo i candidati dell’establishment Sichel e Provoste. Insomma, è accaduto ciò che molti davano per scontato: allo stage finale ci vanno i due candidati più polarizzati e più agli antipodi dello scacchiere politico.
Boric incassa subito l’appoggio del fronte progressista di Provoste, mentre la destra tradizionale dà un chiaro endorsement a Kast; a fare da ago della bilancia troviamo proprio Parisi, che non ha dichiarato la sua preferenza, ritenendoli due facce della stessa medaglia. Quindi, cosa succederà adesso? Troppo presto per dirlo: secondo i sondaggi sarà una lotta all’ultimo voto, ma Boric viene dato in leggero vantaggio; quel che è certo è che il prossimo presidente avrà il compito di ricompattare il paese, perché in 30 anni il Cile non è mai stato così diviso.



