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CONVERGENZA E DECLINO

Adeguarsi alle economie europee per sottomettersi o per correre in gruppo? Cerchiamo di fare chiarezza sulle condizioni iniziali e l’evoluzione di una complessa integrazione.

Dall’epoca del Trattato di Roma e dell’istituzione di CEE (Comunità Economica Europea) e CEEA (Comunità Europea dell’Energia Atomica) è sembrato ovvio ai c.d. “Padri Costituenti Europei”, che una vera integrazione socio-culturale dovesse avere delle basi di interazione economica. Col passare del tempo ci si è trovati di fronte alla necessità di far convergere tutti gli Stati Membri verso dei parametri fondamentali che facessero rinsaldare e “sanificare” i bilanci delle finanze pubbliche di ogni Stato.

I singoli parametri sono delineati nell’art. 121 del suddetto Trattato di Costituzione della CEE (Roma): indicano quali variabili macro e micro siano da considerarsi risultati da prefiggersi; questi valori vengono poi ripresi e modificati parzialmente nel Trattato di Maastricht del 1992

  1. la Stabilità dei prezzi va misurata in relazione all’inflazione dei tre paesi più virtuosi dell’Area Euro.

2. La situazione della finanza pubblica va considerata invece sia sul piano di breve termine (disavanzo pubblico <3%) che nel lungo termine (debito/PIL <60%).

Da questi dati possiamo innanzitutto notare che su due dei parametri fondamentali (CPI, Deficit/Debito) i tre paesi abbiano registrato una convergenza strutturale comune; il problema rimane purtroppo l’andamento del Debito Totale/PIL, che vede una leggera frenata (pochi punti percentuali) italiana, che rimane comunque con un rapporto quasi doppio rispetto al limite imposto da Maastricht, ed una risalita di Francia e Germania che vedono aumentare questo indicatore di più di 1/10.

Vi sono però alcuni deficit strutturali dell’economia italiana che negli ultimi 30 anni hanno provocato una stagnazione della crescita del PIL (rispetto al resto del mondo) che, a causa anche della crisi del 2008 e la corrente recessione causata dal Corona Virus, non permettono al Belpaese di allinearsi alle prospettive di crescita future.

I parametri da evidenziare sarebbero molti: la stagnazione della Produttività (per singolo lavoratore) rimane ferma dagli anni ’90; l’innovazione tecnologica vede alcuni poli virtuosi nel Centro-Nord ma senza una fioritura paragonabile a quella degli States o della Cina; una imponente presenza statale che non incoraggia la concorrenza in nessun modo.

Sebbene possiamo ricondurre l’asprezza di alcuni indicatori a politiche sbagliate dell’epoca DC-PSI (come l’eccessivo indebitamento pubblico), il problema risiede più in fondo in un declino costante ed imperversante dovunque nel Belpaese: la ricetta facile, come dice il professore Michele Boldrin, non esiste, l’uomo del destino non verrà a risollevare le condizioni italiane dal nulla.

Attraverso una lenta riforma delle Istituzioni fondamentali potremo un giorno risollevarci da questo pantano. Queste stesse parole non potranno magari essere che spunto per qualche lettore, ma saranno già parte di una tendenza auspicabile e necessaria.

Le Riforme da attuare sono molte e vanno studiate attentamente: Riforma della Giustizia (accelerazione dei processi, rimodulazione della prescrizione, rendere conveniente il patteggiamento su modello americano), Riforma dell’Istruzione (istituzione di più enti privati no profit per l’Istruzione superiore che concorrano fra di loro, supportare ed incoraggiare la ricerca teorica e tecnologica con fondi, per esempio, finanziati privatamente dalle società che ne gioverebbero), queste sono solamente alcune delle possibili riforme cui potremmo assegnare il compito di risollevare le sorti dell’economia italiana, ne rimangono fuori molte altre: Riforma del sistema pensionistico, a quasi un secolo di distanza provare a rivoluzionare la scuola Gentiliana, che risulta incapace di preparare i giovani al mondo universitario e lavorativo.

Il nodo cruciale che rende asfittica l’economia italiana è (nonostante questo possa portarmi ad essere tacciato di turbo-neo-liberismo) la massiccia ed imponente presenza dello Stato nell’economia: pesante eredità dell’epoca penta-partitica. Per risollevare l’Italia è necessario che sia dato maggiore spazio al libero mercato, meno burocratizzazione, meno tassazione; non basteranno delle riforme, è fondamentale che vengano liquidate aziende che sono enormemente improduttive (vd. Alitalia), oppure rimarranno un cappio sempre più stretto per le finanze pubbliche.

Il risanamento della finanza pubblica è fondamentale per una sana crescita del sistema Italia, a giugno 2020 il Debito Pubblico ha raggiunto la spaventosa cifra di 2530 mld di euro, si tratta di un macigno di 41.832 euro per capita che grava sulle tasche di ognuno di noi a causa di una generazione passata.

Per costruire insieme il futuro dell’Italia è necessario, oggi più che mai, prendere coscienza del problema e delle sue possibili soluzioni.

Simone Pisano

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