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UN TAGLIO CHE DIVIDE

(con Alessandro Tuzzolino)

Per la quarta volta nella storia repubblicana il popolo italiano, domenica 20 e lunedì 21 settembre, sarà chiamato a esprimersi in merito alla modifica della Carta Costituzionale.

Il testo concernente la riforma, approvato in via definitiva dalla Camera lo scorso 8 ottobre, prevede la modifica degli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione, stabilendo: la riduzione del numero dei deputati dagli attuali 630 a 400, e dei senatori dagli attuali 315 a 200, modificando inoltre il numero dei parlamentari eletti nella circoscrizione “estero” e stabilendo un numero massimo di 5 senatori a vita. 

UNO SCORCIO SULLA COSTITUZIONE

Nella stesura della Carta Costituzionale l’Assemblea Costituente previde saggiamente la possibilità di mutare il testo costituzionale, in modo da renderlo sempre coerente con il panorama storico, politico e sociale nel quale esso andava, e va tuttora, ad operare.

Proprio questo venne previsto e sancito dall’articolo 138: esso stabilisce la possibilità di intervenire e modificare la Costituzione secondo specifiche modalità. Va ricordato difatti che la Costituzione italiana è solitamente definita come “rigida”: essa non può essere mutata da una maggioranza semplice all’interno del Parlamento. L’art. 138 prevede infatti che il testo costituzionale possa essere modificato attraverso un inter legislativo definito “aggravato” (che prevede una doppia lettura e approvazione da parte di entrambi i rami del Parlamento), il quale garantisce una più ampia riflessione tra gli schieramenti politici e di conseguenza tempi più lunghi per la modifica di articoli della Costituzione. 

I PRECENTI TENTATIVI

La riduzione del numero dei parlamentari è un topos dell’Italia repubblicana, presente tanto nella Prima quanto nella Seconda (e Terza?) Repubblica.

Guardando brevemente al passato il primo tentativo di rivedere e ritoccare il numero dei parlamentari è datato 1983-1985, quando la commissione bicamerale Bozzi formulò due ipotesi di taglio di deputati e senatori prevedendo l’ampliamento del numero dei senatori a vita. Ben più noto è il tentativo della commissione De Mita-Iotti (1994-1995): l’Italia lacerata dagli scandali e da una fase di trasformazione dei suoi partiti tenta, suo malgrado, una riforma delle stesse istituzioni parlamentari, i deputati sarebbero passati a 400, a 200 i senatori; la riforma verrà successivamente accantonata a causa dello scioglimento anticipato delle camere.

Di particolare rilevanza fu il tentativo compiuto dalla coalizione di centrodestra nel governo Berlusconi III, il quale nel 2006 sottopose il “devolution” (così venne denominata la riforma) al voto dei cittadini: la riforma venne bocciata. In breve, essa prevedeva la riduzione a 518 deputati (+3 deputati “a vita”), mentre il Senato sarebbe stato ridotto a 252 membri, la riforma stabiliva inoltre l’ampliamento dei poteri del primo ministro, il così detto “premierato”.

Si giunge all’ultimo e più noto tentativo di riforma costituzionale, la riforma “Renzi-Boschi”. Anch’essa passato l’iter legislativo aggravato alle camere sarà bocciata dagli italiani nell’ultimo referendum costituzionale del 4 dicembre 2016. La riforma, di tipo organico in quanto prevedeva il mutamento di 47 articoli su 139, avrebbe mantenuto tale il numero dei deputati, concentrandosi sull’esautoramento del Senato, che si sarebbe composto di 100 membri, 74 dei quali scelti dai consigli regionali, 21 tra i sindaci e 5 di nomina presidenziale, divenendo così una camera rappresentativa dei territori e delle autonomie.

PRO E CONTRO

Le motivazioni favorevoli alla riduzione del numero di parlamentari sono diverse, per esempio si parla di risparmio (tra i 285 e i 500 milioni a legislatura), maggiore efficienza delle Camere e lotta ai rappresentanti “assenteisti” o non competenti.

D’altro canto, chi sostiene il No alla riforma avverte di un pericolo per la rappresentanza politica. Il minimo numero di senatori per Regione diventa 3. In base alla legge elettorale (ad esempio l’attuale, il Rosatellum Bis) alcune regioni potrebbero eleggere solo i candidati appartenenti alle forze politiche maggiori, compromettendo la rappresentanza delle minoranze.

RAPPRESENTANZA E RAPPRESENTATIVITÀ

Il Parlamento è l’organo simbolo del potere del popolo: attraverso il meccanismo delle elezioni gli aventi diritto eleggono, a maggioranza, i propri rappresentanti i quali ottengono la delega, a livello territoriale in base alla divisione del territorio nazionale in circoscrizioni, a legiferare in “nome del popolo”.

Il meccanismo risulta chiaro in quanto, come osservava lo stesso Constant ne “La libertà degli antichi paragonata alla libertà dei moderni”, nel mondo moderno non è possibile, come accadeva nell’antica Grecia, a il popolo tutto partecipare alle decisioni e questioni di carattere politico amministrativo che lo riguardano, proprio per questo il meccanismo della rappresentanza fonda un potere parlamentare legittimato dal voto popolare.

Il taglio del numero dei nostri rappresentanti in Parlamento pone dei seri problemi proprio su questo fronte. Nel testo originario della Costituzione, entrata in vigore il primo gennaio 1948, le Madri e i Padri costituenti stabilivano un rapporto ideale di “un deputato per ottantamila abitanti” (art. 56 Cost.), e “un senatore per duecentomila abitanti” (art. 57 Cost.). Una modifica costituzionale del 1963 stabilì il definitivo numero di deputati (630) e senatori (315), giungendo così ad un attuale rapporto di un deputato ogni 96.006 abitanti e un senatore ogni 192.013 abitanti circa. Con la riforma costituzionale sul taglio dei parlamentari questo rapporto tra eletti ed elettori inevitabilmente andrebbe ad ampliarsi, la riduzione infatti di 345 parlamentari (pari al 36,5% degli attuali componenti eletti) comporterebbe che un deputato sarebbe chiamato a rappresentare 151.210 abitanti, e un senatore 302.420 abitanti; numeri assai superiori rispetto a qualsiasi rapporto ideale definito dai Costituenti. Problematica sarà la rappresentanza al Senato: Friuli Venezia-Giulia, Abruzzo, Liguria e Calabria perderanno quasi il 40% dei propri senatori, peggio andrà per Umbria e Basilicata che perderanno il 57,1% dei senatori, passando da 7 a 3 eletti.                   

UNA RIFORMA INCOMPLETA

Durante il dibattito precedente alla votazione in quarta lettura alla Camera – 8 ottobre, quando la legge passò con una larghissima maggioranza – Graziano Delrio (PD|Sì) disse:

“Le storture che avevamo denunciato e che ci portavano a dire “no” verranno corrette immediatamente, verranno eletti senatori su base pluriregionale, verranno rivisti i sistemi di partecipazione, elettorato attivo e passivo, verranno ridotti contestualmente i delegati che eleggeranno il Presidente della Repubblica, tutte le condizioni che abbiamo subito chiesto sono state subito accolte e a ottobre verranno inserite. C’è, quindi, un percorso serio.”

Graziano Delrio

E ancora, Andrea Colletti (M5S|No):

“Io mi aspettavo in realtà un dibattito molto più tecnico e ampio, abbiamo chi ha votato “no” per tre volte e adesso vota convintamente “sì” alla medesima proposta di legge, perché ci sono dei correttivi. Ma mi domando: stiamo riformando la Costituzione, i correttivi bisognava farli durante il dibattito di riforma, non dopo, non è un regolamento condominiale, che possiamo ritornare qui fra un mese a rimodificarlo.”

Andrea Colletti

É quindi ammissione di componenti della stessa maggioranza che la riforma costituzionale sia incompleta, ciò viene ribadito anche da Zingaretti(PD), che parla proprio di “pericolo di votare a favore del referendum sul taglio ai parlamentari senza una nuova legge elettorale” sulla quale auspica che “si arrivi entro il 20 settembre a un pronunciamento di almeno un ramo del Parlamento”.

CONCLUSIONI: FUORI I COMPETENTI!

“Chi lo dice che taglieremo i fannulloni e lasceremo dentro i virtuosi? Pensa accadesse il contrario: pochi e tutti pirla.” ha scritto Luca Bizzarri su Twitter, ieri.

Ed in effetti il rischio è questo: con il cocktail esplosivo del Taglio dei Parlamentari e le liste bloccate potrebbero essere candidati – e poi eletti – solo gli esponenti che si contraddistinguono all’interno dei partiti non tanto per le competenze ma per la vicinanza alle segreterie, effettivamente blindando la nostra democrazia rappresentativa.

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