Adem Ay/Unsplash
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COSA PUÒ DIRCI IL BLOCCO DI SIGNAL SULLE PROSSIME ELEZIONI IN IRAN

Il 14 gennaio il governo iraniano ha ordinato di rimuovere Signal, un’applicazione di messaggistica che consente di effettuare chat e chiamate audio-video crittografate, da “Cafe Bazaar”, la versione iraniana di Google Play, e da “Myket”, un altro noto app store locale. La decisione è stata presa a causa di un alto numero di nuove iscrizioni alla piattaforma dovute in gran parte alla preoccupazione per le nuove regole sulla privacy imposte da WhatsApp, che spingono verso una maggiore integrazione e condivisione di dati tra le diverse realtà legate a Facebook.

Ali Khamenei Guida suprema dell’Iran (via Khamenei.ir)

Signal ha avuto un primo significativo incremento di utenti durante le proteste partite da Mashhad il 28 dicembre 2017. «Prima di questa migrazione da parte degli utenti insoddisfatti dalle nuove modifiche alla privacy di WhatsApp, Signal era già uno strumento quotidiano della società civile», ha affermato Mahsa Alimardani, ricercatrice dell’organizzazione britannica per i diritti umani “ARTICLE19”.

«Il divieto di Signal non è certamente un qualcosa di atipico in un paese in cui WhatsApp e Instagram sono le uniche app di social media aperte rimaste» sottolinea il ricercatore sulla sicurezza di Internet e sui diritti digitali Amir Rashidi. «Il governo ha e utilizza il potere di controllo e regolamentazione di Internet. Sono due gli organi preposti a tale compito: il “Supreme Council of Cyberspace” formato da Khamenei nel 2012, che ha il potere di fare le leggi sul corretto uso di Internet, e il “working group”, guidato dal Procuratore generale dell’Iran Mohammad Jafar Montazeri, incaricato di identificare e filtrare i contenuti considerati criminali».

Rashidi ha spiegato che quando un utente iraniano desidera utilizzare Internet globale, il suo comando viene prima indirizzato al provider di servizi Internet locale e quindi alla Società di infrastrutture di telecomunicazione, affiliata al ministero, che è il gateway. «Tradizionalmente, ogni volta che il governo iraniano non riesce a controllare o collaborare con i gestori di una determinata app o software, o a capire cosa sta succedendo o chi sta facendo cosa, teme che le persone stiano facendo qualcosa contro il governo».

Signal si unisce così ad un gran numero di altre importanti applicazioni di social media che sono state bloccate dalle autorità iraniane. Molto particolare è il caso di Telegram. Il suo utilizzo occupa il 60% della larghezza di banda Internet del paese. È stata una piattaforma cruciale per organizzare e diffondere le proteste antigovernative nel 2017 e nel 2019. Ha consentito ai manifestanti di condividere video di violente repressioni quando giornalisti e telecamere erano banditi. E nonostante sia bloccato da quasi due anni, Telegram è ancora utilizzato quotidianamente da decine di milioni di iraniani. Molti aggirano il blocco di Telegram utilizzando le reti private virtuali, altri hanno iniziato a scaricare versioni non ufficiali di Telegram, chiamate “Hotgram” e “Telegram Gold”, che si basano sullo stesso codice dell’app ufficiale ma che non sono gestite da Telegram. Alcuni esperti di sicurezza sospettavano che le app non ufficiali potessero essere state sviluppate dal governo iraniano come mezzo per monitorare i cittadini del paese. Nel maggio 2019, Nassrollah Pezhmanfar, un membro del parlamento iraniano, ha confermato quei sospetti, affermando che Telegram Gold e Hotgram erano sponsorizzati dai ministeri dell’intelligence e della comunicazione iraniani. Telegram stesso tramite diverse comunicazioni ha messo in guardia gli iraniani dall’utilizzo di app non ufficiali.

L’utilizzo massiccio di Telegram deriva però anche dall’impegno del suo fondatore, Pavel Durov, nel contrastare le restrizioni. Nel 2018 l’azienda ha lanciato l’iniziativa “Digital Resistance”, un movimento decentralizzato di sviluppatori che si batte per le libertà digitali e per il progresso a livello globale fornendo strumenti antiblocco tramite la creazione e la rotazione di server proxy in tutto il mondo per aiutare l’app a rimanere accessibile a tutti gli utenti, anche in paesi come Russia, Cina e Iran. «Per questo Telegram è un buco nei muri della censura», spiega Rashidi.

Pavel Durov (via TechCrunch)

«Il blocco di Signal ha però una valenza particolare in vista delle elezioni del prossimo 18 giugno», continua Rashidi, «inserendosi all’interno di una controversia ben più ampia tra il governo e la magistratura sulla censura dei social media».

Il 3 Febbraio, infatti, il ministro delle telecomunicazioni Mohammad-Javad Azari Jahromi, probabile candidato riformista alle presidenziali del prossimo 18 giugno, era stato convocato in tribunale dopo essere stato accusato di non aver seguito gli ordini del capo della magistratura Ebrahim Raisi, ultraconservatore e pupillo di Khamenei che lo nominò “Chief Justice” il 7 marzo 2019, di limitare Instagram e altre app di social media straniere. Tuttavia, quando Jamal Hadian, portavoce del ministro delle telecomunicazioni, ha raccontato della convocazione del ministro ai media statali la magistratura ha rapidamente negato l’accaduto e la volontà di filtrare l’uso di Instagram. Gholamhossein Esmaeili, portavoce di Raisi, ha infatti dichiarato che sotto la guida di quest’ultimo la magistratura non ha mai «bloccato alcun media, notiziario o servizio di messaggistica».  In risposta a questo tentativo di smarcamento il ministero delle comunicazioni ha successivamente rilasciato due pagine di documenti del tribunale che dimostrano che il ministro è stato incriminato per aver rifiutato di filtrare Instagram.

La stessa vicenda Signal può così essere compresa meglio alla luce di questo tira e molla sul tema della censura digitale tra i conservatori e l’amministrazione moderata del presidente Hassan Rouhani. Poco dopo l’entrata in vigore del divieto di Signal, l’indignazione contro l’annuncio ha iniziato a crescere su Instagram e su Twitter dove milioni di iraniani, postando con l’aiuto delle VPN, hanno portato in tendenza l’hashtag #filternet. L’occasione è stata colta immediatamente dai sostenitori della linea dura all’interno del governo, che si sono scagliati nuovamente contro Jahromi. L’obiettivo della magistratura e dell’ala conservatrice è quello di assicurarsi che Rouhani arrivi a fine mandato senza alcun lascito incoraggiante per rendere le persone totalmente pessimiste nei confronti dell’ala riformista. Due, infatti, saranno le grandi eredità di Rouhani: l’accordo sul nucleare del 2015 e l’impegno per mantenere i social network aperti e liberi.

«E più vicini si arriverà alle elezioni più si parlerà di internet freedom. Non so se per reale convinzione. È certo che il popolo iraniano sia molto attento al mondo dei social e estremamente informato sulle tech news», commenta Rashidi. «Poco dopo il blocco, dal profilo Twitter di Signal è arrivato questo messaggio “Il popolo iraniano merita la privacy. Non ci arrendiamo”. Quantomeno c’è speranza.»

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