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CREDERE NELLA DEMOCRAZIA

Linee di frattura nella società americana

Le immagini che ci sono giunte in diretta da Washington farebbero di sicuro impallidire Alexis de Toqueville, autore de “La democrazia in America”, analisi dettagliata e completa della democrazia liberale americana e delle sue strutture di potere, redatta tra il 1835 e il 1840. Durante il suo viaggio nell’allora lontana “America”, Toqueville, francese, rimase stupefatto dalla capacità dei Padri Costituenti (ahimè solo Padri uomini, non v’erano donne) di creare un sistema check and balance, ossia divisione e reciproco controllo dei poteri, con un esecutivo forte bilanciato dal ruolo del Congresso e di una corte, la Corte Suprema, vigilante sulla legittimità d’ogni norma pubblica. Altresì Toqueville evidenziò un elemento che poneva la democrazia americana ben al di sopra dei sistemi di potere europei (per lo più monarchie dispotiche): l’esistenza di forti reti di associazionismo civico. Dinanzi al rischio centrale della modernità ossia il recesso dei cittadini nella dimensione privata e l’abbandono della dimensione pubblica, in altre parole l’individualizzazione, la società statunitense era stata in grado di creare, sviluppare e alimentare reti di associazionismo civico e corpi intermedi: enti che si pongano in connessione tra la cittadinanza e le istituzioni, in grado di rendere la democrazia d’oltre oceano dinamica, vivace e attiva.

Giovanni Sartori affermava come la democrazia è “voto e voce”. Gli amici americani, in massa, si sono recati lo scorso novembre alle urne per eleggere, mediante meccanismi democratici consolidati, il loro futuro presidente. Questo rappresenta il momento del “voto”. In una democrazia liberale come quella statunitense, fondata su rigide prassi e meccanismi politici schematici, la rottura della consuetudine del “riconoscimento dell’esito delle elezioni” da parte dell’ormai ex Presidente, è stata la miccia che ha, di fatto, innescato l’orda populista e anti-establishment che il Tycoon per quattro anni di presidenza ha contribuito a far nascere, costruire, sedurre, abbindolare, sganciandola infine dai lacci e guinzagli, spargendo la sua forza distruttiva nel cuore delle istituzioni statunitensi. Questo, teoricamente, sarebbe ciò che Sartori definirebbe “voce”: ossia la possibilità da parte dei cittadini di dissentire, facendo sentire la propria voce, manifestando e protestando, nell’eventualità. Occorre sottolineare però, come la “voce”, in scienza politica, è connessa alla “loyalty”, ossia alla lealtà nei confronti delle istituzioni verso cui si dirige la propria protesta. Questo presuppone che dinanzi ad una politica pubblica o una norma che un gruppo di soggetti ritiene non giusta, questi abbiano il diritto sacro di far sentire la propria “voce” all’interno, però, di un contesto di lealtà e riconoscimento legittimo delle istituzioni verso cui tale protesta si rivolge.

Quanto avvenuto a Washington non smentisce la teoria: è infatti possibile che, in alcuni contesti, la loyalty, la lealtà nei confronti delle istituzioni, venga meno: in questo senso la “voice” diviene “exit”, ossia pura e semplice protesta fine a sé stessa, assumendo, nelle sue forme più estreme, la forma della violenza indiscriminata. Durante l’intero mandato quadriennale di Trump si è assistito ad una lenta, ma progressiva, erosione della fiducia nei confronti delle istituzioni democratiche degli Stati Uniti, in primis verso il Congresso. Questo per sottolineare come la democrazia, come spesso si è detto, necessità, come già all’epoca sottolinea Toqueville, di continua mobilitazione civica che generi capitale sociale indirizzato favorevolmente alla democrazia e alle sue istituzioni: garantendo stabilità e continuità del sistema.

Si è sovente osservato, durante questo quadriennio come la società statunitense fosse lacerata da forti divisioni, già presenti prima dell’arrivo di Trump, ma che proprio questi ha consentito a tali fratture di inasprirsi e definitivamente lacerarsi. Vi sono conflitti così rilevanti da influenzare in modo decisivo la strutturazione dei sistemi politici, sono quelle che Stein Rokkan chiama “fratture” (claveges), le quali si distinguono per intensità dai conflitti sociali. Ebbene, come anche numerosi analisti hanno osservato, la società statunitense è ora più che mai devastata, funestata da fratture sociali che tendono ad essere alimentate da personaggi come Trump, e che si esprimono nel pieno del loro essere, come accaduto a Washington, con l’assalto al Congresso. Le due fratture che maggiormente funestano la società statunitense sono le fratture centro-periferia e establishment/anti-estamblishement. La prima frattura risulta essere osservabile nella distribuzione del voto alle ultime presidenziali: i centri città sono andati ai democratici, le periferie ai repubblicani. Per quanto concerne la seconda, sicuramente è da sottolineare l’abilità di Trump di mobilitare una parte di elettorato repubblicano ostile allo status quo e pronto a mobilitarsi per abbatterlo.

Va però segnalato un ulteriore elemento: citando Toqueville è stato detto come la società statunitense fosse stata in grado, in passato, di creare reti associazionistiche e corpi intermedi in grado di rendere dinamica e stabile la società americana, garantendo l’assorbimento dei conflitti nella società ottocentesca. L’attuale crisi dei corpi intermedi nel sistema statunitense è tangibile: da una parte i democratici rei di non essere in grado di costruire una leadership forte, giovane e carismatica, affidandosi ad un, seppur navigato, anziano 78enne, dall’altra i repubblicani totalmente asserviti e prostrati agli eccessi ma anche ai consensi di The Donald, incapaci di creare un argine alla retorica populista e violenta del Tycoon. L’origine degli scossoni nella democrazia statunitense va ricercata nella crisi dei due partiti sopracitati e della loro progressiva perdita di capacità di incapsulare il conflitto, elemento presente in ogni società democratica, garantendo la possibilità di esprimerlo attraverso mezzi istituzionali, facendolo divenire un elemento positivo per la società.

Quanto avvenuto negli Stati Uniti deve essere però analizzato con lucidità, non rappresenta infatti ciò che molti giornalisti hanno eufemisticamente definito “la fine della democrazia americana” o “un tentato colpo di stato”: quello che è avvenuto è infatti la mera esplosione e manifestazione di incomprese fratture latenti nella società americana. L’elemento di gravità sta però nel fatto che una figura istituzionale che deve, dovrebbe, rappresentare la nazione ponendosi inoltre l’intento di garantire armonia e espressione pacifica del dissenso (la “voice”), è stato scandalosamente colui che ha alimentato e incitato la protesta, sfociata in barbarie e violenza e morte. Purtroppo gli eletti rispecchiano gli elettori e uno sguardo deve essere dato alla società statunitense nel suo complesso; ancora oggi ci si può porre la medesima domanda emersa il 9 novembre 2016: “come hanno fatto gli Stati Uniti ad eleggere Trump?”.

La democrazia statunitense, la seconda più antica della modernità dopo quella inglese, non è in pericolo. La democrazia ha, infatti, una forte componente procedurale e di prassi costituzionale che non possono essere spazzate via da una manciata di facinorosi filibustieri mascherati e inviperiti come animali. Al neo presidente eletto l’arduo compito di ricostruire una società che sia nuovamente in grado di credere nella democrazia e nelle sue istituzioni.

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