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DA BACONE AL POPULISMO: COME È CAMBIATO IL RAPPORTO TRA POLITICA E SCIENZA?

Dalle immagini pubbliche della scienza può dipendere l’accettazione o il rifiuto di una teoria; su di loro si basa non solo il confine che distingue la scienza dalla politica ma anche le scelte sulle ricerche future. Qual è o quale deve essere il corretto rapporto tra scienza, intesa come comunità dei ricercatori nelle varie discipline, Stato, inteso come insieme dei poteri democratici, e società? Ho avuto il piacere di chiederlo al Professore Riccardo Puglisi.

Dai tempi dell’Illuminismo, e in particolare grazie all’opera “l’espirit des lois” di Montesquieu, lo Stato democratico si basa sul concetto di tripartizione e indipendenza dei poteri. Le funzioni pubbliche di legislazione, amministrazione e giurisdizione sono garantite rispettivamente dal Parlamento, dal governo e dalla magistratura. Nel tempo si sono costituiti però altri poteri: si parla di “Quarto Potere” per indicare la stampa; con “Quinto Potere” si suole invece indicare un altro potere mediatico, quello della Tv. Sorge, legittima, una domanda. Sin dai tempi più remoti l’uomo ha sempre affidato il suo progresso ad un sapere che, sebbene dovremmo definire nella scala dei poteri come “Sesto”, sarebbe per importanza pratica “Primo”: quello della scienza. Ma può, ancora oggi, essere considerata un potere? Nel 1627 Francis Bacon descriveva una società felice basata sulla ragione e sulla scienza. “La Nuova Atlantide” si può definire come un’opera di messianismo profetico, di sociologia utopistica. Il tema centrale dell’opera è da cercarsi proprio nel potere che deriva all’uomo dalla scienza. L’opera di Bacon offre così, a poco meno di quattrocento anni di distanza, un eccellente spunto per una rilettura critica del rapporto tra società, politica e scienza. Una trilogia di attori che dovrebbe sempre interagire in modo coordinato: in caso contrario verrebbero sacrificati gli interessi strategici dello sviluppo sociale. Secondo Lei, Professore, quella di Bacon resta una società utopica o tra gli effetti della pandemia ci sarà anche un consolidamento del rapporto tra scienza e politica?

RP: «Bella domanda! A mio parere la sostanza della questione non riguarda, oggi, la necessità di potenziare l’apporto che la scienza può offrire alle decisioni politiche. La situazione italiana, e non solo, è ben peggiore: si tratta di riparare i danni causati da un lungo periodo in cui la scienza è stata vista e presentata come un complotto organizzato dai professoroni, da Big Pharma, dai massoni o dai rettiliani contro la società. Viviamo nel secolo in cui c’è stata la necessità di difendere un trattamento, il vaccino, che nel XX secolo ha salvato la vita e ha impedito gravi menomazioni a milioni di bambini. Si è più volte ritenuto che la scienza si basasse su interessi di alcuni contro un qualcosa chiamato popolo. Penso, dunque, che il problema cardine dell’opera baconiana sia oggi traducibile nella dialettica tra populismo e scienza: si è infatti aperto un ampio spazio politico e mediatico per i paladini del popolo che non si fanno condizionare e piegare dalle scienze che nascono nelle torri d’avorio dell’università. È un pensiero tipicamente grillino, figlio dell’abile Casaleggio, che si è saputo servire prima delle intranet aziendali e poi dei social. Sono convinto che in tale modus operandi ci sia anche molta invidia per la scena accademica e della ricerca. Insomma, al giorno d’oggi vige un pensiero contaminato che uccide l’amore per il sapere e per il metodo. Le competenze si accumulano piano piano, mentre loro vogliono tutto e subito. Il web insegna poco: nessuno si può laureare studiando sul blog di Bagnai o su quello di Grillo. Eppure, loro vendono questa illusione. E molti ci cascano.»

E allora sempre di più, in questo mondo in cui tutti pensano di poter dire la propria su qualsiasi argomento, penso sia bene ribadire l’importanza dei ruoli. La scienza e la tecnologia sono necessari strumenti per conoscere i dati riguardanti il mondo, gli individui e soprattutto le dinamiche che regolano la società nei loro rapporti interni e con l’ambiente. Le scelte di governo sono politiche perché partono invece da presupposti e valori programmatici, legati cioè ad una visione del mondo e della società non strettamente razionale. È giusto quindi che la politica rivendichi il proprio ruolo rispetto alla scienza. Al contempo però togliere in toto credito a quei dati (alla scienza, quindi alla realtà) è proprio minare alle basi l’idea stessa di politica. Il giusto sta sempre nel mezzo?

RP: «Bisogna fare in modo sia che i competenti entrino in politica sia che i politici ascoltino di più i competenti. C’è però un piccolo “caveat”: abbiamo visto come negli ultimi anni si siano radicalizzate due tendenze di massima nel dibattito pubblico. Da un lato quella del “non fidatevi di nulla”, del complotto, quella che “dietro ogni spiegazione, scientifica o razionale, ci sono degli interessi”. Dall’altra una opposta, che vede le nuove scoperte in campo scientifico (e soprattutto in quello tecnologico) come necessariamente migliorative della nostra vita, unica soluzione possibile a tutti i nostri problemi. Alla fine, come Lei ha ben detto, si devono evitare i due estremi: e cioè da un lato il “non ascolto perché sono rettiliani, e ciò che conta è solo la vox populi”, dall’altro il delegare completamente alla scienza. È esistito ed esisterà sempre un momento in cui il politico dovrà prendere una decisione: La Decisione. Spesso è questione di tempestività. Non si poteva aspettare un altro mese per scegliere se indire il lockdown, solo perchè sussisteva un margine di incertezza scientifica. E in maniera ancora maggiore il tema della decisione interessa l’attuale fase di riapertura e di ripresa economica. Quando coesistono datità scientifica e necessità sociale o economica, il politico deve ascoltare per poi assumersi inderogabilmente la responsabilità politica. In una democrazia liberale come la nostra sarà poi giudicato alle successive elezioni, senza ammantarsi dell’alibi “ah ma io ho ascoltato gli esperti”. Il grande tema, in questo caso, è la coesistenza e il sodalizio tra scienza, competenza e decisione».

Aggiungerei però che se nulla dovesse più essere fonte di sicurezza scientifica (ovvero tanto teorica quanto concreta) allora non avrebbe nemmeno senso che qualcuno cerchi di interpretare la realtà per il bene della collettività. Se miniamo la credibilità della scienza (che non fa politica, ma spiega la realtà), come potremmo formarci un’opinione? Come potremmo valutare chi ci governa se non ci sono dati, fotografie della realtà su cui discutere? Come potremmo ambire a migliorare un pezzo di realtà se non crediamo più nei dati che ce la raccontano?

RP: «Nella scienza esistono le dispute, poichè la verità in scienza non è mai rivelata. Ad esempio, sul vaccino è normale che virologi e clinici discutano fra di loro. Ma affermare che questo battibeccare sia sintomo di interessi di potenti che si fanno la guerra sulla pelle dei cittadini, o addirittura che sia una palese dimostrazione di assenza del problema dibattuto, è un altro topic tipicamente populista. L’OMS ha dei ripensamenti, ergo il virus non è mai esistito. Inferenza tipica di un logos politico antiscientifico: penso non serva fare i nomi. E poi è sempre meglio che discutano cento competenti rispetto a cento opinionisti. L’opinionista che parla di tutto senza sapere nulla dovrebbe averci stufato. Ma attenzione: in medicina il dispensare opinioni oltre che causare noia, è una pratica anche pericolosa. In economia invece, che è una scienza sociale, l’incompetenza ha ricadute meno pratiche e meno immediate. Ci sarà sempre qualcuno che vorrà farti credere che, poiché esistono cento teorie giuste, dibattere si riduca ad una questione puramente ideologica e di partito. L’equivalenza osservativa esiste indubbiamente, ad esempio in econometria. Ma non è vero che se dieci economisti dicono “x” e dieci “y”, allora tutto vale allo stesso modo. È un pensiero nefasto, che autorizza il cestinare la competenza. I dati esistono, eccome! E rigettano gran parte delle teorie. Perciò, oltre a Bacone, chiamerei in causa anche la “Repubblica” di Platone e l’idea in essa contenuta dei filosofi a capo dello Stato. Per Popper è un meccanismo illiberale, un’imposizione potenzialmente dittatoriale di un sapere e pensiero unico. Ma è un’interpretazione fuorviante. A mio avviso ad essere in gioco è una meta-questione: la potenza della Repubblica di Platone non sta nel concetto di imporre una certa visione, unica e cogente, del mondo. Si tratta di proteggere e favorire lo sviluppo di un metodo comune di pensiero, basato su dati, su esperimenti, su ragionamenti. Fondamentale è recuperare una capacità e un modo di pensare di questo tipo. È una tematica tanto complessa quanto fondamentale per il mondo che verrà.»

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