All’inizio dell’anno è uscito Matrix Resurrections, il quarto capitolo della saga ideata dalle sorelle Wachowski. A discapito di un’accoglienza piuttosto tiepida da parte di critica e pubblico, Matrix Resurrections si rivela un sequel coraggioso e interessante, per quanto assolutamente non necessario.
“LA PRIMA VOLTA NON SI SCORDA MAI, DICONO”
Fino all’anno scorso non avevo mai visto Matrix. Conoscevo un’unica scena (bullet time!), ma per quanto mi garbasse non era mai riuscita a darmi l’impulso di vedere il film. Non ricordo esattamente cosa smosse la mia curiosità, tuttavia rimembro molto bene quanto rimasi folgorato dalla primissima visione. Trinity che combatte danzando nell’etere, Neo che scopre con orrore la verità sul suo mondo e sul futuro che ha condannato – o quasi – la razza umana all’estinzione, la freddezza inumana degli Agenti, l’assurdo vestiario dei personaggi, la pillola rossa e la pillola blu, le sentinelle, e sì, anche bullet time. Tutti elementi che m’intripparono il cervello e quasi mi obbligarono a continuare la saga, spingendomi a scoprire quanto fosse profonda la tana del bianconiglio.
Su Matrix Reloaded e Matrix Revolutions non avevo grandi aspettative, conscio di quanto fossero stati criticati all’uscita – o forse, più semplicemente, perché esiste una legge non scritta secondo la quale i seguiti sono quasi sempre inferiori al primo episodio. Inutile dire quanto fu grande la mia sorpresa: ciò che più adorai di Reloaded e Revolutions, oltre alle scene d’azione pazzesche, fu soprattutto la scelta dei registi – ora registe – di andare oltre il Matrix, espandendo l’universo al di fuori della prigione digitale e implementando la storia con nuove trame e nuove dinamiche.
Dopo aver concluso la trilogia mi posi questa domanda: “Perché i seguiti non sono piaciuti?“
Per la caoticità della sceneggiatura, forse? Per la preponderanza di sequenze di combattimento folli? O magari per la CGI a tratti non proprio eccelsa? Sì, sono tutte opzioni plausibili. Credo, però, che la risposta sia un’altra. E la conferma, peraltro, penso di averla trovata proprio dopo aver visto Matrix Resurrections e dopo aver constatato come, al pari dei due predecessori, sia stato alquanto criticato dai fan. Ma ci arriveremo dopo.
FALSE RESURREZIONI
Parliamoci chiaro: Matrix Resurrections non avrebbe alcun senso di esistere, se non quello di farci sopra una barca di soldi. La storia della trilogia era conclusa, si era già detto tutto. Non c’erano ulteriori pretesti per poter imbastire una trama che potesse prolungare ulteriormente la leggenda di Neo. Matrix Resurrections, tuttavia, era ormai stato programmato. Andava scritto, diretto, recitato e impacchettato per essere mandato nelle sale. Lana Wachowski, a quel punto, deve essersi chiesta come fosse possibile realizzare il quarto capitolo di una serie ormai satura di argomenti senza trasformarlo in un film sbiadito e retto in piedi unicamente da quintali di fan service. La soluzione, a quanto pare, l’ha trovata eccome.
Se vogliamo essere onesti, Matrix Resurrections, a livello di trama spiccia, non è questo granché. Sostanzialmente è equiparabile a un pot-pourri di azioni, immagini ed elucubrazioni già sperimentate tra il ’99 e il 2003. Ciò che desta più curiosità – ma anche perplessità, da un certo punto di vista – dell’opera è la sua forma.
La prima parte del film è caratterizzata da un’aura di farsa, di finzione, di pateticità, che contamina ogni dominio: i personaggi, la scenografia, il vestiario, i dialoghi. Essi vengono ridicolizzati, presi in giro, parodizzati. Per fare un esempio concreto, senza fare spoiler, prendiamo i personaggi per come si (ri)presentano: Neo – o meglio, Thomas Anderson – è uno sviluppatore di videogiochi spento, alienato e insicuro; Trinity è una donna sposata, madre di due bambini; Morpheus, addirittura, è un agente (un agente!). Tutti e tre appaiono come delle caricature di loro stessi, delle controfigure, delle copie mal riuscite che si potrebbero considerare addirittura surreali.
Più volte, durante i primi quaranta minuti, viene da chiedersi se si tratti di un gigantesco scherzo. Perché si intuisce, si capisce, che c’è qualcosa di fuori posto, di sbagliato. Eppure, questa sensazione non la si riesce a comprendere. Sfugge via, inafferrabile, anche se a tratti sembra ovvia e scontata. Lo spettatore, al pari di Neo, si trova spaesato dinnanzi a un fastidioso senso di déjà vu: una sensazione di già visto, già vissuto, che però appare distorta, erronea. Tutto sembra così familiare, così reale. Ma lo è davvero?
Con questa messinscena macchiettistica, Lana Wachowski sistema due problematiche: attirare in sala i fan più accaniti, trepidanti di rispolverare il cappotto in pelle e flexare i mitici occhiali improponibili, e riscrivere nuovamente il codice di Matrix, proponendo per la quarta volta delle idee originali (o quasi). La tattica è semplice: riportare in auge qualcosa di già visto e gradito, facendo leva sulla forza della malinconia degli spettatori, e prenderlo per i fondelli, inducendo una straniante sensazione di delusione mista a incredulità.
META-CRITICHE
Oltre alla sua piega irrisoria e autoironica, la pellicola è caratterizzata da un’importante attenzione al piano metanarrativo. Neo, che è divenuto una sorta di icona vivente per aver ideato una saga videoludica di gran successo, denominata – guarda caso – “Matrix”, è pressato dalla compagnia per cui lavora affinché dia vita al quarto capitolo della sua creatura. Vi ricorda qualcosa?
Ciò che la regista vuole suggerire è una riflessione, spietata e velatamente ironica, sia sulle aspettative del pubblico pagante che sulle politiche dell’industria cinematografica odierna. Da una parte, si ha una massa di fanatici che accorre alle sale solo quando sa di trovarsi di fronte a qualcosa che già conosce, che ha già assaggiato con molto piacere in passato e che intende gustare ancora in quella stessa identica salsa.
Dall’altra, si trova un’industria a corto di idee originali, e per questo condannata a vendere continuamente gli stessi prodotti per poter sopravvivere, spremendoli fino a prosciugarli di qualsiasi contenuto artistico. I brand di successo, di cui Matrix è solo l’ultimo della lista, sono sempre più coinvolti in grosse operazioni di reboot atte a riportare in sala proprio quei fanatici tanto ansiosi di crogiolarsi nel piacevole torpore della nostalgia.
La regista assume una posizione simile a quella del Merovingio in Matrix Reloaed, interrogando implicitamente gli spettatori sulla loro condizione: “Voi lo sapete, perché vi trovate qui (al cinema)?” sembra chiedere. “Voi credete di avere la risposta, ma non è così. Voi siete qui perché siete stati mandati qui, vi è stato detto di venire qui e avete ubbidito.” Di chi è la colpa per la situazione, quindi? Del pubblico, restio a mettere in discussione i propri gusti e ad uscire dalla propria zona di comfort? Oppure dell’industria, che preferisce andare sul sicuro in modo da non rischiare il flop, riciclando i medesimi prodotti? Qual è la causa, e qual è l’effetto? Questi due organi hanno una scelta? E, se ce l’hanno, chi ha il potere di somministrarla all’altro? La regista pone tali questioni sul tavolo, senza però dare una risposta concreta. Sta allo spettatore scegliere quale pillola ingerire.
Alla luce di quest’analisi, indotta da Lana Wachowski, mi fu un po’ più chiara l’amarezza dei fan per i primi due seguiti. Sono convinto che la maggior parte di loro non ha mai digerito il cambio di rotta imposto da Reloaded. Forse non erano mai stati davvero interessati a scoprire l’ubicazione di Zion, né tantomeno a viaggiare oltre i cumulonembi della città delle macchine nella speranza di fermare la guerra. Ciò che volevano era semplicemente un altro primo capitolo. Volevano di nuovo poter scegliere la pillola rossa e risvegliarsi per un istante dal sonno profondo, solo per tornare immediatamente nel Matrix – questa volta muniti di programmi di combattimento neo-installati – e sfidare le leggi della gravità con Trinity e Morpheus. Per dirla in altro modo, preferivano assaporare la buonissima bistecca inesistente, piuttosto che buttar giù la schifosa miscela proteica della realtà. Sono scelte, dopotutto; e Matrix è fondato sul discorso del libero arbitrio.
LA CHIAVE PER L’USCITA
Se nel primo tempo Matrix Resurrections si concentra più sul dileggio e sulle invettive (semi)nascoste dalla Wachowski, nel secondo la storia parte definitivamente e intraprende un percorso non esattamente scontato. Piuttosto che trovare un pretesto per far scoppiare un’altra guerra fra uomini e macchine, in modo da mettere in scena un’altra smitragliata di combattimenti euforici, il film si concentra sulla relazione sentimentale fra i due personaggi cardine dell’opera. Due anime che dapprima non si riconoscono, in quanto intrappolate in un sogno da cui non sanno come svegliarsi, ma che poi rimembrano vagamente un legame indissolubile, sopito nel profondo.
Queste anime lotteranno contro ogni manifestazione o legge del Matrix – che trova nella figura dell’Analista un villain freddo, calcolatore e, soprattutto, esperto della psiche umana – pur di ritrovare loro stessi e l’amor perduto, che fin dal primo capitolo della saga è sempre stato la chiave per la risoluzione di ogni difficoltà. Lo splendido viaggio dei protagonisti verso la tanto agognata meta condurrà a un finale emotivamente coinvolgente, in cui il ruolo e il significato dell’essere l’Eletto verranno messi ancora una volta in discussione.
Per concludere, Matrix Resurrections è lontano dall’essere un film perfetto; eppure, rispetto a molti sequel tranquillamente evitabili, sa rielaborare gli archetipi e le peculiarità delle serie in maniera intrigante, bizzarra e audace, garantendo al suo scomodo pubblico un quarto capitolo da vedere e rivedere. E ribadendo a gran voce che anche, e soprattutto, dopo una ventina d’anni, l’obiettivo primario di ogni individuo è uscire dal Matrix, non di restarci.



