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ECONOMIA E COVID: UN COMPROMESSO INEVITABILE

“La vita viene prima dell’economia”. E’ una frase con cui potremmo (e forse dovremmo) concordare tutti, ma è davvero possibile tutelare la vita e più in generale la salute, senza tutelare l’economia? 

La salute prima di tutto

Parlando di lockdown, quello del trade-off tra tutela della salute pubblica e tutela dell’economia è forse uno dei terreni più scivolosi. Il dibattito è oggi talmente polarizzato che anche il semplice fatto di evidenziare come, al di là di tutto, un qualche trade-off esista e vada considerato, può urtare la sensibilità di alcuni ed esporvi a critiche piuttosto pesanti. Una delle risposte più classiche, in questo senso, è che “la vita viene prima dell’economia”. E’ una frase con cui potremmo e forse dovremmo concordare tutti, almeno a pelle, il problema nasce nel momento in cui si va ad analizzare tale affermazione un po’ più in profondità: è davvero possibile tutelare la vita e più in generale, la salute, senza tutelare l’economia?

Il paradosso può non essere evidente finché, come spesso accade, si associa il termine “economia” alla mera ricerca di un profitto fine a sé stesso, profitto che magari (aggravante) viene a realizzarsi per mezzo dei tristemente noti “mercati finanziari”. E se la scelta è tra la vita di una persona ed il profitto di un banchiere, chiaro che non si può che tifare per la prima, senza esitazioni. Il problema più grande di questo ragionamento, che peraltro mi pare oggi abbastanza diffuso, è che si basa su di una rappresentazione dell’economia estremamente limitata e come tale, fuorviante. Volendo essere meno diplomatici, sostanzialmente sbagliata. Tutti i beni che acquistiamo e tutti i servizi di cui usufruiamo, dai più frivoli ai più essenziali, sono prodotti all’interno di quel sistema che definiamo “economico”. E non si commetta l’errore di pensare che ciò che è pubblico esuli da tutto ciò: ospedali e servizio sanitario nazionale non sfuggono a tale regola.

Sono personalmente convinto che medici ed infermieri siano mossi da grande passione per il loro lavoro, ma sono altrettanto convinto che abbiano necessità di soddisfare i loro bisogni esattamente come tutti noi. Il lavoro è ciò che garantisce loro il reddito necessario per soddisfare quei bisogni e tale reddito non è altro che il gettito fiscale di altri: niente PIL, niente reddito, niente medici e infermieri. Una volta che ci si stacca dalla rappresentazione astratta e puramente finanziaria di “economia” e si passa a quella reale, quella dell’economia come qualcosa che fa si che le persone lavorino in maniera organizzata per produrre quei beni e servizi che le persone stesse richiedono, ci si rende conto di come per definizione, non possa esistere tutela della salute senza tutela dell’attività economica.

I numeri fino ad oggi

Giusto per dare una rappresentazione delle dimensioni del problema, l’Organizzazione internazionale del lavoro delle Nazioni Unite stima per il secondo trimestre del 2020 un calo delle ore lavorate a livello globale del 14%, l’equivalente di 400 milioni di posti di lavoro full time. Guardando all’Italia ed ai dati Istat, nei tre mesi di marzo, aprile e maggio vi è stato un calo di circa 400 mila posti di lavoro. C’è poi la cassa integrazione, oltre 1,6 miliardi di ore tra aprile e maggio. Un impatto di dimensioni decisamente rilevanti. A rendere ancora più complesse le cose, alcuni aspetti unici che differenziano questa crisi dalle scorse più recenti. Innanzitutto, ha comportato per buona parte delle attività economiche un aumento di costi non trascurabile. Da quelli più diretti legati a mascherine, igienizzazione et simili, ai costi associati alle maggiori complessità logistiche imposte dalla situazione. In secondo luogo, abbiamo impatti su domanda e offerta estremamente disomogenei, con settori in cui sono il calo dell’offerta e l’aumento dei costi a determinare il prezzo ed altri in cui prevale il calo della domanda, con effetti inflattivi più o meno consistenti nel primo caso e deflattivi, associati a diminuzione della marginalità e nel complesso della sostenibilità del business, nel secondo. Governi e banche centrali, a corto di alternative, hanno optato per l’unica opzione possibile, quella di una politica estremamente espansiva ed accomodante. Con il Whatever it Takes 2.0 di Christine Lagarde ad esempio, l’ammontare complessivo di asset detenuti dall’Eurosistema è aumentato ad un passo senza precedenti, 1500 miliardi in poco più di 3 mesi: dai 4700 miliardi della prima metà di marzo agli oltre 6200 miliardi di fine giugno. Un incremento del 32% rispetto ad un livello che, va ricordato, era già tutt’altro che basso. Lato governi e tornando all’Italia, le stime attuali parlano di un deficit 2020 attorno al 10-11% . Anche qui, un livello sostanzialmente senza precedenti. E se in tutto questo l’inflazione complessiva sale in maniera tutto sommato moderata, passando dallo 0,1% di maggio allo 0,3% di giugno, lo stesso non si può dire per alcune delle sue componenti. Anche senza soffermarsi su quei beni che sono stati investiti in pieno dall’emergenza covid, quali mascherine o guanti, si può notare come l’inflazione sui generi alimentari sia nello stesso periodo non dello 0,3% bensì del 3%, che si alza al 6% se guardiamo ai soli cibi non lavorati quali frutta, verdura e carni fresche.

A rischio i più deboli

Tra l’incudine e il martello finiscono così le fasce più deboli, letteralmente prese tra due fuochi. Sono loro quelle più colpite dal lato del reddito e sono sempre loro quelle più colpite dall’aumento dei prezzi, dal momento che dedicano una fetta consistente del reddito all’acquisto di beni essenziali. Dire che occorre contemperare le esigenze di salute pubblica con la tutela del tessuto economico, produttivo e sociale del Paese non significa minimizzare la pericolosità del virus o ancora peggio negarne l’esistenza, bensì evidenziare come esistano anche altri rischi, tutt’altro che trascurabili.

Per concludere, nessuno pretende che una stima sull’efficacia dei lockdown e in generale di tutte le misure restrittive anticovid che sono state messe in atto o che potrebbero essere messe in atto, sia precisa al singolo caso, ma ciò non toglie che effettuarle sia semplicemente doveroso, perché solo in quel modo le scelte potranno essere consapevoli. Dire in maniera perentoria che “la vita viene prima dell’economia” è solo un modo come un altro per evitare di scegliere e purtroppo per noi, parafrasando Ralph Nader, se non ti occupi di economia, sarà l’economia a occuparsi di te.

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