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TAGLIO DEI PARLAMENTARI O DELLA RAPPRESENTANZA?

Tra il 20 e il 21 settembre avrà luogo, in un clima di forti polemiche, l’Election day, una tornata elettorale unica che accorpa, per la prima volta nella storia repubblicana italiana, elezioni amministrative, comunali, suppletive e, ultimo, ma non per importanza, il referendum confermativo riguardante la legge costituzionale sul taglio dei parlamentari.

L’articolo 138 della costituzione prevede la possibilità di richiedere un referendum confermativo entro tre mesi dalla pubblicazione della legge, se questa non è stata approvata a maggioranza qualificata da entrambe le camere. La richiesta di referendum è stata sottoscritta da 71 senatori (42 Fi, 5 Pd, 2 Iv, 9 Lega, 2 M5s, 10 Misto) e la data prevista per il voto popolare era stata fissata al 29 marzo 2020. L’emergenza da Covid19 ha reso necessaria la posticipazione della data e ha egemonizzato il dibattito pubblico degli ultimi mesi. A onor del vero, anche prima dell’emergenza sanitaria, molti hanno lamentato l’assenza di un adeguato spazio mediatico riservato ad un tema così determinante per la rappresentanza politica come la riduzione del numero dei parlamentari.

Cosa prevede la riforma

Il testo della legge costituzionale, fortemente voluta dal M5S, il cui principale promotore è Riccardo Fraccaro, Ministro per i rapporti con il Parlamento, è in sostanza molto scarno e poco articolato e modificherebbe gli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione. Essa prevede la riduzione di un terzo dei componenti di ciascuna camera, facendo scendere il numero complessivo dei deputati da 630 a 400 e quello dei senatori da 315 a 200. Inoltre viene fissato a 5 il numero massimo dei senatori a vita eleggibili con nomina presidenziale. Viene corrispondentemente ridotto il numero degli eletti nella circoscrizione estero, da 12 a 8 deputati e da 6 a 4 senatori. Infine, il numero minimo di rappresentanza senatoriale per regione diminuisce da 7 a 3, ad eccezione del Molise e della Valle d’Aosta che mantengono invariato il proprio numero.

I correttivi promessi al Pd

La riforma costituzionale è diventata oggetto del patto di governo tra Partito Democratico e Movimento 5 Stelle, tuttavia il PD, pur esprimendo il proprio voto favorevole nell’ultimo passaggio parlamentare, ha sollecitato l’alleato di governo ad apportare modifiche correttive al testo, per bilanciare i problemi di rappresentatività posti dal taglio. In particolare, le modifiche riguarderebbero altre previsioni costituzionali, come l’abbassamento a 25 anni per l’elettorato passivo e a 18 per quello attivo al Senato, la riduzione del numero dei delegati regionali nell’elezione del Presidente della Repubblica a 3 e un Senato eletto non più a base regionale, ma circoscrizionale. Il problema è che si tratta di modifiche di fonti di rango costituzionale per le quali è richiesta una nuova procedura aggravata e probabilmente un’ ulteriore consultazione referendaria.

La riforma del 1963

La composizione attuale dei membri delle Camere non è quella originariamente prevista dai costituenti. Il testo originario degli articoli 56 e 57 della Costituzione stabiliva infatti un rapporto numerico medio tra eletti ed elettori, che si attestava a ottantamila abitanti per ciascun deputato e duecentomila abitanti per ciascun senatore. La principale preoccupazione dei costituenti, dopo l’esperienza fascista, fu di garantire una salda rappresentanza politica tra governati e governanti, senza la predeterminazione di un numero fisso. Fu il primo governo Moro, con legge costituzionale n. 2 del 1963, ad introdurre il numero attuale: tra le ragioni della riforma vi era il boom demografico che investì il nostro paese a partire dal secondo dopoguerra, che avrebbe causato un eccessivo aumento del numero dei parlamentari.

Se la riforma venisse approvata dalla consultazione popolare, la riduzione del numero dei parlamentari inciderebbe sensibilmente sulla rappresentatività di ciascun eletto e diventeremmo il paese europeo con maggiore distanza tra eletti ed elettori, in particolare avremmo un deputato ogni 150:000 abitanti e un senatore ogni 300:000 abitanti .

Il parere dei costituzionalisti

Un primo elemento di dubbio riguarda l’argomentazione principale che i 5stelle hanno usato a sostegno della riforma: il risparmio. Il dipartimento per le riforme istituzionali ha stimato un risparmio di circa 500 milioni a legislatura, numeri molto divergenti da quelli pubblicati dall’Osservatorio dei conti pubblici, che ha previsto un risparmio di circa 57 milioni l ‘anno (circa 280 milioni a legislatura) pari allo 0,007% della spesa pubblica italiana.

L’altro argomento forte a favore del “taglia poltrone”, utilizzando la terminologia grillina, è che il nostro Parlamento ha molti più membri rispetto ai vicini europei. Ad eccezione del Regno Unito, che detiene il record per numero dei parlamentari, questa affermazione è vera se consideriamo il numero complessivo dei componenti di entrambe le camere, tuttavia ci offre una visione parziale del problema: l’Italia è l’unico paese dell’Unione Europea, insieme alla Romania, ad avere due camere con funzioni e meccanismi decisionali assolutamente identici. La riforma si concentra sull’aspetto meramente quantitativo della questione, escludendo a monte il tema del bicameralismo paritario, rischiando di diventare una “formula demagogica”, come sottolinea Francesco Casavola, presidente emerito della Corte Costituzionale, priva di una riflessione organica e articolata sul problema dell’efficienza del processo decisionale del nostro organo elettivo. La riforma incide anche sull’ elezione di un organo di garanzia costituzionale, il Presidente della Repubblica, per cui è attualmente necessaria la votazione a maggioranza qualificata del Parlamento in seduta comune, con un’integrazione di 58 delegati regionali. La riduzione comporterebbe un aumento del peso decisionale dei rappresentanti territoriali, e questo è uno dei punti sui quali il PD auspica correzioni. La riduzione del numero dei parlamentari avverrebbe poi a legge elettorale sostanzialmente invariata. Quella attuale è una legge mista, con cui circa il 60% dei seggi vengono assegnati con metodo proporzionale e la parte restante con un maggioritario.

Ciò provocherebbe un implicito aumento della soglia di sbarramento e un’enorme estensione dei collegi elettorali, sfavorendo i partiti minori, che saranno le principali vittime in termini economici e rappresentativi alle future elezioni, ma soprattutto le aree meno popolate del paese, la cui rappresentanza, sarà naturalmente fagocitata dai centri più abitati, come precisa Francesco Clementi in una relazione dedicata a questo tema. Inoltre, con la corrispondente riduzione degli eletti nella circoscrizione estero, si avrebbero addirittura collegi pluricontinentali, la cui rappresentatività è ridotta praticamente a zero.

Alla luce di queste considerazioni, la domanda che tutti ci dovremmo porre  è questa: il taglio dei parlamentari, a fronte di un risparmio risibile rispetto al bilancio dello Stato, può giustificare un drastico sacrificio della forza rappresentativa dell’organo elettivo su cui si basa tutto il processo democratico?

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