Franco 126 durante un concerto all'Atlantico di Roma il 6 febbraio 2018 - Wikimedia Commons
/

FRANCO E FRANCESCO: IL TEMPO DA PETRARCA A FRANCO 126

Ognuno di noi si è interrogato e si interroga sul proprio futuro, sul rapporto col tempo che vede passare inesorabilmente e sulla relazione con gli eventi trascorsi che si lascia alle spalle. Non è quindi strano che molti artisti decidano di rendere proprio queste questioni protagoniste di canzoni e componimenti magnifici.

È forse meno intuitivo notare, nonostante il tempo trascorso e i cambiamenti di mentalità anche radicali avvenuti durante i secoli, come opere differenti per epoca ed autore possano trovare numerose affinità nel raccontare lo scorrere del tempo e la percezione da parte dell’uomo di questo fenomeno.

Molti autori, da Orazio a Ugo Foscolo, si sono interrogati su un sentimento molto umano correlato agli aspetti che tratteremo oggi: hanno riflettuto su ciò che rimarrà di loro dopo la morte, quello che lasceranno sulla terra una volta spirato l’ultimo respiro.

Gli artisti su cui ci concentreremo oggi, invece, colgono altre sfaccettature della tematica. In particolare il tormentato Francesco Petrarca, nel suo sonetto ” La vita fugge et non s’arresta una hora”, riflette in primis sulla brevità della vita nel suo scorrere irreversibile verso la morte, che arriva veloce e ineluttabile. Questo sonetto si pone tra quelli scritti dopo la morte dell’amata Laura, e si nota così il riverbero delle sofferenze del lutto. “Ammazzi il tempo finché il tempo non ammazza te”, suggerisce con amara ironia a riguardo il giovane rapper Rumo, che avremo presto ospite su AlterThink per un’intervista, nella canzone “Eva”. Notiamo così come quello del rapporto dell’uomo con il tempo e la morte sia un tema universale e sempre di grande interesse per tutti noi, che dobbiamo relazionarci necessariamente con tali argomenti.

Analogamente Franco 126, nome d’arte del cantautore indie classe ’92 Federico Bertollini, nel suo ultimo album “Multisala”, uscito il 22 Aprile 2021, dedica al tema un’intera canzone, “Maledetto tempo”. L’incipit della canzone recita proprio “Il tempo passa, ma siamo noi che gli passiamo accanto”, dando così vita al viaggio introspettivo alla ricerca di una propria chiave di lettura attorno al leitmotiv del tempo. Subito dopo Franco 126 aggiunge un espediente molto interessante all’argomento, riferendosi direttamente in seconda persona a un “tu” interlocutore che, a seconda della
frase e delle singole interpretazioni, può riferirsi all’amata, all’ascoltatore oppure alla vita stessa, come in “Io col mio modo distratto/ Neanche mi accorgo che te ne stai andando/ Proprio sul più bello”. Le riflessioni del brano risultano così più che mai vicine anche ai timori e ai pensieri di tutti noi, pur essendo nate dalle vicende di una figura in particolare.

Il concept della canzone “Maledetto Tempo” prende infatti ispirazione dal discorso di addio alla Roma di Francesco Totti e tratta, come sottolineato dall’autore, della “paura di diventare grandi e su tutti i dubbi e le insicurezze che crescere porta con sé”. Franco 126 su Rolling Stone ha affermato che la traccia “doveva essere la colonna sonora del film su Totti. Infascelli [il regista, nda] mi aveva chiamato per fare la canzone sui titoli di coda, voleva un pezzo che doveva avere l’andamento che poi ha il brano del disco. Alla fine la colonna sonora non si è fatta, ma ho deciso di riscrivere la canzone e tenerla. Era un pezzo che parlava di Totti e infatti ‘maledetto tempo’ è una frase che ha lui detto nel suo discorso di addio. Premetto che non sono per niente tifoso, ma ho un grande rispetto per la figura di Totti che comunque è un simbolo, un esempio di mentalità e di coerenza.”

Pexels – Jordan Benton

Sia nel sonetto di Petrarca preso in considerazione che nella canzone del cantautore romano è presente con grande intensità anche il tema dell’impreparazione dell’uomo rispetto alla vecchiaia, con Franco 126 che canta citando il discorso di Totti “Non sono ancora pronto a dire: ‘Basta!’ / Probabilmente non lo sarò mai”, visto che “Pensavo che fosse per sempre, e in un istante oggi diventa ieri”. Petrarca analogamente afferma, con un’affascinante metafora sulla vita come imbarcazione in un mare di eventi che vede anche in futuro tempestoso, “veggio al mio navigar turbati i vènti”.

D’altro canto è evidenziato in entrambe le opere anche il tema diametralmente opposto, riguardante il passato e la sua elaborazione nel corso della nostra maturazione, non sempre semplice e lineare. Franco 126 riflette sul fatto che “Il tempo passa, e penso a che avrei fatto in quei momenti. Però con degli occhi diversi, e non lo sguardo che avevamo ieri”, rimuginando sul proprio vissuto e su come avrebbe agito diversamente potendolo rivivere a posteriori, con l’esperienza e la consapevolezza di oggi. Questa malinconica inquietudine gli fa pensare “come mi è venuto in mente di crescere”. Petrarca propone bene questa dicotomia, tra il rimpianto della gioventù fuggente e timore della vecchiaia incombente, nell’espressione “e ’l rimembrare et l’aspettar m’accora”: il poeta ha timore sia di riflettere a ritroso sul passato sia di concentrarsi sul futuro incombente, e rimane così racchiuso in questo eterno limbo.

Laddove Petrarca da fedele che si considera peccatore nel corso della sua esistenza si pone il problema del giudizio che darà Dio sulla sua vita, e di conseguenza dell’esito che la divinità sceglierà per il poeta, Franco 126 è invece più dubbioso e si interroga se tutto questo meccanismo legato allo scorrere del tempo sia frutto di un’entità metafisica, di un fato, e, in tal caso, in cosa consista: “Ma chi lo sa/ Se è solo un altro scherzo del destino./ Che poi, che è tutto quanto già deciso/ Chi l’ha deciso? Chi l’ha deciso?”

Di fronte a quesiti come questi, che da millenni sono oggetto delle più disparate riflessioni, però, le reazioni conclusive dei due autori sono differenti: Petrarca chiosa dicendo che il suo spirito, la sua interiorità, è ormai stanca. Il poeta toscano vede la sua vita come una nave ormai logora e invecchiata (“stanco omai / il mio nocchier, et rotte arbore et sarte”), senza avere nemmeno più la possibilità di osservare gli occhi dell’amata Laura, morta prima della scrittura del componimento. Il sonetto si conclude proprio con “e i lumi bei che mirar soglio, spenti.”

Franco 126 guarda invece l’avvenire con toni diversi, concludendo il testo con un più positivo “Si è fatto tardi troppo presto / E ho un po’ paura se ci penso / La strada alle mie spalle corre via / Ma sorrido in faccia alla malinconia”. Ricordandoci che, oltre agli eventi in sé e al timore per lo scorrere continuo del nostro tempo, conta come scegliamo di vivere e approcciarci a tali dinamiche. Non a caso Albert Einstein suggeriva che “Il tempo è relativo, il suo unico valore è dato da ciò che noi facciamo mentre sta passando.”

LASCIA UN COMMENTO

Your email address will not be published.

VIDEOGIOCHI BENI CULTURALI: IL TAX-CREDIT

ALCUNE RIFLESSIONI SULL’IMPOSTA (LIBERALE) DI SUCCESSIONE