Alba Chiara Oldoini/Pexels
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IL CASO DI MAIO: SEMPLICE IGNORANZA

Luigi Di Maio finisce, di nuovo, al centro delle polemiche. Durante l’incontro a Roma con il diplomatico cinese Wang Yi, il ministro degli Esteri ha sfoggiato un’abbronzatura da alcuni definita «esagerata», merito dei giorni trascorsi in Sardegna. La tinta agostana è diventata subito oggetto di meme ironici: c’è chi lo ha “fotomontato” alla Carlo Conti, chi invece alla Barack Obama. E non è mancato, nemmeno, un Di Maio in versione Michael Jordan. Il ministro, anziché ignorare la cosa o prenderne le distanze, ha deciso di ripostare sul suo profilo Instagram i goliardici fotomontaggi, aggiungendo il commento: «Ragazzi… prometto che la prossima estate metterò la crema 50».

Segue in data 27 Agosto una lunga filippica sul NYT dedicata al nostro ministro degli Esteri contenente una durissima critica alla sua decisione di condividere le “caricature blackface della sua abbronzatura”. «Negli Usa chi fa ironia sul blackface si dimette o viene licenziato», si legge nell’articolo, dove viene esplicitamente sostenuta l’idea che «rilanciare le immagini riflette la visione provinciale del signor Di Maio sul mondo, che non prende in considerazione le conversazioni globali sul razzismo che avvengono fuori dall’Italia». Nel testo non manca nemmeno il riferimento alla precedente «gaffe» sul tema griffata Silvio Berlusconi: «Barack Obama? Giovane, bello e abbronzato», disse nel 2008 parlando del neopresidente Usa. Tralasciando l’abbaraccata risposta affidata al portavoce del ministro Augusto Rubei («Totòtruffa ’62 non è razzismo», «una polemica nata dal nulla. Di Maio non si è dipinto la faccia di nero, era davvero abbronzato») passerei a trarre da questa scipita vicenda una prima, semplice conclusione. Ebbene, accanto ad una mia ferma convinzione che un ministro degli Esteri (e non solo) possa svolgere egregiamente il suo lavoro anche senza ricorrere ad un ebete utilizzo dei social network che non s’addice alla sua figura, non mi sfugge, e anzi va sottolineato, il ruolo e la portata che la politica di oggi, proprio con il suo uso ed abuso dei social, ha nei confronti di queste delicate tematiche. Ma, certo che anche in Italia vi siano degli esecrabili problemi legati a possibili rigurgiti razzisti anche lassù nelle istituzioni, sono dell’idea che il NYT abbia preso un bel granchio. Il punto, infatti, non penso sia concludere la vicenda accusando o meno Di Maio di razzismo, quanto piuttosto sottolineare l’evidenza di come, ancora e anch’egli, sia continuatore di una triste tradizione: l’incapacità istituzionale di affrontare la questione razziale. Rivoltare quei meme in un tentativo di autoironia, evidenzia la sua inadeguatezza a occuparsi in maniera opportuna di un tema oggi di rilevanza internazionale, in un momento storico delicatissimo dal punto di vista delle tensioni razziali, fuori e dentro il Paese.
La “blackface” deriva dai cosiddetti Minstrel Show, spettacoli in cui gli attori statunitensi bianchi si mascheravano da neri per fare sketch profondamente razzisti. Pelle dipinta, labbra rosse e messe in rilievo per rendere grotteschi i tratti somatici degli afroamericani. Questi spettacoli nacquero dopo la guerra civile statunitense e mentre i cittadini americani bianchi ridevano di fronte a questi spettacoli, gli afroamericani venivano linciati. Diversi stati degli Stati Uniti emanarono infatti, tra il 1830 e il 1865, leggi razziste e liberticide che presero il nome di “Jim Crow Laws”: Jim Crow era un personaggio caricaturale interpretato da un attore bianco, Thomas Rice, che negli anni Trenta dell’Ottocento soleva dipingersi la faccia di nero imitando gli afroamericani con un accento stereotipato. L’attrazione verso i Minstrel Show “terminò” solamente negli anni ’60 con il Movimento per i Diritti Civili degli afroamericani: la blackface negli USA è da allora una faccenda su cui non è consentito scherzare.

L’Italia ha una storia diversa (no, non sto accettando la tendenza all’autoassoluzione da tutti i mali solo perché nel mondo c’è stato un Paese che “è stato peggio di noi”) per la quale siamo molto differenti dagli USA: lì, benché il razzismo istituzionale ed efferato continui a esistere, c’è ormai una sensibilità diversa che ha portato a una forte presa di coscienza del fatto che anche le azioni apparentemente più superficiali possono nascondere pesanti discriminazioni. Qui invece, oltre alla diffusa mancanza di sensibilità sul tema, manca anche una compattezza socioculturale che permetta alle persone di origini africane di farsi ascoltare e di ottenere un’autorità nel discorso pubblico, che di base è ancora governato da forti pregiudizi e stereotipi. E questo è uno dei tanti motivi per cui non solo la blackface continua a essere vista come una pratica innocua, ma nel paradosso viene anche involontariamente usata come bandiera contro il razzismo. Lo scorso anno, ad esempio, il pizzaiolo Gino Sorbillo, propugnando una “lotta antirazzista” contro gli insulti rivolti al calciatore Kalidou Koulibaly durante il match Inter-Napoli, ha deciso di dipingersi il volto di nero in forma di protesta. Si è fatto fotografare con il volto dipinto e un foglio con scritto “Siamo tutti Koulibaly, abbasso il razzismo”. L’antirazzista finisce così per appropriarsi inconsapevolmente di una narrativa dal retaggio razzista, facendo così crollare rovinosamente la sua buona fede sulla mancanza di riflessione profonda e conoscenza.

Pertanto, concludo sottolineando come la gaffe di Di Maio non abbia nulla a che vedere con l’iconografia darky, diffusasi anche in Italia estesamente durante il fascismo, con le varie produzioni del regime che raccontavano la spedizione nel Corno d’Africa, dalle vignette di Enrico De Seta, ai fumetti per bambini, ai documentari. Non sto certo dicendo che ciò che è successo debba essere tollerato perché tanto “il vero razzismo è qualcos’altro”. E non è mia intenzione nemmeno chiudere la vicenda alla Enrico Mentana che liquidò una pressoché identica vicenda legata ad uno spot di Alitalia (poi eliminato), nel quale un attore tunisino spalmato di colore nero impersonava l’ex Presidente degli Stati Uniti Barack Obama, commentando: «ecco una storia che ci racconta gli eccessi del politically correct. Spot divertenti ma censurati, e il perché è piuttosto disarmante. Alitalia ha fatto bene a non correre rischi maggiori, ma la logica per cui arriva sempre uno più puro che ti fa la lezione sta diventando essa stessa censurabile». Il mio suggerimento è piuttosto quello di tornare a chiamare le cose con il proprio nome sostituendo al termine razzismo, in casi come questo, quello di incompetenza, inadeguatezza e profonda ignoranza

4 Comments

  1. Precisa e puntuale la tua esposizione, non ritengo però esagerata la posizione del NYT, in tutte le situazioni dove la “discriminazione” non è stata debellata sia sessa di tipo “razziale”, di genere, sessuale e chi più ne ha ne metta l’uso del linguaggio e lo stile comunicativo deve seguire delle regole ferree non derogabili. Ogni scivolone ed ogni risata sullo scivolone rischia di portarci indietro e di generare l’effetto valanga che porta poi a sdoganare. Lo dico perché assisto a queste “leggerezze” nei confronti della figura femminile. La parola e le immagini sono strumenti potenti e il loro effetti vanno ben oltre l’istante in cui sono pubblicate.

    • Ciao Laura, mi trovi d’accordo sulla necessità di essere ferrei. Al contempo però ritengo che anche al giornalismo, nel suo senso più ampio, si debba richiedere la massima puntualità nella critica e nell’informazione: solo così potrà recuperare una propria e peculiare forma di pedagogia civica.
      In questo caso resto dell’idea che bene abbia fatto il NYT a riprendere il nostro ministro, ma lo scontro (come spesso accade in realtà solitamente più nella piazza italiana) si sia giocato sul tema sbagliato.
      Poi certo, meglio una tirata d’orecchie in più, rispetto ad un “ma si dai, che vuoi che sia”!

  2. Aggiungerei, inoltre, una cosa più semplice. Una persona in evidenza e con compiti di alta rappresentanza istituzionale, dovrebbe fare del basso profilo e dell’equilibrio una religione. Non è necessario né opportuno sfoggiare una abbronzatura caricaturale per fare il Ministro. La protezione 50 era in vendita anche quest’anno.

    • D’altronde cosa ci si può aspettare da un ministro che conta più presenze sulla copertina di “Gente” che ai tavoli diplomatici?
      Sarà forse che, da buon napoletano, voleva omaggiare la “tamurriata nera”?

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