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IL COMMENTO DI VITALBA AZZOLLINI AL NUOVO DPCM

Mai prima d’ora abbiamo avuto così poco tempo per fare così tanto. Le misure previste dal nuovo decreto, ancora più restrittive, hanno avuto un tempo di incubazione decisamente breve, considerando che il precedente Dpcm risaliva al 18 ottobre, e sono state presentate, ancora una volta, prima che potessero svilupparsi gli effetti di quello precedente. Vi è una innegabile necessità di compiere qualcosa in un tempo minore di quanto in realtà ne occorrerebbe. Eppure, non tutto era imprevedibile.

Ne è certa anche Vitalba Azzollini: «tre Dpcm in dodici giorni: al di là della valutazione di merito delle misure stesse, è il metodo che non convince. Se nei mesi iniziali della pandemia si poteva accettare una normativa che risentisse della confusione del momento, oggi è invece arduo trovare una giustificazione “all’affanno da decreti”». Un susseguirsi di disposizioni che annullano, di fatto, la possibilità di valutare la bontà e l’efficacia di quelle appena precedenti. Non basta giustificare i nuovi provvedimenti sulla base di un probabile aumento di utilità alla causa, limitare il diffondersi del contagio: la molteplicità degli interessi in gioco impone al Governo un opportuno bilanciamento, motivando la necessità di ulteriori restrizioni sulla base di una valutazione degli impatti che si prevede saranno prodotti, dei costi rilevabili e dei benefici attesi. Insomma, una analisi svolta in piena trasparenza e tesa a «spiegare perché ci si aspetta che certe misure, dotate di una certa intensità, e non altre, siano le più adeguate». Dovremmo ormai essere in possesso di un numero di elementi, per tornare al discorso del “certe cose ce le potevamo aspettare”, che fornisca una motivazione delle decisioni adottate. Non un’assoluta certezza, la scienza ha le sue contraddizioni, ma una limitazione all’idea che qualunque giro di vite sia, in ogni caso, cosa buona e giusta. Che da qualche parte si debba per forza cominciare.

Analizziamo nel dettaglio la confusione: «riguardo al discorso palestre già la settimana il Presidente del Consiglio ammoniva che, qualora qualcuna non avesse rispettato il protocollo previsto, sarebbero state chiuse. È il metodo del “punirne cento per educarne uno”». In seguito, Vincenzo Spadafora aveva però rilevato come “i gestori di palestre, piscine e centri sportivi siano stati scrupolosi nel rispetto delle indicazioni date finora e la dimostrazione è che non vi sono focolai riconducibili a questi luoghi”. È evidente che i casi siano due: o il ministro ha detto una bugia, oppure ci siamo persi qualcosa. E se il cittadino non capisce la logica di certe misure o è indotto in confusione da affermazioni contrastanti, è la complessiva efficacia dell’azione di governo che poi ne risente. «Probabilmente si è ritenuto che qualunque luogo nel quale si svolgano attività piacevoli, indipendentemente dal rispetto delle disposizioni, sia superfluo e possibile generatore di assembramenti evitabili» – dice Azzollini – aggiungendo che «la valutazione del “superfluo” da parte del Presidente del Consiglio attesta, da un lato, una sorta di paternalismo nella considerazione delle attività dei privati, dall’altro, l’incuranza circa le ripercussioni in termini di posti di lavoro nel settore interessato». Inutile soffermarsi sull’oscurità e l’indecifrabilità della ratio con la quale si starebbe cercando un corretto equilibrio tra economia e sanità.

E come spiegare lo strumento della “raccomandazione”, lo stesso del Dpcm del 13 ottobre? «La costituzione sancisce l’inviolabilità del domicilio privato, fatta eccezione per specifici e previsti casi. Dunque il Governo non può fare altro che “raccomandare”. Ma in un atto ove dovrebbero esservi solo disposizioni di carattere cogente tutto ciò crea una sovrapposizione di piani il cui effetto è, ancora, la piena confusione. Si raccomanda “con forza” di non spostarsi “con mezzi di trasporto pubblici o privati, salvo che per esigenze lavorative, di studio, per motivi di salute, per situazioni di necessità (…)”: le motivazioni indicate dal governo sono ancora una volta una surrettizia valutazione moralistica dell’agire personale. Penso sia ipotizzabile l’intento del Governo: sbarazzarsi della responsabilità di imporre certe misure limitative, ma raccomandando con enfasi ai cittadini di rispettarle, così che la colpa sarà loro se le cose andranno peggio».

Una “logica dello sgravio” che è stata applicata anche alle attività dei servizi di ristorazione. «Fissare quell’orario, senza trasparenza sui dati dei contagi, in relazione alla fascia oraria e ai luoghi ove essi si verificano, significa di fatto chiuderli tutti, senza assumersene le responsabilità conseguenti, ed anzi rimettendo alle regioni – alle quali fanno capo i compiti di accertare la compatibilità di queste attività con la situazione epidemiologica nei propri territori e di individuare protocolli o linee guida per prevenire o ridurre il rischio di contagio – la responsabilità di eventuali chiusure e dei comprensibili malumori degli esercenti».

Viva il modello Alto Adige? Domenica Arno Kompatscher, presidente della provincia autonoma di Bolzano-Alto Adige, ha firmato un’ordinanza che stabilisce alcune regole differenti rispetto alle restrizioni previste dal nuovo Dpcm. I bar dovranno chiudere alle 20 e i ristoranti alle 22, ma dalle 18 la somministrazione di cibi e bevande potrà essere effettuata solo al tavolo, con posti assegnati e un massimo di 4 persone per tavolo, ad eccezione dei familiari conviventi. Le nuove regole saranno in vigore dal 26 ottobre al 24 novembre. L’ordinanza stabilisce anche il coprifuoco dalle 23 alle 5. In questa fascia oraria gli spostamenti al di fuori del proprio domicilio saranno possibili solo per comprovate esigenze lavorative, situazioni di necessità o motivi di salute. Gli spostamenti dovranno essere motivati attraverso un’autocertificazione. Inoltre, in tutte le scuole superiori la didattica a distanza dovrà coprire almeno il 50 per cento delle ore di lezione, a differenza di quando previsto dal nuovo Dpcm (75 per cento). L’ordinanza della provincia di Bolzano prevede poi che i cinema, e gli spettacoli e le manifestazioni che si svolgono all’interno di teatri e sale da concerto, possano rimanere aperti, ma con una capienza massima di 200 persone. «Ho dubbi sulla legittimità di quell’ordinanza. Regioni e province autonome non possono dettare regole meno invasive e meno stringenti di quelle nazionali, salvo intesa in base a specifici criteri con il Ministero della Salute. Comunque sia, serve fare un vaglio di proporzionalità, cioè di impatti: data la situazione epidemiologica del territorio, i dati raccolti sui luoghi di contagio, va accertato se la soluzione proposta da Kompatscher sia quella che meglio consente l’obiettivo di tutelare la salute, con lesioni meno invasive degli altri diritti coinvolti, primo fra tutti il poter svolgere la propria attività economica».

Sarà di certo un interessante caso di studio: tra due settimane si potrà confrontare la curva dell’Alto Adige con quella del resto d’Italia. Il tempo fornisce sempre delle risposte, sempre che qualcuno non lo voglia anticipare temendone il verdetto.

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