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OLTRE IL CORONAVIRUS: I GIOVANI E LA CITTÀ

Il coronavirus può essere uno spunto importante per ripensare il mondo fuori e dentro di noi. Che dire, dunque, dei giovani, dei loro sogni e progetti? Quali saranno i luoghi in cui tornare a vivere i nostri incontri?

Il 23 dicembre 2020 abbiamo avuto modo di intervistare Anna Spadafora, psicanalista, cifrante e direttore editoriale della rivista “La città del secondo rinascimento”, e di parlare della salute intellettuale, nelle sue tante sfaccettature, ai tempi del coronavirus. Si è visto come tale situazione pandemica possa essere un’occasione per ripensare e riflettere sulla nostra vita, sul mondo che ci circonda, sulle cose che vanno, anzi, non vanno a livello macro e microcosmico, fuori e dentro. Dunque abbiamo deciso di continuare a dialogare, in più puntate, con la dottoressa Spadafora, proprio perché, per citare Guccini, “la materia di studio sarebbe infinita”.

Oggi si parlerà di giovani, sogni, dispositivi, progetti, luoghi, città e incontri. Buona lettura!

Intervista ad Anna Spadafora

Nella tua intervista del 23 dicembre 2020 per AlterThink, dicevi che il governo dovrebbe lavorare per alimentare i sogni degli italiani, concentrandosi soprattutto sui giovani. Che fare se i giovani hanno smesso di sognare? Mi hanno molto colpita le parole di Umberto Galimberti in un’intervista del 2017 su Rai 2: “I nostri giovani sentono di non aver futuro, vivono in un eterno presente, all’insaputa dei loro genitori, con i quali non parlano. Vivono l’assoluto presente in diretta, ventiquattro ore su ventiquattro, perché se guardano avanti non hanno un progetto da realizzare. Non hanno un futuro che li attende. Il futuro è una cosa seria e, quando non si riesce a vederlo, nasce un’atmosfera nichilistica. Manca lo scopo, manca la risposta al perché devo stare al mondo. Quando il futuro non è più una promessa, ma diventa soltanto imprevedibile, retroagisce come demotivazione. Perché devo impegnarmi in qualcosa, se il futuro non promette niente? Oggi i giovani non hanno valori con cui identificarsi. Vivono in uno stato di disentità”. Cosa pensi a riguardo?

I giovani non sono una categoria sociale. “Giovane” deriva dal latino juvenis, che a sua volta viene dal sanscrito yuvan, forte, eccellente (dalla radice yu: respingere, difendere, favorire), per questo potremmo definire “giovane” chi contribuisce alla battaglia. Alcuni linguisti, invece, accostano l’etimo al latino juvare, aiutare, da cui “giovane di bottega”, che sta per “aiutante”. Chissà quanti giovani, nella Firenze del rinascimento, sognavano di “aiutare” Leonardo nella sua bottega. Lo stesso Leonardo non sarebbe divenuto artista, se non avesse frequentato la bottega del suo maestro, Andrea del Verrocchio, che riuscì a valorizzare il suo talento, insieme a quelli di tanti discepoli, fra cui Sandro Botticelli e Pietro Perugino.

Mi chiedi come fare se i giovani hanno smesso di sognare. Ne siamo sicuri? Siamo sicuri che molti non confondano il sogno con il successo da raggiungere prima possibile, magari grazie a un colpo di fortuna? Con la complicità di genitori che riversano il proprio “narcisismo” sui figli (“mio figlio deve riuscire laddove io non ho avuto fortuna”), la società dello spettacolo ha sventolato per decenni i suoi falsi miti, mandando intere generazioni allo sbaraglio, per abbracciare improbabili carriere di calciatore, di soubrette o di modella, per poi lasciarle senza istruzione e strumenti per affrontare le difficoltà della vita. Per di più, si è diffusa l’idea che la famiglia e la scuola debbano cercare continuamente di togliere ai giovani la difficoltà, di giustificare e di colmare presunti limiti e mancanze. Invece, lasciare che ciascuno affronti la difficoltà e il rischio, e compia gli sforzi che le circostanze richiedono di volta in volta, è essenziale nel dispositivo di educazione, come nei dispositivi di ricerca, d’impresa, di lavoro, di gioco, di arte e d’invenzione. Soltanto così, ciascuno non ha bisogno di avere vissuto un terremoto o una pandemia per instaurare un altro tempo nella propria giornata.  Ai giovani, come a ciascuno di noi, non serve “conoscere se stessi” (secondo il precetto delfico), né sapere perché devono “stare al mondo”, servono dispositivi: procedendo dall’apertura, ciascuno intraprende, investe, rischia, per una scommessa di riuscita, costituendo dispositivi con altri, che incontra lungo il viaggio.

Le botteghe del rinascimento erano dispositivi di grande interesse, perché assicuravano non soltanto la produzione, l’arte e l’invenzione, ma anche l’insegnamento e la formazione. E i discepoli non erano esonerati dal rischio di riuscita, non svolgevano esclusivamente esercitazioni, ma si cimentavano con le opere che erano da consegnare ai clienti. Quindi dovevano fare i conti con i tempi e i modi della produzione, anche quando magari avevano un compito apparentemente marginale come quello di preparare la tela o le terre per la tavolozza. Nella bottega, poi, avevano modo di ascoltare il maestro mentre conduceva le trattative sui pagamenti e le scadenze rispetto all’opera commissionata o mentre vendeva a un cliente un’opera già compiuta; oppure di ascoltare riflessioni e dibattiti intorno ai temi più svariati negli incontri con artisti, scrittori, poeti, politici e cittadini che entravano. Otium et negotium, come dicevano i latini, non erano alternativi, ma s’integravano ciascun giorno, senza l’affanno per raggiungere un work-life balance. La bottega non era un luogo, ma un tempo; in questo senso, era un dispositivo: dispositivo vuol dire ritmo (dispositio è la traduzione latina del greco rythmos). Nella bottega c’era il ritmo delle cose che si fanno, e il maestro era anche maestro di vita, come oggi lo è l’imprenditore nelle piccole e medie imprese (PMI) del nostro paese, che coinvolge ciascun collaboratore nel progetto e nel programma, anziché considerarlo un mero esecutore. Purtroppo, non molti giovani sono informati rispetto alle opportunità che offrono queste realtà poco pubblicizzate dalla comunicazione mainstream, ma è una fortuna vivere in un paese con il più alto tasso d’imprenditorialità del pianeta e poter dare un contributo di scienza, arte e invenzione come collaboratore o come titolare di una piccola e media azienda, mentre negli altri paesi la maggior parte dei cittadini lavora in grandi organizzazioni, dove svolge mansioni parcellizzate che devono seguire necessariamente procedure standard.

Ma come sono nate le nostre PMI? Dopo la seconda guerra mondiale, molti giovani che lavoravano nelle grandi industrie italiane si misero in proprio, fondando aziende che oggi sono eccellenze del made in Italy e che costituiscono il 95 per cento del nostro tessuto industriale. La crisi innescata dalla pandemia ha messo in serio pericolo alcune di queste realtà, con una differenza importante: alcune, che da anni proseguivano quasi per inerzia, rischiano di soccombere, mentre altre, che sono sempre state al passo dell’innovazione, adesso cercano non soltanto risorse economiche, ma anche e soprattutto idee per rilanciare il loro progetto e programma. Questo è proprio ciò che possono offrire i giovani oggi: non soltanto inventare nuovi dispositivi, avviando un’attività, ma anche collaborare ai dispositivi esistenti, in varie forme e con differenti statuti. Già alcune PMI, per esempio, incominciano a valorizzare i propri prodotti, nella meccanica o in altri settori di produzione, grazie all’apporto di giovani laureati in materie umanistiche, che hanno gli strumenti per qualificare la comunicazione attraverso la scrittura di testi intelligenti e interessanti, in cui prevale il racconto della particolarità e della specificità dell’azienda e del prodotto, anziché l’uso di slogan intrisi di luoghi comuni. Per non parlare del talento che i giovani possono mettere in gioco nella vendita. Se ci pensiamo, uno dei fattori che ha reso grande il rinascimento – da cui è sorta la modernità – è stato proprio la propensione al rischio, all’audacia e all’avventura, che è una caratteristica dei giovani. Purtroppo, nella mentalità provinciale, vige il tabù della vendita, spesso considerata un ripiego, rispetto a un mestiere o a una professione che assicurano un posto nell’onorata società. Per fortuna, non è così nelle città, che sono nate grazie ai commerci…

La città è la forma d’insediamento umano che, nel corso della storia, ha avuto più successo, e lo dimostra il fatto che buona parte della popolazione mondiale ci viva. Ultimamente, a causa del coronavirus, si sono riscoperti i borghi, i piccoli paesi e la campagna. Pensi che sia una tendenza del momento o un segnale di un futuro cambiamento di rotta?

La paura di dover rimanere per settimane chiusi fra quattro mura, com’è avvenuto durante il lockdown in marzo, ha fatto registrare una tendenza alla fuga dalle città o comunque la preferenza di abitazioni con spazi esterni, un giardino o anche soltanto un terrazzino, dove prendere una boccata d’aria. Tuttavia, come ricordavi, oltre la metà della popolazione mondiale vive in città e non sarà la pandemia a determinare un cambiamento di rotta, anzi, stando a quanto afferma lo studioso di Harward Edward Glaeser, autore del libro Il trionfo delle città, le aree urbane recupereranno appeal: “I prezzi delle aree urbane crolleranno, i ‘centri’ torneranno a essere attrattivi, la richiesta di spazi di svago ricomincerà a crescere. E la cultura sarà considerata ancora più preziosa, perché oggi sappiamo cosa vuol dire vivere senza. Potremo aspettarci di vedere più giovani trasferirsi in queste metropoli meno care, innovative e ricche di idee. Quali resisteranno? Le città dove la gente vorrà anche vivere. Non solo lavorare” (“Il Corriere della Sera”, L’economia, 11 dicembre 2020).

La città è una delle più grandi invenzioni dell’umanità: come dicevo, la città nasce dai commerci, dagli scambi, che sono culturali, artistici e scientifici, prima ancora che economici e politici. Certo, oggi, la città non è localizzabile negli spazi urbani: anche una casa sperduta nel bosco – se i suoi abitanti sono “in viaggio”, se sono collegati e intrattengono scambi con altri abitanti di vari paesi – fa parte della città planetaria. E sempre più saranno utilizzati i mezzi di comunicazione telematica per le attività che lo consentono, per cui nessun borgo e nessuna casa possono dirsi isolati. Tuttavia, l’incontro, l’avvenimento, l’evento esigono ancora la città, con i suoi palazzi, le sue vie, che raccontano storie, sempre da leggere e da scrivere.

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