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IL RAPPORTO TRA POLITICA E BIG TECH – INTERVISTA A GIULIA PASTORELLA

È destinata a far discutere la decisione di Twitter di “bannare” in modo definitivo Donald Trump: la decisione è stata presa dopo l’assalto al Congresso e giustificata dal fatto che i suoi ‘cinguettii’ violassero le regole di Twitter contro l’incitamento all’odio e le minacce violente. Le questioni che l’evento ha sollevato e solleverà sono molte, e molte sono le implicazioni su temi come libertà di espressione, opinione pubblica e democrazia. Abbiamo posto qualche domanda a Giulia Pastorella, responsabile innovazione e digitale di Azioneper provare a sviluppare qualche spunto di riflessione.

Partiamo dal principio: i social sono un club privato molto potente o un servizio di pubblica rilevanza? Si può considerare altrimenti un social network come un’azienda privata che produce un bene pubblico?

«Credo che i social non siano nessuna delle due cose. In primo luogo, non sono un club perché non fanno “squadra” e anzi molto spesso prendono decisioni diverse tra di loro. In secondo luogo, non sono nemmeno un servizio di pubblica utilità perché, anche se sono nati con lo scopo di mettere in contatto e far parlare le persone, non hanno mai sottoscritto accordi specifici che invece stanno alla base dei servizi di pubblica utilità. Tuttavia, sono d’accordo sul fatto che la natura non chiara, ibrida e grigia di queste piattaforme dia luogo alle incertezze che abbiamo visto emergere in questi giorni, in particolare riguardo alla legittimità o meno di certi contenuti.

La normativa che li regola, e che è stata fatta prima che le piattaforme social raggiungessero l’importanza che hanno ora nelle nostre vite, si è rivelata inadeguata a gestire ciò che sono diventati. A questo proposito, ci sono oggi discussioni da entrambi i lati dell’Atlantico: l’UE è più avanti degli USA, a dicembre ha pubblicato delle bozze di regolamentazione per le piattaforme, ma gli eventi recenti ci dimostrano che forse non saranno sufficienti e non toccano veramente i temi caldi».

La narrazione del reale è diventata molteplice, costante, copiosa. Soprattutto volutamente incosciente: non temendo conseguenze (legali) le persone si aggrappano ad un alibi (“la colpa è, casomai, del medium”) perdendo i propri freni inibitori. Ma chi pulisce i contenuti pubblicati su piattaforme come Facebook o Twitter? Che censura deve essere applicata? E soprattutto quis custodiet ipsos custodes?

«Sicuramente l’avvento dei social media ha tolto alcuni freni inibitori e ha permesso di esprimere opinioni in maniera molto libera. Sono d’accordo con voi quando dite che la colpa non sia da cercarsi nel mezzo di per sé ma vada cercata nelle persone che utilizzano quel mezzo per manifestare i propri pensieri. Tuttavia, penso che i social esasperino la radicalizzazione e le divisioni a causa dei loro modelli di business; gli algoritmi, infatti, non sono neutri e favoriscono la diffusione di contenuti che vanno incontro ai desideri degli utenti, perché sono più redditizi, finendo per creare pericolose echo chamber (o bolle) che ci mostrano solo ciò che vogliamo vedere. Per quanto riguarda i meccanismi di filtro, ogni social ha un metodo diverso per “fare pulizia” (termine appropriato, in quanto raramente si tratta di un monitoraggio a priori, è più facile affidarsi alle segnalazioni degli utenti).

Sgombrando il campo dai contenuti illegali (violenza e pornografia, per esempio) che la piattaforma è tenuta a rimuovere sulla base della normativa dello Stato in cui opera, rimangono però molte arie grigie in cui si trovano i contenuti tossici e socialmente pericolosi. In questo caso la discrezionalità delle piattaforme è molto grande perché si applica non più una normativa esterna ma delle regole di condotta interne. È proprio qui che si innesca il senso della vostra domanda “chi supervisiona i supervisori?”, ed è molto problematica.

Possiamo dire che, in un certo senso, i custodi si custodiscono da soli, ma laddove la piattaforma sia un ibrido tra un servizio “pubblico” (accessibile a tutti) e un servizio privato è difficile capire come si possa applicare filtri senza che diventi censura».

Edward Snowden ha twittato “Facebook officially silences the President of the United States. For better or worse, this will be remembered as a turning point in the battle for control over digital speech”. Perché turning point? Da dove arriviamo? Verso dove andremo, in tal senso?

«È un turning point per quello che dicevo prima. Fino a poco fa le piattaforme erano lasciate abbastanza libere rispetto alla gestione dei loro contenuti. Con questo tipo di decisioni (mi riferisco alla scelta di silenziare gli account e i contenuti, anche istituzionali, di Trump) le piattaforme hanno assunto un ruolo che va al di là dell’essere una piattaforma neutra, abbracciando così l’idea di essere “editori” dei loro contenuti; liberi, di conseguenza, di decidere la linea editoriale da tenere. E questo è risultato evidente dall’eliminazione istantanea dei tweet fatti dall’account di @POTUS (l’account ufficiale del Presidente USA) che non incitavano alla violenza ma erano solamente l’ennesima forzatura di Trump, di quelle che solitamente stavano lì senza alcuna conseguenza. Ora rimane da vedere quanto questa escalation, che ha portato alla cancellazione di altri account che diffondevano contenuti legati all’assurda teoria di QAnon, avrà delle conseguenze di lungo periodo».

Ha fatto bene la politica ad affidare quasi completamente la sua comunicazione, anche istituzionale, a piattaforme private trascurando, se non addirittura abbandonando, gli altri spazi di confronto e dialogo con gli elettori?

«Durante la pandemia io stessa ho criticato il fatto che il Presidente del Consiglio Conte prima andasse a fare una diretta Facebook e poi pubblicasse i DPCM in Gazzetta Ufficiale.

Negli ultimi 10 anni è cambiato il mondo in termini di comunicazione e anche la politica si è adeguata: oltre all’idea di coltivare la popolarità personale del leader, credo ci sia un tentativo di raggiungere più da vicino e rapidamente la maggior parte della popolazione.

Il problema è che i social network sono piattaforme private e, quindi, ogni comunicazione, anche la più ufficiale e governativa, è soggetta alle regole che queste piattaforme si sono date. Ciò può quindi comportare potenzialmente una modifica del contenuto o addirittura una sua eliminazione. È un problema? Penso di sì.

Credo che la comunicazione attraverso canali ufficiali non possa essere sostituita da quella attraverso piattaforme private, anche perché non sono neutrali nel modo in cui diffondono i contenuti».

Twitter e Facebook da anni permettono a Trump, e non solo, di fare campagne d’odio, violenza, e fake news. Twitter aveva “detto” mercoledì che nonostante avesse spesso visto un “rischio” nei messaggi di Trump, avrebbe deciso di sospendere definitivamente l’account del presidente solo se avesse continuato a infrangere le sue regole. Eppure, Trump ha utilizzato i social durante tutto l’arco della sua presidenza per irritare i suoi sostenitori e intimidire i suoi nemici, spingendo sempre più in là i limiti su ciò che i leader mondiali possono dire online. Il 26 maggio 2020, Twitter segnalò per la prima volta come fuorviante un tweet del Presidente Trump. Era un cinguettio sul voto postale, il tycoon parlava di esito falsato. Il matrimonio fra Donald Trump e i social si è sempre retto su un equilibrio molto precario, fatto di follower, consenso, estremismo e democrazia. E allora perché questo atto di forza così importante da parte dei vari social, proprio ora, solo ora?

«C’è chi ritiene che quanto accaduto sia molto poco legato a questioni di principio e dipenda invece dal potere, sempre più debole, che Trump può esercitare e dal calo di consensi che ha avuto negli ultimi mesi.

Molti studi hanno dimostrato come gli algoritmi di Facebook siano stati modificati per passare dal veicolare contenuti vicini ai Democratici all’essere più favorevoli ai Repubblicani sotto la presidenza Trump. Quindi si può interpretare questo improvviso rivoltarsi contro chi, giustamente dite voi “fino all’altro ieri era tranquillamente libero di esprimersi sulle varie piattaforme come voleva”, come un segno del cambiamento di potere. Può essere che, in quest’ottica, i social si adattino ai “nuovi padroni”.

È un’affermazione forte e tutta da dimostrare, però non è un’assurdità se consideriamo il fatto che i social sono aziende private e come tali cercano di massimizzare i profitti e di avere buoni rapporti con la politica che ne può influenzare le regole di funzionamento».



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