Een dag uit het leven van Mussolini: Benito Mussolini in zijn karakteristieke trotse houding met een spittende arbeider op het strand van de badplaats Ostia bij Rome. Foto uit 1931. Nationaal Archief, Copyrighted free use, via Wikimedia Commons
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IL FASCISMO RELATIVO

Nel recente articolo “Le Sirene Anti Capitaliste e lo Spettro del Passato Fascista” di Fabrizio Ferrari si cercava di stabilire un contatto tra le moderne forme di “anti capitalismo” e il fascismo. La posizione dell’autore verrà qui definita come “IL Fascismo Relativo”. Una sorta di surrogato del “There’s No Alternative” di Margareth Thatcher. Qualunque cosa non
sia conforme al capitalismo neoliberista è in qualche modo ricollegabile al fascismo. Una posizione che sembra andare molto tra i libertari italiani, come l’Istituto Liberale che arrostendo a fuoco lento qualche migliaio di libri di storia condivide la tesi secondo cui Hitler sarebbe un continuo delle politiche socialdemocratiche che avevano caratterizzato la breve ma intensa esperienza della Repubblica di Weimar.
Risponderò ai singoli punti sollevati dall’autore.


Punto Primo: qui la conoscenza della dottrina economica del fascismo è un po’ deficitaria.
Nel 1922, qualche mese prima della Marcia su Roma, in un comizio a Udine Benito Mussolini dichiarò “basta con lo stato postino, lo stato ferroviere, lo stato assicuratore”. Una visione pro-mercato è anche alla base della nascita dell’IRI: un istituto che sì, avrebbe dovuto rimettere in sesto le aziende italiane, ma subito dopo, come scritto nel comunicato ufficiale del 13 marzo del 1934, “graduale smobilizzo e deflusso nel mercato dei capitali”. Il
ruolo dell’Iri cambiò presto, per diventare più dirigista e anti-mercato, ma solamente per sostenere lo sforzo bellico che Mussolini si apprestava ad intraprendere. Non si deve inoltre dimenticare che, nonostante la militanza di Mussolini nel Partito Socialista, il Fascismo nacque come braccio armato della borghesia capitalista per sedare le rivolte nelle campagne.
Come per il Nazismo quindi la posizione politica del Fascismo non fu un bianco e nero ma variò in base a vari fattore, principalmente l’elemento propagandistico e le strategie per far fronte alla crisi del ‘29.
Ciò che inoltre fa sorridere è che la dottrina economica di cui parla Ferrari è quella che fin dai tempi della guerra fredda viene messa in atto dagli Stati Uniti d’America, come dimostrano i soldi che lo Stato americano elargisce a Elon Musk. Tesla ad esempio ricevette qualche milione dall’amministrazione Obama per puntare sull’auto elettrica. Purtroppo mi
sembra che l’autore sia troppo ancorato a una teoria esogena dell’innovazione e non abbia ben a mente gli studi recenti e le teorie endogene basate sui modelli evoluzionisti, che appunto mettono in primo piano il ruolo di governi e istituzioni nell’innovazione, la
driving force della crescita.


Secondo punto: qui purtroppo l’autore sorvola secoli di dibattito circa il ruolo dell’individuo e dello Stato. Si tratta di un tema che ha interessato filosofi come Hegel e altri pensatori e che qui è ridotto davvero a qualche riga, con tanto di errori concettuali e confusione. Mi sembra che la posizione adottata dall’autore sia una libertà sulla falsa riga di
John Stuart Mill. Quel tipo di interpretazione, purtroppo, risulta abbastanza antiquata. Ma non starò a discutere di ciò. Consideriamo l’asserzione, implicita, dell’autore: “qualunque stato si ponga come obiettivo
non soltanto gli interessi dell’individuo ma anche quelli della collettività è collegabile al fascismo”. Stati come Norvegia, Finlandia, Svezia, Danimarca, che sono dotati di un welfare state solido e ubiquo, sarebbero quindi fasciste?
Si tratta di una concezione un po’ singolare e alquanto manichea che potrebbe portare a paradossi abbastanza curiosi: stati che vietano la vendita di armi sono fascisti? Stati che non permettono ai ragazzini di dodici anni di sfinnare cocaina sono fascisti? Ma l’errore, non da poco, dell’autore è stabilire un’uguaglianza tra lo Stato e la collettività.
Lo Stato fascista è una cosa. La collettività un’altra. La differenza, autoevidente, non è nemmeno da specificare.


Terzo Punto: tralasciando l’apologia in toto delle delocalizzazioni, che spesso avvengono per portare la produzione in Stati dove manca il diritto sindacale e si lavora in situazioni di vera e propria schiavitù, anche qui l’autore sorvola su una letteratura che è in crescita da
anni. Mi verrebbe da chiedergli: considererebbe un proto fascista anche Robert Kennedy, che per primo mosse critiche al PIL affermando che non misurava tutto ciò che rende grande l’America? Per non parlare di illustri studiosi come Martha Nussbaum o Amartya Sen o del paradosso di Easterlein o delle statistiche come il Macquarie Youth Index che
misura il grado di insoddisfazione e inquietudine di un paese ricco come la Gran Bretagna.


Infine: delle due l’una. O si sogna uno Stato Imprenditore che gioca un ruolo fondamentale nell’innovazione o la sinistra sogna il ritorno di un mondo bucolico e agreste.
Se questo è il massimo che i sostenitori del capitalismo sanno fare, tanto meglio sbarazzarcene in fretta di questo capitalismo (detto da me, che anti capitalista non lo sono affatto).

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