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IL SIGNIFICATO DELLA FEDE (di Claudio Cavagnero)

Io non penso che avere Fede sia particolarmente legato alla religione: credo sia invece una forma mentis e che abbia un significato psicologico ben preciso.

Non penso sia una buona idea permetterci di giudicare come semplice superstizione un sentimento così potente: meglio osservare con umiltà ed indagare.

La Fede è il concetto fondante delle tradizioni giudaica e cristiana e ed è infatti descritta nei primi versi della Genesi:

Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona. E fu sera e fu mattina: sesto giorno.

Genesi 1, 31

Durante tutto il primo capitolo l’autore ripete più un concetto chiave: Dio vide che era cosa buona.

E’ strano perché tutti noi conduciamo delle vite molto difficili e complesse e c’è scarsità di tutto tranne che di sofferenza e male. Se poi aggiungiamo il fatto che l’autore visse in un’epoca molto peggiore della nostra, in cui imperversavano malattie a noi ormai sconosciute, probabilmente in una piccola tribù in mezzo al deserto risulta incomprensibile affermare che sia tutto “cosa buona”.

Ma è questo il punto: la Fede è credere che ogni cosa è buona, nonostante la sofferenza intrinseca della vita.

È molto importante comprendere che non c’è nulla di razionale nel concetto: è una scelta che si compie volontariamente nonostante tutte le prove ci indichino il contrario.

Si tratta quindi di un sacrificium intellectus, ossia la consapevole rinuncia della parte pensante e logica del nostro cervello in favore degli altri tre aspetti: il sentimento, la sensazione e l’intuizione. Nella nostra società post rivoluzione scientifica queste tre parti di noi sono in secondo piano, soprattutto a livello culturale. Amiamo ciò che è universale ed obiettivo come la scienza naturale, ignorando che tutto ciò che lo scienziato scrive viene filtrato dalla sua costellazione psicologica. (Jung, Tipi Psicologici)

Rinunciare al metodo scientifico e alla conoscenza sappiamo bene che sarebbe follia visti i traguardi raggiunti da essa, allo stesso modo sopprimere il resto della mente ha effetti devastanti, porta infatti a ciò che Jung chiamava nevrosi e che oggi chiameremmo malattia o disturbo mentale.

Così come i totalitarismi finiscono molto male nel mondo esterno, la dittatura del pensiero o quella del sentimento creano disastri nel mondo interno.

La gestione della psiche è quindi in essenza un gioco di bilanciamento, il quale non è da considerarsi come divisione precisa dei ruoli dei tre aspetti, ma a seconda della propria personalità: in ogni persona ogni tipo psicologico prevale naturalmente sugli altri.

Jung fu definitivo in questo senso: “la scarpa che va bene ad uno sta stretta ad un altro, non esiste ricetta di vita che vada bene per tutti”.

La Fede può inserirsi in questo scenario come totale rigetto del pensiero o come riscoperta dell’inconscio, ovviamente solo quest’ultima manifestazione tenderà ad effetti positivi sull’individuo.

Quando una persona dice che la vita è vuota senza Dio, la religione o la Fede intende dire che questa l’ha aiutata a raggiungere la completezza psichica, ossia l’integrazione di molti aspetti della sua personalità nella vita.

Il sacrificium intellectus è quindi utile a tanti, perché pur essendo il trionfo dell’irrazionalità non è irrazionale come idea: basti pensare al socratico e precristiano “io so di non sapere”. È infatti un’arrendersi all’idea che, per quanto si possa essere intelligenti, non si potrà mai sapere e comprendere tutto. La conoscenza è desiderabile, ma le nostre vite sono troppo brevi.

Così ci troviamo di fronte a ciò che più spaventa le persone, specialmente quelle legate in particolar modo al tipo pensiero: ciò che non sappiamo, tutto ciò che è sconosciuto e che non sapremo mai.

Non è un incontro da poco: è il trovarsi faccia a faccia con l’immensità stessa dello spazio profondo. Neanche l’uomo più coraggioso ne esce indenne.

La proposta biblica è accettare l’infinito e giudicarlo come buono.

Nella vita ci capitano cose che ci affrettiamo a giudicare come positive o negative, ignorando il fatto che ogni singola azione ed avvenimento comporta un numero potenzialmente infinito. Per tanto, l’opinione del te stesso nel momento in cui essa accade è obbligatoria ma probabilmente sbagliata.

E’ infatti innegabile che l’uomo stia meglio oggi di diecimila anni fa. Se alziamo lo sguardo abbastanza, lo noteremo.

SUL CREDERE IN DIO

Dunque io ritengo il concetto di Fede diverso dalla credenza in un essere onnipotente e onnipresente chiamato Dio. Quest’ultima è stata e viene discussa da sempre e non voglio argomentare in favore dell’esistenza o meno di esso, ma mi limito a riportare due punti di vista che ritengo interessanti.

La prima è quella di Jordan Peterson, psicologo di fama mondiale, il quale ha tenuto un seminario intitolato “Chi osa credere in Dio?” nel quale argomenta sulla difficoltà del credere: immagina infatti che esista un essere onnipotente e onnipresente che vede e giudica ogni singola cosa che fai. Dal momento che sai della sua esistenza non dovresti più sgarrare minimamente perché chi scambierebbe due minuti di peccato per l’eternità in paradiso?

Non esistono umani perfetti e forse ha ragione chi disse che nella storia è esistito un solo vero cristiano: Gesù Cristo.

Il secondo parere che vorrei mettere sul tavolo è quello di Carl Jung, anche lui famoso psicologo e padre fondatore, insieme a Freud, della psicologia. Egli rilasciò un’intervista alla BBC nel 1959 nella quale gli venne chiesto se credesse in Dio, risposte: “Io non ho bisogno di credere, io so.

Un’affermazione così criptica e forte allo stesso tempo risultò in un’ondata di lettere da parte dei telespettatori che videro l’intervista. Jung rispose con una lettera pubblica che ho tradotto e di seguito riporto:

«Ho ricevuto tante lettere che hanno enfatizzato la mia frase sul sapere.

La mia opinione sulla conoscenza di Dio non è convenzionale e capisco se verrà suggerito che non sono cristiano. Eppure io mi ritengo tale perché l’intera mia esistenza è basata su concetti cristiani. Semplicemente cerco di scappare alle contraddizioni interne tramite l’umiltà, tenendo in considerazione l’enorme buio della mente umana.

L’idea cristiana prova la sua vitalità tramite una continua evoluzione, come nel buddismo. Il nostro tempo domanda certamente una nuova linea di pensiero, perché non possiamo continuare a pensare in maniera antica o medievale, per quanto riguardo la sfera dell’esperienza religiosa.

Non ho detto nell’intervista: “Esiste un dio”. Ho detto: “Non ho bisogno di credere; io so.” Che non significa che so dell’esistenza di un certo dio (Zeus, Allah, il Dio della Trinità, ecc…) ma invece: io so che mi trovo di fronte ad un fattore sconosciuto in sé stesso, che chiamo “Dio” in consensu omnium, “quod semper, quod ubique, quod omnibus creditur.” [Ciò che su sempre creduto, ovunque, da tutti]

Mi ricordo di lui, lo chiamo, ogni volta che uso il Suo nome per superare rabbia o paura, ogni volta che involontariamente dico: “Oh, mio Dio!”

Di solito accade quando incontro qualcosa o qualcuno più forte di me. È il nome adatto che ho dato a tutte le emozioni che prepotentemente dall’inconscio prendono il controllo della coscienza. È il nome che ho dato a tutte quelle cose che incrociano il sentiero della mia volontà in modo violento, a tutto ciò che cambia le mie opinioni soggettive, i miei piani, le mie intenzioni e il corso della mia vita per il meglio o il peggio. In accordo con la tradizione chiamo il potere del destino, nei suoi aspetti positivi o negativi, fintanto che la sua origine è fuori dal mio controllo, “Dio”. Un dio personale, siccome del mio fato mi importa parecchio, soprattutto quando mi si manifesta come vox Dei, con la quale posso perfino discutere. Noi tutti lo facciamo e, allo stesso tempo, sappiamo che lo stiamo facendo. Ognuno è soggetto ed oggetto contemporaneamente.

Eppure sarebbe immorale da un punto di vista intellettuale pensare che la mia visione di Dio è l’universale, metafisico Essere delle confessioni o della filosofia. Non intendo commettere l’impertinenza di una ipostasia, né un giudizio arrogante come: “Dio può solo essere buono.” Solo la mia esperienza può essere buona o cattiva, ma so che la volontà divina è fondata su basi che trascendono l’immaginazione umana.

Siccome so del mio confronto con una volontà superiore nel mio sistema fisico, so di Dio. Se per esempio mi avventurassi nell’illegittima ipostasia, per esempio, del mio Dio che è al di là del bene e del male, starei semplicemente parlando di me stesso come di tutto: Deus est circulus cuius centrum est ubique, cuis cimuferentia vero nusquam. [Dio è un cerchio il cui centro è ovunque, ma la cui circonferenza non c’è]»

Carl Jung morì un anno dopo aver scritto questa lettera, la considero quindi il suo pensiero definitivo su Dio.

Quindi siamo ad un punto nel quale non sappiamo di Dio, ma sappiamo che non può essere buttato a lato come se fosse nulla.

Carl Jung fece incidere sopra il portone della propria casa questa frase: “Vocatus atque non vocatus deus aderit” Chiamato o meno Dio verrà.

Fu un modo per Jung di ricordarsi che Dio, volenti o nolenti, si manifesta a noi in continuazione ed è una cosa con la quale, per quanto possa risultare difficile per dei semplici esseri umani, ci dobbiamo confrontare. O, meglio, dialogare.

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