Tommy/Unsplash
/

L’IMPORTANZA DI TAIWAN, “L’ISOLA CHE NON C’È”

L’anno della pandemia è anche quello che ha definitivamente sancito la rilevanza di Taiwan, lo stato non riconosciuto. Dalla guerra civile cinese alla lotta al Covid-19; dalle rotte commerciali ai conflitti bellici, l’isola di Taiwan dimostra la sua importanza nello scacchiere internazionale.

Taiwan, la Repubblica di Cina

­Quando ad inizio ottobre nelle redazioni dei giornali indiani è arrivata una lettera dall’ambasciata cinese, i giornalisti stentavano a credere ai propri occhi. Nella missiva, i membri del corpo diplomatico cinese hanno stilato un decalogo delle linee guida da seguire nel coprire le celebrazioni della Festa Nazionale di Taiwan del 10 ottobre. La lettera suggeriva ai giornalisti di non riferirsi a Taiwan come “paese (nazione)” o “Repubblica di Cina”, e soprattutto di non definire Tsai Ing-wen come Presidente. Il tutto in ossequio al principio “Una sola Cina”.

Una sola Cina

Con la formula “Una sola Cina”, l’ambasciata si riferisce alla risoluzione 2758 delle Nazioni Unite del 1971, la quale riconosce il governo di Pechino come unico rappresentante dell’intera Cina, Taiwan compresa, benché la Repubblica Popolare non eserciti alcuna effettiva sovranità sull’isola. Nonostante il Partito Comunista Cinese sostenga la tesi secondo cui Taiwan è parte sacra ed inseparabile della Cina fin dai tempi antichi, la ricostruzione storica palesa l’impossibilità di sostenere le rivendicazioni di Pechino.

Soprannominata dai portoghesi “Ilha Formosa” (isola bella), Taiwan in origine era abitata da popolazioni indigene di origine austronesiane, verosimilmente arrivate lì dalla Cina meridionale. Colonizzata dagli olandesi nel XVII secolo, fu poi conquistata nel 1662 da Zheng Chenggong, generale fedele alla dinastia Ming. Taiwan fu poi incorporata nell’impero della Dinastia Qing (1644-1912) l’ultima dinastia della storia imperiale cinese – benché quest’ultima esercitasse una sovranità parziale e limitata alla parte sud dell’isola. L’isola fu successivamente ceduta al Giappone nel 1895 con il Trattato di Shimonoseki. L’occupazione giapponese proseguì fino 1945, ma solo nel 1952, con il Trattato di Pace tra Giappone e Repubblica di Cina sottoscritto a Taipei, Tōkyō rinunciò formalmente ad ogni diritto su Taiwan e le isole Penghu.

Taiwan
Isola di Taiwan – Fonte: Google Earth

Il Consenso del 1992

Fin dal 1949 le relazioni tra le due sponde dello stretto di Taiwan sono state a lungo di aperta ostilità. Solo sul finire del secolo si riuscì a mitigare i rapporti tramite il “Consenso del 1992”, documento firmato dai leader del Partito Comunista Cinese (PCC) e dei nazionalisti del Kuomintang (KMT). Definirne il contenuto è affare complesso: secondo il PCC è l’accettazione da parte di Taiwan del principio “Una sola Cina” e manifesta la volontà di entrambe le parti dello stretto a giungere ad una riunificazione, poi fissata dal PCC entro il 2049, anno del centenario della Repubblica Popolare. La riunificazione, secondo i desiderata di Pechino, verrà attuata tramite il principio “un paese, due sistemi” già vigente ad Hong Kong.

Il KMT, invece, considera il Consenso del 1992 come la cristallizzazione dell’idea secondo la quale tanto la Cina continentale quanto Taiwan sono parti inseparabili del medesimo territorio, ma lasciando irrisolta la questione di quale governo sia legittimato a governarlo. Con il termine Cina, quindi, il PCC si riferisce alla Repubblica Popolare (RPC) fondata nel 1949, mentre il KMT alla Repubblica di Cina (RdC), fondata nel 1912 dopo il crollo della Dinastia Qing. Al di là dalle interpretazioni, il Consenso del 1992 non è solo l’atto che ha inaugurato le relazioni bilaterali tra le due sponde dello stretto di Taiwan, ma è anche la manifestazione dei destini incrociati delle due comunità, discendenti entrambe dal medesimo popolo, ma che in un certo punto della storia hanno finito per imboccare sentieri diversi.

La guerra civile cinese come premessa della divisione

Figli dei cinesi che vi migrarono fin dal XVII secolo e dei nazionalisti del Kuomintang – la cui convivenza non fu affatto facile, in particolare per le repressioni sanguinarie e la dilagante corruzione del governo nazionalista -, gli abitanti di Taiwan possono essere considerati cinesi a tutti gli effetti. Di etnia han e hakka, parlano mandarino, scrivono con i caratteri tradizionali cinesi e conservando intatte ancora oggi le tradizioni culturali e popolari della Cina.

Orgogliosissimi della propria identità, durante la guerra civile cinese (1927-1950) i nazionalisti del KMT, guidati da Chiang Kai-shek, si scontrarono con i comunisti di Mao, i quali, di contro, teorizzavano la nascita di un uomo nuovo, libero dal giogo medievale della tradizione classica cinese. La divisione nacque sul finire della guerra quando i nazionalisti del KMT, oramai sconfitti, scapparono a Taiwan e da lì ribadirono il dominio su tutto il territorio che fu dell’ultima dinastia cinese Qing. Per il successivo ventennio, con il supporto dagli Stati Uniti, fu il governo di Taiwan a rappresentare la Cina all’ONU, finché nel 1971 non si decise di assegnare il seggio alla Repubblica Popolare Cinese, nei fatti l’unica legittimata a rappresentare il “Regno di Mezzo” nei consessi internazionali.

Mao Zedong e Chiang Kai-shek a Chongqing, in Cina, nel settembre 1945, brindando alla vittoria sul Giappone – Fonte: Agence France-Presse – Getty Images

L’inversione della concezione identitaria

I successivi 50 anni, vissuti da Taiwan nell’assoluto isolamento internazionale, hanno rappresentato un cambio di paradigma nella concezione identitaria tanto dei taiwanesi quando dei cinesi continentali. Ribaltando i ruoli, il Partito Comunista Cinese a via via rigettato buona parte della dottrina maoista, trovando nella cultura classica la propria fonte di legittimazione, mentre gli abitanti di Taiwan, forgiati nello spirito dalla resistenza alle continue minacce degli ex compatrioti, hanno sviluppato spontaneamente una propria identità nazionale, rafforzata dalle riforme in senso democratico del 1996. Ad oggi, infatti, solo una sparuta minoranza della popolazione continua a definirsi cinese, dichiarandosi, la restante parte, taiwanese o tuttalpiù taiwanese-cinese.

Taiwan
Identità taiwanese / cinese (1992-2020) – Fonte: Election Study Center, National Chengchi University

Le legge cinese anti-secessione

Nonostante Taiwan sia nei fatti uno stato indipendente dotato di una propria costituzione, istituzioni, valuta, esercito, passaporto e così via, non ha mai formalmente proclamato l’indipendenza, finendo così per essere definito uno stato de facto. L’ambiguità è certamente da rinvenire nella volontà mantenuta per anni dal KMT di non rinnegare la propria eredità culturale e politica, ma questo non rappresenta né una spiegazione esaustiva, né il motivo principale.

Dopo decenni di minacce, tensioni e crisi politiche e militari, la Repubblica Popolare nel 2005 a promulgato la legge anti-secessioneallo scopo di opporsi e controllare la secessione di Taiwan dalla Cina da parte dei secessionisti in nome dell’indipendenza di Taiwan, promuovere la riunificazione nazionale pacifica, mantenere la pace e la stabilità nello Stretto di Taiwan, preservare la sovranità e l’integrità territoriale della Cina e la salvaguardia degli interessi fondamentali della nazione cinese”.

Tra i vari articoli della legge, quello che tutt’oggi suscita maggiori controversie è il numero 8. La previsione legislativa, infatti, afferma che la RPC utilizzerà mezzi non pacifici e altri mezzi necessari nel caso in cui: le forze indipendentiste di Taiwan, sotto qualunque nome e modo, realizzino la separazione di Taiwan dalla Cina; se dovesse verificarsi un evento importante che porterebbe alla separazione di Taiwan dalla Cina; se venisse esperito inutilmente ogni tentativo di unificazione pacifica.

Il Taiwan Relation Act statunitense

Messa nero su bianco la minaccia di un’invasione militare, Taiwan ha preferito proseguire sulla strada del mantenimento del c.d. status quo, lasciando di fatto la situazione irrisolta ed attendendo il momento di risoluzione definitiva della controversia. Taiwan, però, nasce e sopravvive sotto la protezione degli Stati Uniti d’America che, seppur abbiano riconosciuto il principio “Una sola Cina”, non sono intenzionati a permettere alla Repubblica Popolare di invadere l’isola.

In virtù di ciò, nel 1979 il Congresso degli Stati Uniti promulgò il Taiwan Relations Act, con il quale gli USA stabilirono relazioni informali con l’isola. L’atto, nelle sue disposizioni relative alla difesa militare, permette al Congresso degli Stati Uniti di approvare la fornitura di armamenti sulla base della necessità di Taiwan e supporto alla formazione e all’addestramento delle forze militari dell’isola.

L’atto non garantisce né esclude un intervento militare in caso di invasione dell’isola da parte della Repubblica Popolare, ma mira, nei suoi scopi, tanto a dissuadere la RPC dall’invasione dell’isola, quanto Taiwan da una dichiarazione unilaterale di indipendenza. La situazione, allo stato attuale, è in stallo: la presenza americana è di per sé un deterrente necessario, ma non sufficiente da convincere il PCC ha desistere dall’impresa. La marina cinese, che non è una forza autonoma, ma parte dell’Esercito Popolare di Liberazione, conduce periodicamente esercitazioni nello stretto ed esegue manovre provocatorie come circumnavigare l’isola ed invadere lo spazio aereo. Tuttavia non ha mai tentato uno sbarco anfibio, notoriamente una delle operazioni belliche di più difficile realizzazione, non avendo ancora sviluppato le capacità necessarie all’impresa.

L’unità come valore fondante la nazione cinese

Sorge dunque il quesito: perché la Cina è così ossessionata da Taiwan? Nella massima semplificazione, è possibile affermare che la volontà di annettere l’isola si poggia su due elementi, uno culturale, l’altro strategico.

Il primo aspetto si spiega alla luce di un valore fondante la Cina moderna, quello dell’unità. Fin dagli albori della sua storia, la Cina è sempre stata attraversata dalla tensione tra l’unificazione di tutto il territorio e la sua frammentazione. Cronologia alla mano, le dinastie cinesi non sempre si susseguirono l’una a l’altra, ma anzi vennero spesso intervallate da periodi più o meno lunghi di divisione dell’impero in molteplici entità territoriali in lotta tra loro. Riunificare il nucleo Cina è sempre stato un compito arduo, ma vitale, al punto tale che, secondo la tradizione cinese, il colui che sarebbe stato capace nell’impresa sarebbe stato legittimato dal cielo, la divinità primordiale cinese, a governare su tutta la Cina in quanto investito del c.d. “mandato celeste”.

Secondo questo principio, presumibilmente nato durante la dinastia Zhou (1045 – 256 a.C), può esserci un solo legittimo sovrano della Cina, il quale governa con la benedizione del cielo. Il mandato divino non aveva un termine preciso, ma imponeva al sovrano di governare in maniera virtuosa e per il bene della popolazione. Pena la revoca del mandato, non prima però di aver mandato segnali inequivocabili come inondazioni, carestie, rivolte contadine e disordini. Giocoforza, ogni sovrano, durante tutta la storia della Cina, ha avuto come obiettivo principale quello di garantire unità, stabilità e prosperità dell’impero. Non è né un caso né retorica che la classe dirigente cinese ancora oggi faccia spesso riferimento ai due valori di unità e stabilità, considerati come la conditio sine qua non di una Cina forte, ricca e prospera.

Il rifarsi continuamente all’unità, però, mette in mostra una Cina differente da quella a cui si è abituati a pensare, ossia un paese abitato da un popolo assolutamente compatto ed unito. La realtà profonda, al contrario, mostra un paese che ha al proprio interno enormi differenze, a cominciare da quella di sviluppo tra le province costiere e quelle dell’entroterra, che si riflette anche nel reddito medio dei cittadini, così come le differenze tra i gruppi etnici che, in casi estremi come quello dello Xinjiang, è di tale portata da aver spinto la dirigenza comunista a deportare gli Uiguri in campi di lavoro forzato. Le divisioni interne al paese impongono al Partito Comunista di garantire almeno l’unità del gruppo etnico degli han. Da qui la richiesta della popolazione cinese che il governo riporti l’isola sotto la sovranità della Cina continentale. Nel caso in cui questa non dovesse avvenire, il partito potrebbe uscirne delegittimato, perdendo il “mandato celeste”.

L’importanza strategica di Taiwan per il controllo del Mar Cinese Meridionale                          

Il secondo motivo per il quale la Cina è ossessionata da Taiwan, invece, pertiene ad una dimensione strategica e militare.

Per comprendere la rilevanza dell’isola nello scacchiere geopolitico è necessaria una premessa: ad oggi gli Stati Uniti sono l’unica superpotenza del pianeta. Il dominio statunitense è inscalfibile fin dalla fine della seconda guerra mondiale e si è rafforzato con il crollo dell’Unione Sovietica. Uno degli strumenti principali di egemonia è il controllo di tutte le rotte marittime del mondo, le stesse dove viaggiano il 90% delle merci. Gli Stati Uniti hanno raggiunto questo obiettivo tramite il controllo di tutti gli stretti del pianeta. Che sia Gibilterra, Bāb el-Mandeb, Hormuz o Panama, la U.S. Navy può potenzialmente interdire il passaggio delle navi a qualsiasi paese, Cina inclusa.

La rotta marittima che dall’Europa va in Asia passa necessariamente per lo stretto di Malacca, attraversa il Mar Cinese Meridionale, supera Taiwan o a nord-ovest tramite l’omonimo stretto tra l’isola e la Cina continentale, oppure a sud tramite lo stretto di Luzon, che separa Taiwan dalle Filippine, per poi giungere nell’estremo oriente. Ecco che quindi è la stessa geografia a indicare l’importanza strategica di Taiwan.

Principali linee del traffico marittimo tra l’Oceano Indiano e l’Oceano Pacifico Occidentale – Fonte: Ministero della Difesa

Per avere il pieno controllo dell’area, da decenni la Cina tenta di conquistare militarmente il Mar Cinese Meridionale, adducendo false ricostruzioni storiche che vorrebbero le isole Spratly, Paracelso e numerosi atolli e scogli come parte del territorio cinese da secoli. In questo modo la Cina ribadisce la sua sovranità in quasi tutto il Mar Cinese Meridionale, delimitato dalla c.d. nine-dash line, una linea di demarcazione dei confini marittimi che parte dall’isola di Taiwan e giunge fino a poche miglia dalle coste di Malesya, Filippine, Taiwan e Brunei.

Nonostante la Corte permanente di arbitrato dell’Aja nel 2016 abbia sancito l’illegittimità dell’occupazione, rigettando qualsiasi ricostruzione storica, la Cina ha sempre rifiutato di liberare il mare, ed anzi ha fortificato isole ed atolli costruendo su di essi insediamenti militari. L’obiettivo cinese è chiaro: non solo il Mar Cinese Meridionale è uno specchio d’acqua particolarmente pescoso e pieno di risorse naturali, ma è soprattutto la rotta commerciale fondamentale per il commercio asiatico, attraverso la quale passa quasi un terzo di tutto il commercio marittimo mondiale, quasi 4 trilioni di dollari di scambi commerciali.

La nine-dash line, la linea di demarcazione utilizzata dalla Cina per le rivendicazioni nel Mar Cinese Meridionale

Controllare il Mar Cinese Meridionale trasformerebbe la Cina nell’egemone regionale. In quest’ottica l’annessione di Taiwan è fondamentale per molteplici motivi. Oltre al già citato controllo dei due stretti, Taiwan funge da barriera a difesa della costa meridionale e dello stesso Mar Cinese Meridionale, quasi fosse un tappo. Inoltre, un’eventuale conquista dell’isola permetterebbe alla Cina di avere un affaccio diretto sull’Oceano Pacifico, quindi verso le coste statunitensi. Ad oggi l’accesso al Pacifico è interdetto dalla presenza dell’arcipelago giapponese che, con le isole Ryukyu e Senkaku (queste ultime contese tra Cina e Giappone) riesce a porsi come argine alla marina cinese.

L’ostilità degli Usa e dei paesi asiatici

Le aspirazioni di Pechino, però, si scontrano con ostacoli apparentemente insormontabili, tra cui la difficoltà di realizzare un sbarco anfibio sull’isola, manovra militare particolarmente complessa, e l’ostilità non solo degli Usa, ad oggi la potenza navale che domina l’Indo-pacifico, ma anche di tutti gli altri paesi asiatici. Tra tutti il Giappone, paese esportatore, sprovvisto di risorse naturali, che sopravvive grazie alle rotte commerciali tenute libere dagli statunitensi.

Proprio la crescente militarizzazione del Mar Cinese Meridionale, unito all’instabilità regionale causata dal programma nucleare nordcoreano, ha spinto il governo di Tōkyō a proporre la modifica costituzionale del famoso articolo pacifista, quello che impedisce all’arcipelago nipponico di avere un esercito, oggi mascherato da forza di autodifesa. Il Giappone, inoltre, consapevole dell’importanza strategica della regione, ha investito massicciamente nei paesi dell’Asean, l’Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico, e mantiene scambi con Taiwan al fine di diluire l’influenza economica che la Cina ha sui paesi dell’area, in particolare i più poveri e meno capaci di contrastarne il potere.

Ecco come appare chiaro che la conquista e l’annessione di Taiwan rappresenti per la Cina una necessità ineludibile. Non solo oggetto del desiderio, ma concreto obiettivo militare per raggiungere l’egemonia almeno nel quadrante asiatico, rendendo gli altri paesi del continente dipendenti da essa per il commercio e l’approvvigionamento delle fonti energetiche, con tutte le implicazioni politiche, diplomatiche e militari che ne derivano.

Le aspirazioni di Pechino si scontrano con la realtà

Nel primo discorso del 2019, il segretario del Partito Comunista Cinese, Xi Jinping, ha ribadito che l’unificazione è un’inevitabilità storica e che questa avverrà indipendentemente dalle volontà degli abitanti dell’isola di Formosa. Il termine ultimo è il 2049, anno del centenario dalla fondazione della Repubblica Popolare Cinese. Ad oggi, però, non si vedono elementi che fanno presagire una riuscita nell’impresa.

Nonostante la vulgata voglia la Cina come inevitabilmente ad un passo dal sottrarre lo scettro di egemone globale agli Usa, in realtà vive un momento di forte difficoltà. Il rallentamento economico, la differenza del livello di sviluppo tra città e campagna e tra province costiere e interne, il fallimento nella stabilizzazione delle c.d. province ribelli di Tibet, Xinjiang e Mongolia meridionale, la dipendenza tecnologica, una sempre maggiore ostilità da parte degli Usa, dei paesi asiatici ed europei. In tutto questo, l’isola di Taiwan prende metaforicamente il largo.

Lo stretto di Taiwan non è affatto un luogo dove i separatisti possano agire in modo avventato. Se le autorità di Taiwan ci provano, andranno incontro alle soluzioni militari della terraferma (Cina continentale)” – Fonte: Global Times/Twitter

Con la rielezione della presidente Tsai Ing-wen, leader del Partito Democratico Progressista, i rapporti tra Taiwan e gli Usa sono sempre più intensi e si svolgono alla luce del sole. Proprio quest’estate due funzionari governativi statunitensi, Alex M. Azar II, il segretario alla salute e ai servizi umani, e Keith Krach, sottosegretario alla crescita economica, energia e ambiente, si sono recati in visita sull’isola a distanza di un mese l’uno dall’altro, attirando le ire di Pechino che, nelle sue manifestazioni più estreme, tramite il tabloid Global Times ha minacciato l’imminente scoppio di una guerra nel caso in cui fossero proseguite queste visite diplomatiche, considerate dalla Cina come provocatorie. Inoltre, durante l’amministrazione Trump sono aumentate le vendite di armi all’isola, rendendo palesi i messaggi degli Stati Uniti: Taiwan non si tocca.

LASCIA UN COMMENTO

Your email address will not be published.

NON SOLO COVID – L’ALTRO 2020

PER ORA TUTTO TRANQUILLO