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LA CRISI NELLA CRISI

È il 13 gennaio 2021, il tardo pomeriggio del 13 gennaio per la precisione, Matteo Renzi, leader del partito di maggioranza “Italia Viva”, annuncia le dimissioni delle ministre Teresa Bellanova (politiche agricole) ed Elena Bonetti (politiche per la famiglia), dando così inizio all’ennesima crisi di governo della storia della Repubblica Italiana.

La crisi continua tutt’ora, nonostante si sia riusciti a trovare una maggioranza in Parlamento, ma, essendo solo relativa in Senato, causa le astensioni dei senatori di Italia Viva, nulla si è ancora concluso.

A Giuseppe Conte sono state date due settimane, per gentile concessione del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, per ottenere la maggioranza assoluta in Senato, in quanto al voto di fiducia del 19 gennaio il Governo ha ottenuto 156 voti favorevoli, 140 contrari e 16 astenuti (di Italia Viva), attraverso senatori del gruppo misto, fuoriusciti di Forza Italia o altri transfughi da Italia Viva come Nencini (PSI) e Cerno (tornato al PD).

Questa situazione getta il paese in un momento di alta instabilità, infatti non c’è una maggioranza forte che possa sostenere le proposte di legge di questo governo al Senato, ma, prima ancora, non è presente nemmeno una maggioranza all’interno di tutte le commissioni parlamentari, impedendo così anche solo di presentare i propri disegni di legge all’Aula.

È una situazione analoga a quella che si verificò, dal luglio del 1976 al gennaio del 1978, con il terzo governo Andreotti, chiamato anche: “Governo della non sfiducia” per la maggioranza, solo relativa, ottenuta grazie al Partito Comunista Italiano, che scelse di appoggiare, solo esternamente, la squadra di governo, astenendosi dal votare la sfiducia.

Situazione analoga, questa, perché solo grazie alla “non sfiducia” di Italia Viva questo governo è riuscito “a sfangarla” al Senato, anche se dal punto di vista pratico non si è sfangato proprio un bel niente.

Tanti, entrando nel merito della questione, affermano che un atto della portata di una crisi di governo, in un momento di crisi già molto profonda, quale una pandemia globale, non sia né coscienzioso né giusto, ed addebitano a Matteo Renzi, l’autore del “misfatto”, aggettivi come “traditore” o puerilità simili, mentre, in realtà, l’unico errore che andrebbe imputato a Renzi è quello di non essere andato fino in fondo e di non aver votato, lo scorso 19 gennaio, NO alla fiducia al governo Conte II.

Condivisibili appieno, invece, i tempi della crisi.

Questo perché non è forse nei momenti di profonda crisi che diventa necessario un profondo cambio di passo?

Non è forse nel momento in cui ci si accorge di non essere in grado di adempiere in maniera ottimale ai proprii doveri che diventa il momento di lasciare spazio a chi, invece, è migliore di te?

Gli esempi nella storia sono molteplici: uno su tutti porta il nome di un uomo, morto in uno di questi freddi giorni di gennaio anni or sono, il 24 gennaio 1965 per l’esattezza: Winston Churchill.

Winston Churchill fu politico e militare britannico, nato nel 1874 a Blenheim Palace, e divenuto primo ministro del Regno Unito per la prima volta nel 1940.

Nel maggio del 1940 la guerra imperversava in tutta Europa, i nazisti avevano preso Parigi e si apprestavano a prendere gli ultimi due presidi anglo-francesi in Francia: Calais e Dunkerque, proprio in quest’ultima roccaforte si trovava gran parte dell’esercito inglese e nel Regno Unito si discuteva su cosa fosse necessario fare per mantenere l’autonomia e la libertà della tanto amata isola: tentare una difficile ritirata, rischiando di perdere quasi tutto il proprio esercito nello stretto della manica, sotto le bombe della Luftwaffe tedesca, o, invece, arrendersi e perdere così la propria autonomia?

Il primo ministro inglese dell’epoca, Neville Chamberlain, non aveva l’appoggio necessario, da parte dei Liberali e dei Labour, per guidare un governo di larghe intese e prendere così quella che poi si sarebbe rivelata la decisione giusta, ossia ordinare una rischiosa ritirata, ebbe però il coraggio di lasciare il paese in mano ad un uomo che quel tipo d’appoggio l’aveva.

Il 10 maggio del 1940 rassegnò le dimissioni ed appoggiò, da leader dei conservatori, un governo di larghe intese con a capo Winston Churchill, dimostrando, così, quanto sia necessario, per fare il bene del proprio paese, saper lasciare al momento opportuno, soprattutto quando il proprio governo è segnato dalle rotture e dalle indecisioni che ne causano immobilità e mala gestione.

Un po’ quello che sta accadendo ora con Giuseppe Conte: un leader non pronto per questa situazione che sta esponendo il paese a continui scivoloni ed errori.

Chi parla di “modello italiano”, per difendere il proprio premier, forse non vede, o finge di non vedere, i dati di (de)crescita del PIL ed i morti per milione di abitanti in Italia e nel mondo.

L’Italia, come si vede dal grafico qua sopra, è il secondo peggior paese per crescita del PIL nel 2020, solo l’Argentina ha fatto peggio, ma è anche, allo stesso tempo, il peggior paese per numero di morti per milione di abitanti.

Ciò vuol dire che, in teoria, in Italia devono esserci stati i lockdown più duri (unica spiegazione per una decrescita del PIL così marcata) e che, nonostante tutto, sia stato il peggior paese per reazione sanitaria alla pandemia, non certo dovuta all’ottimo personale sanitario ma, invece, causata dalle scelte prese da marzo ad oggi, tra cui la decisione di non prendere il MES sanitario, facendosi così trovare impreparati ad una, già preannunciata, seconda ondata.

Parlare di “modello italiano” di fronte a questi dati sembra un tantino eccessivo.

Tra poco bisognerà gestire 209 miliardi del Recovery Fund, o meglio, del Next Generation EU Fund, e non è pensabile che a gestirlo siano persone che fino a questo momento hanno fatto tali disastri. Già prima del Covid-19 si notava l’incapacità gestionale di questo governo, ed ora, dopo tutto ciò che è accaduto, perché ostinarsi a difendere i loro insuccessi compromettendo il futuro di tutti?

Serve, quindi, un’ampia maggioranza che dia vita ad un governo di larghe intese fatto da persone competenti, capaci e prive di fini politici che possano, indipendentemente dalla visione politica, portare l’Italia a vette più elevate, dove regna la tranquillità e la buona gestione.

E questo, senza se e senza ma, è il motivo per cui una “crisi nella crisi” è più che legittima, anzi, necessaria.

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