Mancano poche settimane all’elezione del successore di Sergio Mattarella alla Presidenza della Repubblica. La lista dei nomi papabili si aggiorna di ora in ora e figura tra questi anche quello del Presidente del Consiglio Mario Draghi. Sarebbe il primo Presidente a passare direttamente da Palazzo Chigi al Quirinale. Il mondo della finanza internazionale si divide nel prevedere gli effetti del cambio di ruolo di Draghi sull’economia italiana ed europea.
LA POSIZIONE DELL’ECONOMIST
L’influente settimanale britannico ha premiato l’Italia come il Paese dell’anno del 2021 per il suo “percorso politico”. Tra le motivazioni di questo riconoscimento si fa esplicitamente riferimento alla figura di Draghi, “un primo ministro competente e rispettato a livello internazionale”. I risultati dell’esecutivo confermerebbero la bontà della leadership di Draghi. A sostenere il governo vi è un’ampia (e fin troppo eterogenea) maggioranza, unita dalla volontà politica di realizzare le fatidiche riforme strutturali, necessarie per ottenere i fondi europei del Next Generation EU. Inoltre, il tasso di vaccinazione dell’Italia è tra i più alti in Europa e l’economia italiana pare aver imboccato il sentiero della ripresa. Ma la rivista mette in guardia dal “rischio che questa tendenza al buon governo possa invertirsi”. Se Draghi salisse al vertice più alto delle istituzioni, probabilmente il suo successore non sarebbe a un livello di competenza e di prestigio paragonabili.
LA POSIZIONE DEL FINANCIAL TIMES
Con un articolo pubblicato a dicembre 2021, il Financial Times ha disegnato un quadro potenzialmente catastrofico. Se Mario Draghi diventasse il Capo dello Stato, l’Italia piomberebbe nell’instabilità politica. I partiti, infatti, tornerebbero al centro della scena, mettendo in discussione il piano delle riforme strutturali, in particolare quelle su fisco, pensioni e lavoro. Tuttavia, successivamente lo stesso quotidiano ha pubblicato un editoriale sul tema, sostenendo, a sorpresa, una tesi diametralmente opposta. L’autore dell’articolo è Bill Emmott, ex direttore dell’Economist e nota firma dell’antiberlusconismo internazionale. Emmott scrive che in un mondo perfetto, Draghi dovrebbe rimanere a Palazzo Chigi per tutta la durata del PNRR, ma “se il risultato perfetto è irraggiungibile, è giusto optare per la migliore soluzione imperfetta: vale a dire che Draghi sia eletto Presidente della Repubblica dal Parlamento a fine gennaio, e da lì per i prossimi sette anni sovrintenda alle questioni come Capo dello Stato”. Secondo la sua tesi, Draghi avrebbe due opzioni: guidare il governo fino alla fine della legislatura nel 2023 (resistendo alle eventuali pressioni crescenti per le elezioni anticipate) oppure “dirigere il traffico” per sette anni dal Quirinale, portando l’Italia più vicina a una forma raffazzonata di presidenzialismo, a garanzia delle riforme e dei finanziamenti europei.
COSA DICONO I MERCATI
Per i mercati lo scenario di Draghi al Quirinale non è tra i più ambiti. Il cambio di ruolo dell’ex Presidente della BCE genererebbe una crisi di governo, con la conseguente necessità di nominarne un altro, con dei tempi tecnici non scontati per la sua formazione (tra consultazioni, trattative, nomine ministeriali). Nel frattempo, la Commissione europea, le agenzie di rating e tutto l’arcipelago degli stakeholder attenderebbero col fiato sospeso una celere soluzione della crisi, con in ballo i miliardi del PNRR. In questa finestra temporale potrebbe concretizzarsi il rischio di un attacco speculativo e di un conseguente aumento dello spread, termometro della fiducia nutrita dai mercati nei confronti dell’Italia. Già in occasione della conferenza stampa di fine anno, quando Draghi si è autoqualificato “nonno delle istituzioni”, i mercati hanno reagito nervosamente, interpretando tale affermazione come un’apertura alla sua elezione a successore di Mattarella. Lo spread ha toccato quota 140 punti base, per la prima volta dal novembre 2020. Per la banca d’affari Goldman Sachs, l’uscita di Draghi da Palazzo Chigi comprometterebbe il PNRR; l’istituto finanziario mette anche in fila dei dati quantitativi a sostegno di questa tesi. Il passaggio di Draghi al Quirinale “potrebbe ridurre l’assorbimento effettivo delle sovvenzioni del Recovery Fund tra il 50% e il 75%, cosa che farebbe abbassare l’impulso fiscale per la crescita del PIL dello 0,1% nel 2022 e dello 0,35% nel 2023”. Non ci resta che attendere l’inizio del grande gioco del Quirinale per vedere come andrà a finire.



