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LE AMBIZIONI DEL DRAGONE, UN SECOLO CINESE?

La Cina ha nei decenni vissuto una profonda metamorfosi. Il successo del modello autoritario-capitalistico che essa oggi rappresenta è e sarà la nuova antitesi ai modelli democratici che crediamo eterni ma si dimostrano in declino. Il campo del confronto è innovativo, gli scenari possibili molteplici. Dobbiamo sperare nel secolo cinese?

La Cina oggi tra stereotipi e sviluppi

L’immagine della Cina rimane spesso ancor’oggi vittima di riduttivi luoghi comuni, pressapochismi e anacronistiche concezioni legate ad un ormai lontano passato. Si guarda mediamente a quest’ultima come realtà geopolitica emergente, incentrata in ambito commerciale all’esportazione di beni a basso costo e caratterizzata da un sistema fortemente autoritario e privo di legittimità popolare. La scomoda realtà è che lo stato del dragone è ormai potenza pienamente emersa e tecnologicamente ipersviluppata. Inoltre, nonostante la chiara struttura totalitaria, il partito comunista cinese (PCC) non risulta privo di legittimazione. Di certo i cittadini cinesi non possono vantare il privilegio di recarsi periodicamente alle urne ma il consenso al PCC deriva d’altra cosa. Si parla comunemente di “legittimità della performance”. Nell’ultimo mezzo secolo l’amministrazione comunista ha saputo garantire una costante crescita economica (PIL ampiamente più che decuplicato rispetto al 1970), un ridimensionamento dei tassi di povertà (dal 50 a circa il 5%) e un rinnovato ed ora preminente ruolo internazionale. Il secolo delle umiliazioni e l’endemica povertà sperimentata in epoca maoista, sono parte di una memoria storica sempre più lontana. L’intrecciarsi di tali fattori pare (forse solo momentaneamente) sufficiente a garantire stabilità senza rendere necessari nuovi interventi a “stampo piazza Tienanmen”. In altre parole, ad oggi il modello cinese è economicamente realizzato, altamente competitivo e offre stabilità senza la necessità di schierare i carri armati contro la popolazione. Risulteranno tali condizioni sufficienti a fare del modello cinese l’alternativa alle democrazie occidentali capeggiate dagli USA? Il connubio di soft e hard power di Beijing può reggere il confronto con l’egemone stanco ma ancora veementemente prestante sul piano economico e militare?

Per comprendere l’entità della sfida che questa nuova superpotenza muove all’egemonia americana è fondamentale comprendere l’entità della sua grandezza in una prospettiva olistica e omnicomprensiva. La Cina è notoriamente la seconda economia del pianete in un ascesa che sembra senza fine e che il Virus pare finirà per acuire ulteriormente in termini di ricchezza relativa.

La sua potenza militare è altrettanto in ascesa; se oggi gli Usa spendono nella difesa ampiamente più del doppio dello sfidante asiatico (fino a 650 miliardi) le tendenze in atto non potranno che capovolgere tale rapporto. Di fatto la spesa militare americana nell’ultimo decennio è diminuita del 17% mentre nello stesso arco temprale quella cinese cresceva a tassi del + 83% annui. L’esito futuro in termini di capacità militari non sembra necessitare di ulteriori esplicazioni.

Continuando, la superpotenza asiatica risulta essere la prima investitrice a livello globale in quelle che saranno le tecnologie del futuro. La Cina da sola si rappresenta più del 60% degli investimenti a livello mondiale nell’intelligenza artificiale ottenendo già di fatto il primato tecnologico. Pare che l’umanità sia oggi partecipe ad una nuova “fase Sputnik” in cui la supremazia tecnologica americana viene meno. Per ultimo, ma di certo non per importanza, in un momento in cui l’identità globalista americana va scemando, la Cina cerca di estendere capillarmente la sua influenza al mondo intero adoperandosi anche per colmare le lacune lasciate da Zio Sam. Di fatto Trump rende il mondo più vulnerabile all’ascesa cinese. Il dragone ambizioso cementifica la sua preponderante influenza in tutta l’Asia, l’aumenta sensibilmente in Medio Oriente, corteggia le potenze europee cercando di inserirle nell’ambizioso progetto (più geopolitico che commerciale) delle nuove vie della seta (tentativo di contro-globalizzazione) e soprattutto risulta essere l’unica reale investitrice nel continente africano dimostrando grande lungimiranza. L’Africa infatti coi suoi 1.2 miliardi di abitanti e potenziali consumatori rappresenterà di certo nei prossimi decenni la più grande opportunità economica ed un enorme mercato. Al contempo essa è terreno fertile per l’esportazione e diffusione del modello di governo autoritario e centralizzato di Pechino.

Sfida all’egemone stanco. L’innovativo campo di battaglia

Non di rado si parla già di una seconda guerra fredda in corso e appare ad oggi che il Coronavirus spezzi i freni inibitori che impedivano a Pechino di proporsi a nuovo egemone. Sbaglieremmo però di fatto a contestualizzare lo scontro Cina-USA nei modelli che furono propri della prima guerra fredda. Il mondo è profondamente cambiato e l’avversario americano è di ben diversa natura. Ai tempi della prima guerra fredda la società internazionale era divisa tanto ideologicamente quanto economicamente. Il comunismo figurava come antitetico alla logica capitalistica e la cortina di ferro si manifestava nella creazione di due distinti universi economici. Realtà desumibile dal fatto che tra 1945 e 1991 gli scambi commerciali tra i due blocchi erano nella misura di circa due miliardi annui, mentre occidente e URSS erano quasi totalmente indipendenti gli uni dagli altri in termini economici e industriali. Bene, oggi la situazione è pressoché l’opposto. Dal lato ideologico la Cina con la morte di Mao ha abdicato dal ruolo di fabbrica di ideologie sovversive ed ha sposato la logica capitalista rimanendo comunista solo per denominazione. Questo fa di lei un entità decisamente meno minacciosa dell’ormai dissolta URSS. Considerando invece i preminenti aspetti economici, quei due miliardi di scambi annui che avvenivano tra occidente e URSS avvengono oggi giornalmente tra occidente e Cina. Per di più la catena del valore mondiale vede Pechino in posizione di perno, una realtà con cui abbiamo dovuto fare i conti in fase pandemica quando mascherine e attrezzature sanitarie erano irreperibili. Appare quindi incontrovertibile, il campo del confronto è profondamente mutato. La Cina si manifesta come elemento fondamentale e ormai inestricabilmente legato alle economie occidentali. Spingere quest’ultima al collasso potrebbe di conseguenza manifestarsi in ingenti crisi economiche a sfondo globale. Le strategie americane dovranno sapersi evolvere. L’introversione strategica e una guerra dei dazi a tutto campo (che finisce per colpire inevitabilmente anche l’America stessa) potrebbe non essere la più lungimirante delle scelte. Tutto considerato risulta però forse l’unica a disposizione.

Due modelli a confronto

In molti oggi affermano l’impossibilita dell’avvento di un secolo cinese che veda parallelamente il tramonto egemonico USA. Si potrebbe in effetti asserire che i nodi strutturali cinesi siano destinati a venire al pettine presto o tardi. La crescita economica non può essere infinita e fasi congiunturali farebbero venir meno la legittimità della performance summenzionata. Inoltre, quella cinese è un economia marcatamente volta all’export e la sottoposizione a crescenti dazi potrebbe seriamente comprometterla. Il futuro però lo scriverà la storia e lanciarsi in audaci tentativi di previsione futuristiche lascia lo spazio che trova. Ciò che possiamo, e a parer mio dobbiamo, fare è interrogarci sottoponendoci una scomoda domanda. Potrebbe essere il modello cinese più efficacie nel dare risposta ai problemi globali che il mondo oggi si trova ad affrontare? Potrebbe l’assenza di libertà individuale manifestarsi necessaria ed auspicabile? Del resto, la libertà di voto ha portato al trionfo politico di demagoghi ipernazionalistici (si pensi ai vari Trump, Bolsonaro, Salvini eccetera) che non solo manifestano totale incompetenza ma rischiano concretamente di precipitare il mondo in nuovi conflitti deleteri. Al contempo i regimi democratici si manifestano disfunzionali e perdono progressivamente legittimità. Si moltiplicano i disillusi che manifestano un disaffezionamento crescente verso la democrazia. Il successo di partiti antisistema e l’aumento dei tassi di astensionismo non ne sono che alcune manifestazioni emblematiche. Dall’altra abbiamo la Cina e il modello politico di cui si fa capostipite. Quest’ultimo è notoriamente illiberale e totalitario, il PCC pare davvero aver scambiato il romanzo 1984 di George Orwell per una sorta di libretto delle istruzioni. Il controllo sulla popolazione è oggi totale e nell’era dei big Data e dell’AI raggiungerà di certo nuovi distopici orizzonti (il sistema del credito sociale ne è un primo assaggio). Personalmente non posso che ripudiare ciò che la Cina nella sua intrinseca essenza rappresenta, ma non è forse vero che il modello della potenza asiatica in ascesa si manifesti più funzionale e ambizioso delle fallimentari democrazie? La competenza nelle élite burocratiche e di governo è totale. Il fatto di non dover sottostare al vincolo elettorale pone i politicanti nell’agevole posizione di poter far scelte lungimiranti e all’occorrenza impopolari senza temere il dissenso elettorale. La politica nell’universo cinese non deve garantire tagli fiscali o benefici vari per ingraziarsi l’elettorato e assicurarsi rielezioni. Il modello cinese appare, per queste e innumerevoli altre ragioni, politicamente più proficuo resiliente ed efficacie.

Non voglio in questa sede sobbarcarmi l’onere di dare risposta rispetto a quale modello sia migliore, servirebbero molte altre pagine per anche solo provare ad abbozzare i pro e i contro di entrambi e confrontarli. Al contempo però, assistendo ogni giorno alle aporie intrinseche delle democrazie contemporanee, credo sia almeno necessario porsi tali pressanti questioni. Del resto, potrebbe essere un mero spreco di energie intellettuali e potremmo non poter avere il lusso di scegliere in futuro se accettare o meno svolte totalitarie. Il modello cinese potrebbe esserci imposto o anche realizzarsi autonomamente nella spontanea deriva autoritaria in cui già si incanalando innumerevoli democrazie occidentali. Chiudo con un’ultima riflessione e un auspicio forse utopico. Non ho dubbi che il modello democratico possa essere migliore, semplicemente potrebbe non esserlo oggi. La democrazia basa il suo buon funzionamento sugli individui detentori nel loro insieme della sovranità popolare. Un alto capitale sociale in essi è base necessaria per decretare il successo democratico, ma tale conditio sine qua non appare oggi assente. L’unica via per garantire la preservazione e la fortificazione democratica non può quindi che passare tramite una rivoluzione culturale (come già un tempo auspicato dall’immenso Gramsci), civica e scolastica. L’utopica speranza è di vivere abbastanza per assistervi.

Pietro Maccabelli

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