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ALI E FRAZIER, NEMICI PER LA PELLE

La storia dello sport è fatta di storiche rivalità: Federer vs Nadal, Coppi vs Bartali, Ronaldo vs Messi. Il duello tra Ali e Frazier però assume dei connotati molto più profondi che vanno oltre al contesto sportivo.

Nel corso degli anni Sessanta e Settanta la boxe era uno degli sport più seguiti in America. Gli atleti del tempo erano sempre sotto i riflettori dei mass media: per questo la rivalità tra Muhammad Ali The Greatest e Smokin Joe Frazier non poteva passare inosservata. I due pugili si fecero rappresentanti di ideologie, culture e ambienti totalmente contrapposti. La loro rivalità non si limitava al ring.

L’ inimicizia ebbe tempo di crescere e svilupparsi vista la squalifica di 3 anni per Ali visto il suo rifiuto di partire per il Vietnam. In quel lasso di tempo i due si conobbero, e dall’iniziale rispetto e stima che si riservano ad un avversario si passò ben presto ad un acceso dualismo. Frazier era diventato campione dei pesi massimi senza aver mai battuto Ali, che deteneva il titolo prima della squalifica. Questo per Ali, già a priori, era una macchia vergognosa nella carriera di Frazier.

Inoltre più si conoscevano e più appariva evidente come tra i due non potesse mai scorrere buon sangue. Ali fin dagli albori della sua carriera si era dichiarato fieramente Afro e rappresentate della lotta contro lo “schiavista bianco”. Si faceva portavoce dei vinti, degli sfruttati, degli emarginati.

Frazier d’altro canto era visto molto di buon occhio dalla “parte bianca” americana: cantare l’inno nazionale era per lui un segno d’orgoglio. Godeva dell’appoggio politico e sportivo dei ricchi imprenditori che apprezzavano il suo aplomb.

Questo Ali non lo poteva sopportare, considerava Smokin Joe come un traditore, uno che aveva rinnegato le sue origini per i soldi, dimenticandosi tutti i soprusi che la sua gente aveva subito per mano dei bianchi. In poche parole, era uno “Zio Tom”.

“Solo gli sceriffi dell’Alabama, i ricchi bianchi, i membri del Ku Klux Klan e Richard Nixon tifano per Frazier.

Muhammad Ali

A ciò si aggiunge poi la differenza religiosa fra i due: Muhammad si era convertito all’islam dopo aver fatto la conoscenza di Malcolm X. Joe non poteva concepire l’improvvisa conversione del rivale. La considerava una mancanza di coerenza.

I due pugili avevano anche due carattere agli antipodi. Ali era strafottente, arrogante e presuntuoso, si inorgogliva parlando di sè e non perdeva occasione per mettersi sul piedistallo. Frazier era più calmo e pacato nei modi, non si esponeva mai e non era solito rilasciare interviste.

Una dichiarazione celebre però la rilasciò: era il 1971 e Ali aveva scontato gli anni di squalifica. Al termine di un incontro prese il microfono ed annunciò la sua volontà di sfidarlo.

L’ 8 marzo 1971 avvenne il primo scontro tra Frazier e Ali. “The Fight of the Century”.

Frazier voleva legittimare il suo titolo di campione dei pesi massimi; Ali voleva riconfermarlo senza averlo mai realmente perso. Per la prima volta nella storia si affrontarono due pugili imbattuti.

Quel primo scontro non poteva che assumere dei connotati “epici”. I due avevano pure nello stile di combattimento delle enormi divergenze. Frazier era un robot, una macchina da pugni: grosso, pesante e implacabile. Per lui non era importante colpire tante volte, era importante colpire bene. Ali invece era un pugile atipico che lottava danzando: celebri sono i suoi saltelli intorno all’avversario in attesa di un suo errore per colpire. “Volteggia come una farfalla, pungi come un’ape.” questo era il suo motto sul ring.

Palazzetto pieno di spettatori tra cui personaggi illustri come Woody Allen e Barbra Streisand. Evento che, data l’importanza, venne trasmesso in mondo visione. Signori, ecco a voi ” The Fight of the Century”.

Ali era arrugginito dopo la lunga squalifica: il suo obiettivo era quello di arrivare all’ultima ripresa e sfruttare la stanchezza dell’avversario, cercando di stancarlo prima. Arrivò quindi la sesta ripresa, ma qualcosa non va come Ali aveva previsto: Smokin Joe non sembrava accusare la durata dell’incontro. Finchè arrivò quel gancio, una delle immagini più iconiche dello sport. Quel gancio sinistro con cui Frazier colpì Ali, che non riuscì più a riprendersi pienamente da quell’impatto devastante.

All’ultima ripresa, il verdetto dei giudici fu unanime: Joe Frazier vincitore.

Muhammad Ali uscì per la prima volta sconfitto da un incontro. Non poteva accettare questo verdetto. Ma non volle subito la rivincita. Aspettò circa tre anni in cui perse solamente una volta prima di ritornare da colui che lo aveva sconfitto per primo.

Nel frattempo Frazier dopo numerosi scontri aveva perso il suo titolo di campione dei pesi massimi dopo una pesante sconfitta contro George Foreman. In generale non sembrava più quel pugile che anni prima era riuscito a farsi strada. Sembrava aver perso qualche “ingranaggio” della macchina perfetta che era.

Ma questo ad Ali non interessava. Doveva pulire quella vergogna di tre anni prima. Così il 28 gennaio 1974 al Madison Square Garden di New York andò in scena il secondo atto.

Come già detto in quel momento il divario tra i due era troppo netto. Frazier veniva da un periodo non molto positivo sul ring mentre Ali si era ripreso completamente. Frazier dava l’impressione di essere poco lucido al contrario del “pimpante” avversario. Si arrivò comunque all’ultimo round, dove però i giudici non poterono che incoronare Ali come il vincitore.

Raggiunta la sua personale vendetta, Ali fece qualche altro incontro, fino all’annuncio del ritiro. Lì però intervenne l’orgoglio di Frazier. Tra i due di rispetto non ce n’era, ma entrambi sapevano che la loro rivalità sarebbe diventata storica. E che storia sarebbe stata, senza un degno epilogo?

Un ultimo scontro, quello decisivo, per decidere chi era veramente il più grande tra i due. Il 1 ottobre 1975 a Manilla i due si affrontarono nello scontro chiamato “The Thrilla in Manilla”.

Quell’ incontro prese una valenza anche a livello di titolo, oltre che personale. Un anno prima Ali era tornato ad essere il campione dei pesi massimi e Frazier voleva toglierglielo prima del suo ritiro. Voleva dimostrargli chi aveva di fronte. Voleva conquistare il suo rispetto, oltre che il suo titolo.

E’ giusto dire infatti che Frazier aveva sempre sofferto l’odio che Ali provava per lui. Non lo concepiva, in fondo anche lui da giovane aveva dovuto lavorare nelle piantagioni. Non aveva mai rinnegato il suo passato e le sue origini, si stava solo prendendo le sue rivincite. Per questo non tollerava come un altro afroamericano potesse denigrarlo e trattarlo così.

Quel 1 ottobre significava tanto da parte di entrambi: Ali voleva dimostrare di essere il più forte di sempre. Frazier il più forte dei due.

Il match fu uno dei più tremendi mai avvenuti. Durò 14 round con andamenti alterni: all’inizio sembrava essere in controllo Ali, poi Frazier uscì con tutto il suo orgoglio.

Ma nulla potè contro il job di Ali che alla fine del 14mo round andò a segno. Nella pausa fra il 14mo ed il 15mo round infatti Frazier, incapace di rialzarsi, dovette gettare la spugna. Il vincitore era The Greatest Muhammad Ali.

Frazier per giorni dopo l’incontro non riuscì ad aprire gli occhi e nella sua urina si trovarono tracce di sangue. Però qualcosa lo aveva guadagnato.

Ali infatti ammise, al termine dell’incontro “Di aver affrontato uno dei pugili più forti della storia, ma non il più forte”. Inoltre descrisse la stanchezza provata in quell’ultimo round come “la sensazione più vicina alla morte”.

Ali quindi in una maniera tutta sua aveva riconsociuto il valore dell’avversario sul ring. Non ne riconoscerà mai il valore umano, anche una volta ritiratosi. Le considerazioni su Smokin Joe come persona non le cambierà mai.

Eppure entrambi sanno che uno ha contribuito alla “leggenda” dell’altro. Non esisterebbe il mito di Ali senza Frazier e viceversa.

La “trilogia” tra i due ad oggi è ancora considerata una delle pagine più avvincenti dello sport.

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