Black Ice/Pexels
/

LE RAGIONI DI UN SÌ RIFORMISTA

Seppur in mezzo a tutte le difficoltà dovute ad una discussione referendaria molto povera, è mio tentativo cercare di restare ancorato al contenuto e partire dal punto fondamentale, nonché l’unico banale quesito di questo referendum: i parlamentari sono troppi?

A questa domanda nessuno può dare risposte certe e mi sembrerebbe stupido mettere sulla bilancia costituzionalisti come Carlassare, Ainis, Ceccanti e Onida per il sì, e le preparatissime professoresse della mia università D’Amico, Violini e altri per il no. Da studioso ormai laureato in Giurisprudenza e appassionato alla politica sin da bambino, per rispondere al quesito ho seguito inizialmente due approcci mentali: quello comparativo e quello storico.

Sul primo approccio le interpretazioni sono variopinte e molteplici. Intanto mi sembra corretto porre a comparazione il nostro sistema con quello di altri partner europei, preferibilmente continentali, non per avversione verso la politica anglo-americana, ma perché, nonostante le grandi influenze novecentesche americane sul nostro pensiero politico, la storia del nostro Paese è caratterizzata da scambi più duraturi con la Francia o la Germania, o con i Paesi Iberici. Inoltre, a volte bisogna ricordarlo, facciamo parte dell’Unione Europea: i nostri cittadini hanno perciò un valore aggiunto, rappresentativo, che è costituito dai Parlamentari Europei.

A mio avviso 945 è il numero corretto da contrapporre ai numeri delle camere basse di altri Paesi, come la Germania che ne ha 709 (e pure ora sta vivendo una discussione costituzionale con numerose proposte di alleggerimento di questa Camera)o la Francia che ne ha 577 (e occorre ricordare la proposta Macron di diminuzione di esattamente un terzo), e ai numeri complessivi di parlamentari eletti direttamente, tra Camera e Senato, come in  La Spagna che ne ha 558 (con una parte del senato che non è eletta direttamente). Non mi persuadono le teorie secondo le quali solo i nostri deputati (che pure sono 630) andrebbero comparati al numero dei componenti delle camere basse ed elettive: che senso logico avrebbe dal momento che il bicameralismo paritario affida a senatori italiani e deputati alla Camera le stesse funzioni, le stesse competenze, gli stessi poteri, e pure lo stesso metodo di elezione diretta?

Paradossalmente è proprio questa la più grande anomalia italiana che non può scomparire chiudendo entrambi gli occhi.

L’approccio storicista invece è il semplice e lineare racconto oggettivo dei fatti. Come è noto, la costituente rifiutò di fissare il numero perfetto di parlamentari in Costituzione, proponendo una variabile e prediligendo la rappresentatività (di cui Terracini e Togliatti erano grandi supporters) all’efficienza (preferita da Conti o dai liberali come Einaudi). Dopo avere fissato nel 1963 il noto numero di 945 parlamentari in Costituzione, suddivisi per Camere, negli anni 70 iniziarono a fiorire numerose critiche ad un sistema troppo dispersivo e instabile. Qualunque proposta parlamentare di riforma costituzionale dal 1983 ad ora ha avuto perciò al suo interno la riduzione del numero dei parlamentari. Dalla commissione Bozzi del 1983 alla commissione D’Alema del 1997, dalla riforma Berlusconi del 2006 a quella Renzi-Boschi del 2016, la riduzione dei parlamentari è sempre stata proposta complementare di tutte le più grandi storie riformiste, che, come sappiamo, si sono sempre arenate per vari motivi spesso avulsi dal contenuto. Le camere pletoriche hanno dimostrato in questi anni di essere causa di instabilità politica, produzione abnorme di norme sconclusionate e, spesso, oggetto dell’irruenza del governo centrale che predilige, tramite decreti e fiducie, la velocità legislativa. Storicamente questo malessere istituzionale non ha avuto come possibile soluzione solo la riduzione del numero dei parlamentari, ma anche questa, senza particolari eccezioni.

Non capisco quindi il punto dei tanti miei compagni e amici riformisti, che insieme a me sostennero con forza la riforma del 2016: se ora siete contro la riduzione del numero dei parlamentari, dovevate esserlo anche nel 2016, quando, se avesse vinto il sì, si sarebbe giunti ad una sola Camera elettiva di 630 membri con la quasi totalità di competenze, e una microcamera senatoria costituita da rappresentanti delle regioni (quindi, in quanto Sindaci e Consiglieri Regionali, composta da rappresentanti già eletti). E soprattutto, non si comprende il significato del debolissimo slogan ripetuto a pappagallo “sono per la riduzione del numero dei parlamentari ma solo in una riforma complessiva”: considerate la riduzione del numero dei parlamentari un male superabile solo dal contentino chiamato “superamento del bicameralismo paritario”? Oppure considerate la riduzione del numero dei parlamentari complementare e passaggio utile (seppur non l’unico) nel tragitto del miglioramento istituzionale italiano? Perché se la risposta giusta, come pare sia, è la seconda non vedo ragioni per opporsi a questa riforma voluta da tutto il Parlamento e votata in ultima lettura dal 98% dei deputati, anche da certi ravveduti che ora stanno facendo la campagna a suon di “la costituzione non si tocca”. Se invece la risposta più corretta è la prima non vedo perché agitarsi come anguille quando, in nome del riformismo, voi consapevolmente avreste messo sul piatto d’argento la rappresentanza, che –ci tengo a sottolineare- io proprio non riesco a considerare argomento legato alla sciocca numerologia, poiché già ora la Costituzione con quei 945 parlamentari non tutela né quella territoriale, non essendoci vincolo di appartenenza o residenza, né quella ideologica, non essendoci una qualità di rappresentanti sempre luccicante.

Considero di contorno chi gode del mio sdegno e ora crede di essere padre di questa riformetta: il primo firmatario di questa proposta di riforma costituzionale è Gaetano Quagliariello, non proprio un pasdaran grillino. Se guardo a chi supporta cosa, pure il fronte del no non è splendido splendente. Osservando con attenzione i temi sullo sfondo, dal “tagliamo le teste” al “non lasciamo la politica in mano ai partiti” (qualunque cosa voglia dire questa affermazione) al banalissimo, elitario e cottarelliano “non sono per il taglio dei parlamentari ma per il taglio dei compensi”, una giusta reazione allo squilibrio della discussione referendaria sarebbe fare scheda bianca.

Io invece credo che ci siano di più questioni di efficienza delle istituzioni e di strumentalità a fondamento del mio voto confermativo alla riforma. Brevemente ho tentato di tratteggiare la prima questione in un percorso storico e comparativo. La seconda ha per me un peso anche maggiore: questa riforma può essere passaggio ad altre più serie e complesse. Se venisse abbattuta dal popolo una riforma costituzionale votata non a maggioranza, ma da tutte le forze politiche in ultima lettura, vedrei molto complesso un futuro riformista. Chi avrebbe coraggio di riportare alla discussione parlamentare qualsiasi riforma costituzionale? Nessuno del fronte del No, che nelle ultime settimane si è comprensibilmente allargato con interpreti del conservatorismo e antiriformismo italiano, è riuscito fino ad ora a convincermi su questo punto.

Dott. Mirko Boschetti

LASCIA UN COMMENTO

Your email address will not be published.