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ALCUNE RIFLESSIONI SULL’IMPOSTA (LIBERALE) DI SUCCESSIONE

Quando nell’anno 6 d. C. Augusto introdusse una imposta del 5% (vigesima pars “un ventesimo”) sulle successioni e legati d’ogni genere (vigesima hereditatum et legatorum), si ebbero forti resistenze in Senato poiché fatta eccezione di un progetto subito abbandonato di Giulio Cesare, l’imposta non aveva precedenti: anzi da secoli i cittadini romani non pagavano più alcun tributo allo Stato, mentre la “vigesima” li collocava, in parte, allo stesso livello dei provinciali.Il gettito era

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CRISI DI GOVERNO O CRISI POLITICA? | LIVE CON MATTEO RICHETTI

Partiti che si sfaldano, pattuglie di responsabili, partiti con più parlamentari che elettori, partiti personali senza struttura che decidono la linea su Twitter senza indire assemblee o direzioni. Un tempo c’era chi profetizzava l’arrivo dei partiti leggeri o liquidi: verticistici, senza strutture ben definite, che si adattano volta per volta ai temi della società civile e che si sfaldano insieme al proprio leader. Adesso – con alti e bassi –

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LA PATRIMONIALE È GIUSTA, MA VA PENSATA BENE

Nel 1946 con l’Italia in macerie e da ricostruire, il liberale Luigi Einaudi pubblicava un piccolo volume dal titolo molto semplice “L’imposta patrimoniale”. Questa imposta, a detta di Einaudi, doveva servire proprio per ricreare una sorta di fiducia tra cittadino e Stato, fiducia che era stata rotta in anni di dittatura e guerra. La lettura di Einaudi è quanto mai attuale: il sistema tributario era rappresentato come un groviglio di

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IL COVIDDI C’È E LE COSE SONO UN PO’ PIÙ COMPLESSE

Qualche anno fa uno dei più bei film di Sorrentino dava vita ad un Giulio Andreotti misterioso e abile, a tratti simpatico e serio. In una delle scene più contemporanee della politica un neo direttore di Repubblica Scalfari intervistava (o, meglio dire, interrogava) Giulio Andreotti collegando con un interessante e veritiero gioco tra causalità e casualità alcuni dei drammi che il Paese aveva attraversato durante i premierati Andreotti alla sua

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QUALE SCENARIO DOPO IL SÌ?

Negli stessi giornali che hanno fatto campagna incessante per il No, il giorno dopo il referendum si titolava parlando delle regionali. Editoriali passionevoli, interviste di costituzionalisti intimoriti, politici della prima, seconda e terza repubblica mobilitati insieme a senatori a vita ed ex calciatori come Costacurta. Il fatto che dopo questo voto che sembrava dovesse essere il muro ai populismi mostrando una rimonta spettacolare del fronte del no (giravano nelle ore

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REFERENDUM: TESTA O CROCE?

Due intervistati, idee opposte, medesime domande. Il format si propone di differenziarsi dalle fin troppo comuni sfuriate che si vedono in televisione quando si tratta di tematiche divisive. Il punto non è la “vittoria” finale di una posizione sull’altra, quanto invece la creazione di uno strumento di ricerca di una “verità” costruita in modo critico e costruttivo.E tu, sei testa o sei croce? LE RAGIONI DEL SÌ: Mirko Boschetti LE

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LE RAGIONI DI UN SÌ RIFORMISTA

Seppur in mezzo a tutte le difficoltà dovute ad una discussione referendaria molto povera, è mio tentativo cercare di restare ancorato al contenuto e partire dal punto fondamentale, nonché l’unico banale quesito di questo referendum: i parlamentari sono troppi? A questa domanda nessuno può dare risposte certe e mi sembrerebbe stupido mettere sulla bilancia costituzionalisti come Carlassare, Ainis, Ceccanti e Onida per il sì, e le preparatissime professoresse della mia